Adattare la viticoltura ai cambiamenti climatici: l’innovativo progetto di ricerca LACCAVE e le sue proposte rivoluzionarie

Nome: LACCAVE. Data di nascita: 2011. Obiettivo: adattare la viticoltura ai cambiamenti climatici. In 10 anni il progetto INRAE LACCAVE* ha riunito oltre 100 ricercatori e dottorandi di diverse discipline (genetica, ecofisiologia, agronomia, scienze ambientali, enologia, geografia, economia, sociologia…), ha dato origine a 10 tesi di laurea e ha riunito gli attori favorevoli all’adattamento della viticoltura ai cambiamenti climatici. Questo progetto strabiliante si trova ora alla guida delle attuali politiche pubbliche francesi. Quali sono le sue caratteristiche fondamentali? Quali sono le possibilità prese in considerazione dal progetto? Ecco cosa prevede il progetto nello specifico.

In breve:

  • LACCAVE: un futuro e un messaggio di speranza, se…
  • Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sui vigneti?
  • Quali sono le possibili soluzioni e sono già state sperimentate?

LACCAVE: un futuro e un messaggio di speranza, se…

Il progetto LACCAVE ha definito per il 2050 un prospetto che comprende quattro possibili scenari presentati in sette regioni viticole francesi e che hanno dato luogo a 2.700 diverse proposte di intervento. I dati raccolti sono serviti ad alimentare le riflessioni dei professionisti che, sotto il coordinamento dell’INAO e di France Agrimer, hanno elaborato una « strategia dell’industria del vino per rispondere ai cambiamenti climatici », presentata il 26 agosto 2021 al Ministro dell’Agricoltura e dell’Alimentazione.

Dal 2012 centinaia di ricercatori studiano le condizioni di adattamento ai cambiamenti climatici nel settore vitivinicolo*. Anche se oggi siamo allarmati da questa situazione, le conclusioni dei ricercatori ci danno speranza: l’impatto della trasformazione climatica sui vigneti continua a crescere, ma ci sono dei modi per farli adattare a queste nuove condizioni. E questo solo se l’aumento delle temperature sarà contenuto a meno di 2°C e se gli sforzi congiunti dell’industria, delle autorità pubbliche e degli attori della ricerca continueranno ad essere ottimi e costanti.                             

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sui vigneti?

Non sorprende che la ricerca di LACCAVE confermi che l’impatto dei cambiamenti climatici sta diventando sempre più forte nei vigneti di tutto il mondo. Facciamo qualche esempio pratico:

Siccome le fasi di sviluppo della vite sono più precoci, la pianta risente molto di più delle gelate primaverili, come quelle che hanno pesantemente danneggiato i vigneti francesi quest’anno.  Un’altra conseguenza è che anche la vendemmia è più precoce, perciò le caratteristiche dei vini cambiano: gradazione alcolica più alta, acidità ridotta e aromi alterati. Gli altri effetti sono i danni causati da eventi estremi (distruzione delle colture, aumento dell’erosione, ecc.), incendi o una maggiore concentrazione di parassiti nelle annate e nelle regioni più umide.

Quali sono le possibili soluzioni e sono già state sperimentate?

Per fortuna delle soluzioni ci sono. Il progetto LACCAVE ne ha identificate alcune. Ad esempio:

La conservazione e il miglioramento dei terreni viticoli sono oggi indispensabili per migliorare la resistenza dei vigneti; è buona prassi combinare le tecniche di diserbo con un apporto di materie organiche (compost, pacciamatura, erba organica, ecc.) e di strumenti per combattere l’erosione…

Il rinnovamento e la diversificazione delle piante attraverso antichi vitigni provenienti dalla Grecia o dall’Italia e che, ad esempio, sono in grado di resistere meglio alla siccità e alle temperature più alte o, anche, possono produrre meno zuccheri o generare più acidità. Inoltre, la creazione di varietà o vitigni resistenti.  Occorre perciò sostenere e coordinare il lavoro svolto presso i campi di conservazione, i laboratori di analisi e le reti di osservazione per facilitare la condivisione delle informazioni.

Senza dubbio, anche l’acqua e la sua gestione fanno parte del progetto, con diverse soluzioni e al tempo stesso una raccomandazione: favorire le pratiche agricole ecologiche che si basano sul risparmio idrico al fine di lasciare una larga parte dei vigneti senza irrigazione.

E , oltre ai vitigni resistenti, anche la consapevolezza dei consumatori costituisce parte integrante del progetto” per sensibilizzarli e coinvolgerli nelle strategie da mettere in atto per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici ».

Come sottolinea il direttore della ricerca Jean-Marc Touzard, corrispondente di LACCAVE con Nathalie Collat: “l’industria vitivinicola è esemplare nell’affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici poiché ha subìto gravi perdite ed è divenuta per questo un settore molto preparato in merito. Ha anche un ruolo esemplare nello studio e nell’implementazione di strategie di adattamento in tutto il mondo, con un approccio più completo rispetto ad altri settori.”

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti: INRAE, Jean-Marc Touzard, Anne Schoendelerffer

**Questo progetto è finanziato e coordinato dall’INRAE ( l’Istituto nazionale francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente) e diretto dal CNRS (il Centro nazionale francese per la ricerca scientifica), in collaborazione con diverse università, l’Istituto Agro (l’Istituto nazionale francese di educazione superiore per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente) e Bordeaux Sciences Agro (la Scuola nazionale superiore francese di scienze agrarie), così come con le principali organizzazioni di settore, l’INAO (l’Istituto nazionale francese di tutela dell’origine e della qualità), il FranceAgrimer (l’Istituto nazionale francese di tutela dei prodotti dell’agricoltura e della pesca), le camere dell’agricoltura, l’IFV (l’Istituto francese della vigna e del vino), le organizzazioni interprofessionali e i sindacati delle denominazioni.I risultati della ricerca condotta nell’ambito del progetto LACCAVE sono disponibili sulla piattaforma collaborativa VINEAS

Riutilizzare le bottiglie di vino: il trend di domani?

In Francia, fino agli anni ’80 i consumatori erano soliti restituire i vuoti a rendere agli stessi commercianti che gli avevano venduto il prodotto. Questa usanza è gradualmente sparita. Oggi riappare sotto una forma diversa, cioè il riutilizzo. Di cosa si tratta? Come funziona? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi? Diamo un’occhiata a questo nuovo settore in rapida via di sviluppo.

In breve:

  • Cos’è il riutilizzo?
  • Come funziona il riutilizzo?
  • I benefici del riutilizzo
  • Le difficoltà del riutilizzo

Cos’è il riutilizzo?

Secondo il sito citeo: “Il riutilizzo consiste nel nuovo impiego di un determinato imballaggio per un uso identico a quello per il quale era stato concepito inizialmente, attraverso un sistema di tracciamento e di lavaggio industriale”. In breve, è dare una nuova vita alla vostra bottiglia di vino perché viene riutilizzata dopo essere stata lavata e ricondizionata dal produttore.  Questo è il principio dell’economia circolare.

Come funziona il riutilizzo?

Tutto ha inizio con le persone responsabili, produttori e consumatori. I primi scelgono il riutilizzo (bottiglia specifica, etichetta solubile in acqua…). Il consumatore responsabile prende l’iniziativa di acquistare vino in una bottiglia riutilizzabile, di solito ben contraddistinta, con l’etichetta ufficiale della rete dei distributori che partecipano, facilmente riconoscibile, come ad esempio  la linea biologica Hérisson Malin di Jacques Frelin (venduto a Biocoop): « Restituiscimi per farmi usare ancora. » Anche sul retro della bottiglia il messaggio è chiaro:  » Degustate e restituite al vostro negoziante o ai punti di raccolta reseauconsigne.com” La bottiglia verrà presa in carico, lavata e riutilizzata ». È un’azienda che dà una nuova vita alle bottiglie e ridisegna il sistema di distribuzione: Bar, hotel, ristoranti o negozi sono identificati come punti di raccolta per i consumatori impegnati nella consegna di bottiglie riutilizzabili.

I benefici del riutilizzo

Prima di tutto, facciamo notare che nel 2018 in Francia, come indicato nella relazione dell’ADEME (Agenzia per la gestione dell’ambiente e dei rifiuti): « Nel 2018, l’86% delle bottiglie in vetro è stato riciclato e il 60% dei francesi ha regolarmente differenziato i propri contenitori in vetro ».
Quindi perché riutilizzare? Perché la bottiglia non si rompe per essere fabbricata di nuovo. Secondo lo studio, la raccolta, il lavaggio e il riutilizzo dei contenitori in vetro richiede un quarto dell’energia e la metà dell’acqua in meno rispetto al riciclo, una soluzione che consuma molta energia (trasporto, rifusione, fabbricazione). Il riutilizzo abbassa l’impatto sull’ambiente e tende a ridurre i rifiuti.

Gli altri vantaggi, come osserva Obsco e Citeo, sono:

Impatti sociali: Breve industria compartecipata, nuove abitudini di consumo… l’acquirente diventa un consumatore responsabile.

Opportunità economiche: nuovi posti di lavoro a livello locale, riduzione dei costi, potenziamento della rete economica territoriale locale…

Il riutilizzo è parte integrante dello sviluppo sostenibile con i suoi tre pilastri: ambiente, impegno sociale ed impegno economico.

Le difficoltà del riutilizzo

Nella primavera del 2021, la diffusione dei vuoti a rendere è stata approvata dall’assemblea nazionale. Perciò, il riutilizzo si basa sull’iniziativa dei primi attori della catena: i produttori. E, in definitiva, per far sì che il circuito funzioni completamente, bisogna anche che i consumatori restituiscano le loro bottiglie. Per il momento, l’attenzione è rivolta alle persone responsabili che fanno acquisti in negozi come Biocoop, che si impegna molto nella promozione del riutilizzo delle bottiglie di vino.  Per quanto riguarda i cittadini, la volontà di ridurre il più possibile i propri rifiuti è molto forte. E i consumatori? Dunque, sarà il riutilizzo il trend di domani? Bisogna ricordare che nel 2016, quando è stato attuato il decreto che abolisce i sacchetti di plastica monouso, c’è voluto un po’ di tempo per adattarsi. Ma i francesi sono riusciti a cambiare le loro abitudini di consumo. Ora tutti hanno la propria borsa riutilizzabile.


Anne Schoendoerffer, traduzione di Benjamin Aguilar-Laguierce


Fonti : ademe, citéo, Obsco, reseauconsigne.com, Anne Schoendoerffer

Oltrepò Pavese, un nuovo distretto vitivinicolo da scoprire in Lombardia

I vigneti dell’Oltrepò Pavese sono un tesoro da scoprire. A solo 1 ora a sud di Milano, questo territorio è noto da tempo per l’ottimo rapporto qualità/prezzo dei suoi vini. Questo territorio offre una vasta gamma di vini di qualità, da degustare in un paesaggio irresistibile, fatto di colline, sorgenti di acqua termale e cantine speciali ed accoglienti. Ora andiamo a conoscere i vigneti, i vitigni e i vini di un luogo ideale per darsi all’enoturismo slow.

In breve:

  • I vigneti dell’Oltrepò Pavese
  • Vitigni: Pinot Nero e varietà locali
  • Una vasta gamma di vini DOP
  • Vivere il turismo slow all’italiana

I vigneti dell’Oltrepò Pavese

Situato in Lombardia, è il distretto vitivinicolo più a nord d’Italia.  Pavia, il capoluogo, si trova a soli 45 km a sud di Milano e la sua provincia confina con l’Emilia-Romagna e il Piemonte. La cosa curiosa è che l’Oltrepò Pavese è proprio « a forma di grappolo d’uva », come fa notare Carlo Veronese, direttore di Tutela Vini Oltrepò Pavese, il consorzio che si occupa della tutela e della promozione dei vini DOC e IGP prodotti di questa regione.  Il direttore aggiunge: « Si trova esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore, cioè sul 45° parallelo, come Bordeaux, dove si producono i vini più importanti ».

Si estende su 440 chilometri di colline e i suoi 13.000 ettari circa di vigneti sono gestiti da 350 aziende, che producono in media 75 milioni di bottiglie all’anno. Ricordiamo che grazie alla sua consolidata tradizione cooperativa locale, questa regione è strettamente legata alla realtà delle cantine cooperative. I soci coltivano superfici di piccole dimensioni, in media pari a due ettari di terreno.

Vitigni: Pinot Nero e varietà locali

Con i suoi 3.000 ettari di terreni, il distretto dell’Oltrepò Pavese è in Italia il più importante per la produzione di uve di Pinot Nero, mentre nel mondo si trova al terzo posto. Secondo il direttore del consorzio, « il Pinot Nero è il portabandiera dei vini di qualità prodotti nella nostra regione ».  Gli altri vitigni, che costituiscono l’84% dei terreni coltivati a vite nella regione, sono: Croatina (4.000 ettari), Barbera (3.000), Moscato (500), senza contare i 1.500 ettari di Riesling italiano e tedesco. Si producono anche: Uva Rara, Ughetta/Vespolina, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Cortese Bianco, Malvasia e persino il « Müller-Thurgau » che si trova, tra l’altro, anche in Lussemburgo.

Una vasta gamma di vini DOP

7 denominazioni che caratterizzano il territorio: Casteggio, Oltrepò Pavese Pinot grigio, Pinot nero dell’Oltrepò Pavese, Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese, Oltrepò Pavese, Bonarda dell’Oltrepò Pavese and Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese

Se si trova tanto Pinot Nero è perché viene utilizzato nella composizione sia di vini fermi che di vini spumanti Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG Pinot Nero. Esso è ottenuto con il metodo noto come “classico”, lo stesso dello Champagne.  Il Pinot Nero è il paladino della qualità, soprattutto per quanto riguarda gli spumanti che appartengono alla fascia di prezzo compresa tra i 18 e i 25 euro. I vini prodotti dal viticoltore Luca Bellani dell’azienda agricola Ca’ di Frara costituiscono un ottimo esempio di queste bollicine. 

Vivere il turismo slow all’italiana

Le dolci colline di questo territorio si trovano tra i 300 e i 400 metri di altitudine. Sono i luoghi pieni di pace come questo che richiamano a sé il turismo slow, cioè l’attività di andare a visitare una cantina e conoscere da vicino la sua realtà. La cosa migliore da queste parti è farsi un bel giro a bordo di una bici elettrica. Secondo il consorzio: « tutte le cantine sono pronte a offrire degustazioni sia all’aperto che al proprio interno, su prenotazione. Per maggiori informazioni sul vino nell’Oltrepò Pavese seguite l’hashtag #enoturismo corrispondente a questa area geografica. Gli hashtag ufficiali sono #OltrepoDivino #oltrepowinelover #OltrepopaveseDOCG ».

Ciò che ci piace molto è anche la presenza di salami che invecchiano in cantina. E quando si degusta un vino, non è raro abbinarlo a uno di questi salami (salame di Varzi). Per non parlare dei formaggi della valle Staffora, il miele, lo zafferano, il tartufo nero, la ciliegia di Bagnaria, il peperone di Voghera, la zucca Berretina, le patate di montagna, e molti altri prodotti che sono un invito a gustare le specialità della cucina italiana. Per una perfetta armonia tra i piatti e i vini, dall’antipasto al dolce.

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti: www.consorziovinioltrepo.it/, Anne Schoendoerffer

I vitigni resistenti francesi sono le varietà del futuro?

Artaban, Floreal, Vidoc o Voltis non sono i nuovi protagonisti dell’ultima serie di Netflix. Si tratta dei vitigni comunemente definiti resistenti o tolleranti e selezionati per adattarsi alle nuove condizioni climatiche, o anche alle nuove varietà di vite francesi. Dipende dai casi. La loro creazione risale al XIX secolo, quando il loro scopo era quello di resistere ai parassiti che attaccavano vigne. Qual è la loro storia? Qual è il loro futuro? Andiamo a vedere più da vicino queste prime quattro varietà francesi di vitigni resistenti.

In breve:

  • Le origini
  • Il XIX secolo
  • Langedoc, i pionieri della Francia
  • I 4 vitigni francesi autorizzati
  • Cosa ci serba il futuro?

Le origini

Come ricorda l’OsCar, l’Osservatorio francese per la diffusione dei vitigni resistenti, creato dall’INRA (Istituto nazionale di ricerca agronomica francese) e dall’IFV (Istituto francese della vite e del vino): « La resistenza della vite alle malattie e ai parassiti è stata oggetto di studio fin dalla metà del XIX secolo in seguito alla comparsa in Europa di malattie devastanti – oidio, peronospora, marciume nero, fillossera – provenienti dal Nord America. Gli incroci di viti americane (V. rupestris, V. lincecumi, V. berlandieri…) con viti europee (Vitis vinifera) -la maggior parte delle quali sono sensibili- hanno permesso di ottenere nuove varietà note come ibridi produttori diretti, resistenti a oidio, peronospora e fillossera ». I vitigni resistenti sono stati creati fin dal principio per contrastare i parassiti. Non si tratta di colture geneticamente modificate, ma di incroci di diverse varietà di vite.

Il XIX secolo

La ricerca, in questi ultimi quindici anni circa, ha attraversato una fase di forte crescita in Francia. Perché? Per rispondere alle sfide poste dal riscaldamento globale. L’obiettivo è quello di ridurre il più possibile l’impiego di trattamenti fitosanitari. Per dirla tutta, quando l’oidio e/o la muffa attaccano, Artaban, Floréal, Vidoc e Voltis dimostrano di essere naturalmente resistenti. I trattamenti risultano inferiori, o talvolta persino superflui, a seconda della gravità della situazione.

Langedoc, i pionieri della Francia

Tutto è iniziato nella prima cantina cooperativa francese, a Maraussan. 55 ceppi di 4 varietà resistenti, due bianche e due nere, sono stati piantati su un terreno sperimentale presso i vigneti di Foncalieu. Questo accadeva nel 2007, con i vitigni resistenti ideati dal compianto Alain Bouquet, allora direttore della ricerca presso l’INRA. Poiché queste varietà francesi non sono state inscritte nel catalogo nazionale, per il momento non hanno un nome e non possono (per ora) essere ufficialmente piantate.

I 4 vitigni francesi autorizzati

A partire dal 2019, Artaban, Floréal, Vidoc e Voltis, frutto del programma Resdur1/INRA, sono stati ufficialmente e definitivamente autorizzati a figurare nei disciplinari delle IGP di Gard, Cévennes, Coteaux du Pont du Gard, Pays d’Oc, Var, Alpes-Maritimes, Atlantique e Val de Loire. 

Nel 2020, invece, è stata la volta delle IGP di Côtes Catalanes, Vaucluse, Collines Rhodaniennes, Ardèche, Drôme, Coteaux des Baronnies e Périgord. Nel 2021, infine, le IGP Mediterraneo e Bouches-du-Rhône. Altre autorizzazioni sono in fase di preparazione per le IGP Charentais, Aude e Herault.

E le AOP? Come segnala vitisphere.com: « Ora ufficialmente affiliati ai vitigni tradizionali europei, i nuovi vitigni Artaban, Floreal, Vidoc e Voltis potrebbero arrivare nei vigneti che si fregiano del marchio di denominazione di origine protetta, un ingresso prima impensabile ». 

Cosa ci serba il futuro? La risposta verrà dai mercati; o meglio, dai consumatori. I profili aromatici di questi vitigni sono diversi e nuovi. I vigneti di Foncalieu sono stati i primi in Francia a commercializzare un vitigno resistente al 100% nel 2019: NUVOTE. Si tratta di una miscela di uve Artaban e Vidoc, un vino piacevole che vanta anche altre tre virtù: è biologico, non contiene solfiti e ha una bassa gradazione alcolica. Per l’annata 2021, sono state messe in commercio 15.000 bottiglie. I commenti dei clienti sono positivi sia per quanto riguarda la degustazione che per la positività del messaggio trasmesso dalla bottiglia. Il che è un ottimo inizio. Le annate realizzate al 100% con questi 4 vitigni francesi sono ancora poco diffuse. Si trovano più facilmente in miscele con altri vitigni internazionali. Se si considera la domanda ormai in crescita di questi vitigni tolleranti e che si adattano alle nuove condizioni climatiche, Artaban, Floreal, Vidoc e Voltis dovrebbero iniziare a farsi notare tra gli altri. A meno che i vitigni svizzeri, con il Cabernet Bianco, o l’italiano Soleris, o ancora il tedesco Souvignier Gris tedesco, per citarne solo alcuni, non riescano a conquistare il cuore di produttori e consumatori.

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti : Oscar, vitisphere.com, Anne Schoendoerffer

I vigneti della Mosella lussemburghese: piccoli e unici

Il Lussemburgo è celebre a livello internazionale soprattutto per via delle banche. Tuttavia, i suoi vigneti, che sono tra i pochi al mondo ad essere situati così a nord, non sono altrettanto noti. La sua storia vinicola, dai Celti ai giorni nostri, è a dir poco affascinante. Ma cosa si cela dietro le vigne di questo piccolo stato che si trova nel cuore dell’Unione Europea? Venite a scoprire la singolarità che contraddistingue i vigneti della Mosella lussemburghese.

In breve:

  • Millenni di storia
  • Una piccola perla
  • Le tre organizzazioni dei produttori
  • I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero
  • Il Crémant lussemburghese compie 30 anni
  • I produttori di vino biologico

Millenni di storia

La valle della Mosella è una regione con una tradizione vinicola che risale a più di 2.000 anni fa. Celti, Galli e Romani coltivavano già la vite prima che i monasteri si imponessero nella produzione nel Medioevo, estendendo così la coltivazione a vite a gran parte del territorio. Nel 1709, dopo un inverno estremamente rigido, la Mosella ristabilì il suo primato nel campo della viticoltura. A partire dalla fine del XIX secolo, il 90% dei vigneti fu dedicato all’Elbling, esportato in Germania per miscelarlo con i vini locali.

Fu solo dopo l’accordo di unione doganale stipulato con il Belgio (1922), la fondazione dell’Istituto vitivinicolo a Remich (1925) e la creazione dell’etichetta Marque national (1935), che i vigneti si svilupparono e si differenziarono.

Dal lancio della denominazione Moselle Luxembourgeoise Appellation contrôlée negli anni Ottanta, sono stati introdotti anche la denominazione Crémant de Luxembourg e le classificazioni Vendanges Tardives (“vendemmia tardiva”), Vin de Glace (“vino ghiacciato”), Vin de Paille (“vino di paglia”) e Vins barrique (“vini barricati”).

Una piccola perla

Il fiume scorre sinuoso come il tratto di un pennello impressionista, infondendo pace e tranquillità al paesaggio. Si tratta della Mosella, che si snoda attraverso i vigneti lussemburghesi lungo circa 42 km di distanza, di fronte alla Germania, fiancheggiando vigne immerse in un paesaggio mozzafiato. Non sorprende che la Valle della Mosella del Lussemburgo, la principale regione vinicola del Granducato, costituisca una delle destinazioni turistiche più visitate del paese. Si trova a soli 20 km dalla capitale. Da Schengen, a sud, fino ad arrivare a Wasserbillig, a nord, sono circa 340 i viticoltori impegnati nella gestione di 1280 ettari di vigneti, il 90% dei quali sono piantati con viti destinate alla produzione di vino bianco.

Le tre organizzazioni dei produttori

Sono tre i gruppi di produttori della regione a mettere al centro dell’attenzione il valore dei vigneti lussemburghesi. Come spiega Philippe Schmitz, rappresentante commerciale di Domains Vinsmoselle, « il Paese ha una lunga tradizione in fatto di cooperative », e la sua azienda riunisce le sei cantine cooperative nazionali che rappresentano più di 450 soci viticoltori. Insieme, costituiscono il 61,7% dei produttori. Quest’anno, celebrano il 100° anniversario della loro prima cantina cooperativa, la più antica della Mosella lussemburghese, le Caves de Grevenmacher.

52 viticoltori indipendenti sono membri dell’Organizzazione Professionale dei Viticoltori Indipendenti (OPVI) dal 1966; un numero pari al 23% dei produttori.

I produttori-rivenditori, membri della Federazione dei Produttori Rivenditori dal 1928 e promotori dei vini spumanti sin dai primi anni Venti, rappresentano il 15,3% dei produttori.

I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero

Di 1280 ettari di vigneti della Mosella lussemburghese, il 90% dei vitigni sono bianchi. Il primo di questi è il Rivaner (Müller-Thurgau), a cui corrisponde il 21,6% della superficie totale dei vigneti. Quest’uva produce vini leggeri da tavola. Seguono il Pinot Grigio e una particolarità lussemburghese, l’Auxerrois, che corrispondono a circa il 15% ciascuno. Poi c’è il Riesling, il « re dei vini bianchi », che occupa il 12,8% della superficie dei vigneti. Questa varietà di uva a maturazione tardiva è meno sensibile alle malattie fungine e tollera molto bene la muffa nobile. Per quanto riguarda invece l’Elbling, in passato predominante, la sua superficie è in costante diminuzione.

Il Paese punta sempre di più sul Pinot Nero. Ad oggi, un decimo della superficie viticola è coltivata con il vitigno rosso di Borgogna. Secondo Claude François, giornalista e redattore della guida VinsLux, che è anche un attento osservatore dei vigneti lussemburghesi: « quasi tutti i viticoltori propongono il Pinot Nero e lo vinificano all’interno di botti in legno. Ad oggi, la migliore annata di Pinto Nero è quella del 2018, seguita da un altrettanto eccellente 2020. Ad ogni modo, è dal 2014 che si hanno quasi sempre ottime annate di Pinot Nero.

Cabernet Bianco: un vitigno molto resistente

Come avviene anche in Francia, i viticoltori lussemburghesi, tanto gli appartenenti alla cooperativa Domaines Vinsmoselle quanto i piccoli produttori come il Domaine KOX, stanno iniziando a produrre vini scegliendo vitigni resistenti come il Cabernet Bianco: un incrocio tra il Cabernet Sauvignon e una varietà resistente alle malattie, creato dallo svizzero Valentin Blattner nel 1991.

Il Crémant lussemburghese compie 30 anni

Come spiega Claude François, « ormai tutti producono il vino spumante del Lussemburgo. Questo è il motore che porta avanti la nostra attività viticola ». Questo accadeva nel 1991. Oggi si producono circa tre milioni di bottiglie all’anno. In effetti, a qualcuno del posto piace affermare che « le migliori annate possono certamente essere equiparate ai migliori Champagne!

I produttori di vino biologico

La viticoltura biologica sta diventando sempre più importante. Oggi, essa riunisce il 10% dei viticoltori indipendenti. Altri stanno provando il biologico su alcuni appezzamenti di terreno. È quello che sta succedendo con la vendemmia di Domaines Vinsmoselles, realizzata con il Cabernet Bianco, un vitigno resistente. Tuttavia, il margine di miglioramento è ancora molto ampio. « I viticoltori che lavorano in modo più convenzionale sono generalmente anche attenti all’ambiente e stanno adottando un sistema di agricoltura integrata », commenta un osservatore.

Anne Schoendoerffer

Sources : Guide VinsLux, www.visitmoselle.lu, concoursmondial.com, Anne Schoendoerffer

@Anne Schoendoerffer

Il rosso AOC Collioure: una denominazione d’eccellenza prodotta da 50 anni in un vigneto di qualità

Collioure, che occupa una meravigliosa lingua di terra lungo la Costa Vermiglia nei Pirenei orientali, festeggia quest’anno il suo cinquantesimo anniversario. Tutti conoscono il Banyuls, che è prodotto nella stessa regione dalla quale proviene il vino rosso a denominazione d’origine controllata AOC Collioure.  È giunto il momento di scoprire questo vigneto nel quale ogni bottiglia di vino prodotta è il frutto del duro lavoro di viticoltori e cooperanti appassionati che, lavorando a quote molto elevate, non scendono compromessi. Questa è la storia di un vigneto esemplare, uno dei più belli al mondo, che trova sempre la maniera di mettersi in gioco.

In breve:

  • Collioure/Banyuls: storia di un’area a doppia denominazione AOC
  • Un vigneto straordinario, tra mare e montagna
  • Un vigneto di qualità
  • Il Grenache, re dei vitigni
  • I vini a denominazione Collioure

Collioure/Banyuls: storia di un’area a doppia denominazione AOC

Le zone AOC Collioure e AOC Banyuls corrispondono geograficamente alla stessa regione.
Quali sono le loro differenze? Banyuls corrisponde alla denominazione che comprende i vini dolci naturali (VDN), mentre Collioure corrisponde a quella dei vini secchi. Fino al 1935, i vini secchi prodotti nel terroir di Banyuls venivano chiamati « vini naturali del terroir di Banuyls » per distinguerli dai vini ottenuti mediante mutizzazione (mutage): il Banyuls. Nel 1971, per iniziativa del direttore della vendemmia André Parcé, i vini rossi furono finalmente certificati come AOC. Questa fu una vera vittoria per la prima denominazione di vini secchi di Rossiglione, che quest’anno festeggia il suo cinquantesimo anniversario! Ad oggi si contano 44 viticoltori indipendenti e 3 cantine cooperative che producono ogni anno circa 20.000 ettolitri di vino con la denominazione AOP Collioure e 14.000 con la denominazione AOP Banyuls.

Un vigneto straordinario, tra mare e montagna

Questo vigneto incredibile, il più meridionale della Francia, è sorto nel VI secolo a.C. ad opera dei fenici e dei focei. Nel corso dei secoli, i vigneti si sono estesi vertiginosamente su ripide terrazze a picco sul mare.

1.400 ettari di vigneti che si estendono dal livello del mare sino a quasi 400 metri sul livello del mare. Oltre un terzo di essi si trova su terreni scoscesi che superano il 50% di pendenza! Lassù, il paesaggio appare scolpito da vigneti e terrazze (dette feixas), sorrette da muri che sono stati costruiti con scisti già presenti in quel territorio.   I viticoltori e i cooperanti si occupano di preservarli, prestando attenzione ad ogni roccia. Queste terrazze coltivate a vigna sono circondate da querce, castagni, arbusti e oliveti. Tale abbondanza di flora protegge la fauna e il territorio dal processo di erosione del suolo.  Come dice il giovane neopresidente dell’AOC Collioure, Romuald Peronne, viticoltore di Clos Saint Sébastien: « Qui, il lavoro in vigna è rimasto umano, non è cambiato con il passare del tempo. Questo è un vero problema per i viticoltori che devono ancora lavorare a mano, anche a causa delle forti pendenze del terreno. Tuttavia, ciò dimostra anche la qualità degli interventi di manutenzione delle vigne. In questo modo, la biodiversità e il paesaggio vengono preservati e mantenuti. L’artigianalità è il tratto distintivo di questo vigneto storico, che dobbiamo far conoscere sempre di più  per mettere in primo piano gli sforzi e la dedizione che ogni viticoltore mette in campo nel territorio appartenente alla denominazione Collioure ».

Un vigneto di qualità

Premiato con la certificazione di « paysages labellisés » (paesaggi con marchio di qualità) dal ministero dell’ambiente francese dal 1993, il vigneto si inserisce fra le riserve naturali che si trovano nel contesto del Conservatoire du Littoral e dei siti appartenenti alla Rete Natura 2000. Nel 2011-2012, ha preso il via la stesura di una Carta Paesaggistica e Ambientale della Costa Vermiglia con lo scopo di valorizzare il ruolo giocato da parte dei viticoltori locali nella risposta alle sfide ecologiche, in particolare per quanto riguarda il problema delle risorse idriche.

Il Grenache, re dei vitigni

Il vitigno che fa da emblema ai vigneti di Baynuls e Collioure è indubbiamente il Grenache. Si presenta nei colori nero (per i vini rossi), bianco e grigio (per i vini bianchi). In questo terreno scistoso, posto tra il mare e la montagna, il Grenache risalta per la sua capacità di « svelare il terroir ». È un catalizzatore capace di coniugare intensità e finezza, maturità e salinità. È uno dei maggiori segni distintivi di questo vigneto. Tra gli altri vitigni vi sono, come bianchi, il Vermentino, il Macabeo e il Torbato. Come rossi, invece, si trovano il Carignano, il Syrah e il Monastrell.

I vini a denominazione Collioure

I vini a denominazione Collioure producono per il 50% vini rossi, per il 30% vini bianchi e per il 20% vini rosati. Secondo Romuald Peronne « AOC Collioure è una denominazione complessa. Il Collioure rosso manifesta il proprio carattere con vini intensi e corposi, mettendo al contempo in luce la finezza e l’eleganza di un terroir dall’anima di roccia e di mare ». Questo è il caso dell’annata Inspiration Céleste, un blend di uve al 90% di Grenache nero e al 10% di Carignano (al prezzo di 29€) di Clos Saint-Sébastien. Peronne chiarisce che « il futuro di questa denominazione si trova nei vini bianchi, perché i grandi vini da invecchiamento sono i Collioure bianchi ». Una nuova generazione di produttori attivi e impegnati ha già dato origine a dei capolavori del vino, tanto rossi come bianchi e rosati. Vi invitiamo a scoprire questi vini e la loro terra, nel paradiso della Costa Vermiglia.

Anne Schoendoerffer

Un sentimento condiviso: ecco cosa c’è nel cuore della nuova e vibrante identità dei vini della Linguadoca

Quando il « sentimento condiviso” diventa il cuore della nuova identità e della firma del marchio dei vini della Linguadoca, ecco che prende vita una (magnifica) rivoluzione nel primo vigneto della Francia. Perché? Che cosa cambia? Quali sono i miglioramenti? Vi raccontiamo la storia di un vigneto che cambia (finalmente) i paradigmi del vino, rendendolo un prodotto adatto alla vita reale.

#InstinctPartagé

In breve:

  • Una rivoluzione nella qualità delle AOC della Linguadoca
  • “Vini della Linguadoca, il sentimento condiviso”, la nuova identità visiva e la firma del marchio
  • Distribuzione della campagna di comunicazione

Una rivoluzione nella qualità delle AOC della Linguadoca

Fino agli anni ’80, la maggioranza dei vigneti della Linguadoca puntava ancora sulla produttività. Malgrado andasse a scapito della qualità, si trattava comunque di un modello vincente. Tuttavia, un gruppo di viticoltori caparbi ha deciso di darsi da fare per far riconoscere i loro terroir come AOC, un marchio che, in Francia, indica sia la qualità che l’origine dei vini. Questa lunga battaglia intrapresa negli anni Cinquanta, in particolare per opera di Jules Milhau, economista e politico, è stata vinta nel 1982 da Faugères, Saint-Chinian, e nel 1985 da Minervois, Corbières e Coteaux de Languedoc, oggi denominati AOC du Languedoc (da non confondere con le diversi appellazioni di origine della Linguadoca). Ricordiamo che le AOC della Linguadoca esistevano in realtà già dal 1948, così come lo storico Fitou.

Negli anni ’90, laLinguadoca divenne un polo d’attrazione per nuovi viticoltori provenienti da diversi territori, i quali acquistarono ad un prezzo accessibile dei vigneti in questi bellissimi terroir e avviarono la produzione dei vini ai quali erano particolarmente affezionati, segnando così l’inizio dell’epoca della vinificazione in stile “parker ». Al contempo, le nuove generazioni composte da figli dei viticoltori (e, in particolare, sempre più donne) presero in mano il comando dei vigneti di famiglia. Formati e con esperienza in altri vigneti, svilupparono al meglio le pratiche dei loro genitori. Lasciarono le cantine cooperative e aprirono cantine private, interessandosi anche al loro territorio e puntando sul vino biologico. Ciò avvenne prima che venissero introdotte altre green labels, come l’High Environmental Value (HVE) della fine degli anni 2000.

Come sottolinea Miren de Lorgeril, Presidentessa del Comité Interprofessionnel des Vins du Languedoc (CIVL)*, “il dinamismo e la qualità della Linguadoca sono innegabili: in una generazione gli sforzi dei viticoltori e dei commercianti impegnati a lavorare sodo per i loro vigneti, per le loro annate e per le loro etichette, hanno reso questa regione l’Eldorado dei vini francesi. Un tale successo dovrebbe renderci più esigenti, più ambiziosi, più desiderosi di esprimere al meglio la nostra identità.” Inoltre: “le denominazioni Languedoc corrispondono al 10% del territorio della Linguadoca, circa trentamila ettari, quasi la totalità dei vigneti della Borgogna”.

“Vini della Linguadoca, il sentimento condiviso”, la nuova identità visiva e la firma del marchio

“Siamo tornati alle origini. Noi non abbiamo inventato nulla. Tante cose erano già state dette prima”, commenta Marion Danjou-Oury, direttrice marketing del CIVL. Difatti, questo è stato il frutto di un lungo processo di ricerca al quale i produttori e i consumatori hanno potuto prendere parte attraverso questionari e/o gruppi di lavoro. “Avevamo bisogno di esprimere tutte queste cose”, racconta durante il lancio in anteprima per la stampa della nuova strategia, avvenuto l’8 giugno 2021 presso lo Château de l’Engarran.

L’ambizione dei viticoltori della Linguadoca è di dare corpo alle nuove realtà vinicole francesi, che seguono il proprio istinto e che rompono i paradigmi del vino.

Qual è la loro missione? La condivisione del piacere intenso e spontaneo del vino con i consumatori. È una vera rivoluzione nel mondo del vino, troppo legato a codici estremamente complessi.

Questa nuova identità della Linguadoca si basa su quattro elementi fondamentali che la definiscono:

-La sua Energia, le sue energie: quelle della terra, del sole, del vento e del suo popolo.

-la sua Natura, all’origine di tutto, sempre autentica

-Il suo Carattere: sempre forte, autentico, spontaneo -la sua Libertà: perché in Linguadoca il vino viene messo in discussione, si fa impresa, si aprono nuove strade e si rompono i paradigmi.

Distribuzione della campagna di comunicazione

Non sai ancora di cosa si tratta? È normale, perché questa nuovissima campagna di comunicazione è stata lanciata a giugno 2021 e la sua diffusione è prevista a partire da gennaio 2022. Gli attori: i viticoltori delle AOC Languedoc dal vivo, in azione, attraverso istantanee che illustrano cinque valori fondamentali che stanno al cuore della promessa dei vini della Linguadoca: spontaneità, grande carattere, energia creativa, impegno e superamento di ogni limite, senso del piacere. Tutti questi elementi definiscono la realtà dei loro vini.

Tutto questo trova eco sui social network, attraverso un sito web (in arrivo), un video promozionale e un’altra grande idea che vede i venditori di vino rispondere a due domande, del tipo: quale annata del Languedoc proporresti a Coluche su un peschereccio? Troverai la risposta sui social media #InstincPartagé. O qui 🙂 L’annata Pompadour della cantina Embres et Castelmaure. Come disse Dante Alighieri: “ma l’istinto non influenza soltanto le creature che sono prive di intelligenza, ma anche quelle dotate di intelletto e volontà”.

Anne Schoendoerffer

*Il Consiglio interprofessionale dei vini del Languedoc riunisce 20 AOP della Linguadoca. Questi vigneti uniscono più di 1600 aziende (cantine private, commercianti e cantine cooperative). Nel 2020, le AOP della Linguadoca hanno prodotto quasi 150 milioni di bottiglie, con un fatturato di 550 milioni di euro. I vini sono principalmente vini rossi (60%), con una forte crescita dei vini rosati (20%), che sono ormai prodotti nelle stesse proporzioni dei vini bianchi (20%). Più del 30% dei vini sono esportati, principalmente negli Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Belgio, Germania e Canada.

2020: resilienza, tendenze e opportunità nel mondo del vino

Le analisi dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) sulla situazione attuale del settore del vino nel mondo erano molto attese. Ogni anno, questa organizzazione pubblica dati essenziali per seguire al meglio le evoluzioni che interessano il mondo del vino. Senza dubbio, nel 2020, la domanda principale è la seguente: quali sono stati gli effetti della pandemia causata dal COVID sul consumo globale e sul commercio internazionale del vino? La parola chiave per parlare di questo anno fuori dagli schemi è “resilienza”. Perché? Quali sono le opportunità e le tendenze che stanno emergendo? Ecco i punti principali.

In breve:

  • I consumi nel mondo: le tendenze dei principali paesi consumatori di vino
  • L’impatto del COVID19 sul settore del vino: le maggiori tendenze emerse
  • Chi ne ha tratto un vantaggio e chi no?
  • Quali sono le nuove opportunità?

I consumi nel mondo: le tendenze dei principali paesi consumatori di vino

A livello mondiale, la tendenza dei consumi (secondo una stima) risulta globalmente in calo con -3%, ovvero 234 milioni di ettolitri. I primi cinque paesi consumatori di vino sono rispettivamente USA, Francia, Italia, Germania e Regno Unito. A fronte di forti variazioni che riguardano quest’anno per via del COVID, come sottolinea l’OIV, si devono prendere in considerazione: “fattori quali le abitudini nazionali di consumo (peso del vino

rispetto al totale delle bevande alcoliche, peso del canale Ho.Re.Ca., ecc.), la durata e la severità delle misure di lockdown e delle politiche associate, quali i divieti di vendita, e il peso del turismo sul consumo di vino nazionale.

Le tendenze in aumento

Da grande fuoriclasse, l’Italia ha registrato un consumo del 7,5% in più rispetto al 2019, vale a dire 24,5 milioni di ettolitri. I livelli di consumo in Italia, tuttavia, non si discostano molto da quelli della Francia, dove gli aperitivi via Skype non hanno avuto lo stesso successo. In Francia i dati restano stabili rispetto al 2019, con 24,7 milioni di ettolitri. Lo stesso è successo negli Stati Uniti, con 33,0 milioni di ettolitri, come nel 2019, confermando la sua posizione a livello mondiale come il paese che consuma più vino in assoluto. In Sud America, il consumo complessivo di vino è aumentato nel 2020 rispetto al 2019. In Argentina, il consumo di vino è cresciuto del 6,5% con 9,4 milioni di ettolitri rispetto al 2019. Il Brasile ha registrato la più alta percentuale di consumo dal 2000, con 4,3 milioni di ettolitri nel 2020 (+18,4%/2019). In Cile, infine, si è registrato un consumo di vino pari a 1,8 milioni di ettolitri nel 2020.

Le tendenze in calo

Al contrario, la Spagna ha consumato 9,6 milioni di ettolitri nel 2020, cioè -6,8% rispetto al 2019. Allo stesso modo, nel 2020, il consumo di vino è calato in paesi come il Portogallo (4,6 milioni di ettolitri, -0,6%/2019), la Romania (3,8 milioni di ettolitri, -19,%/2019), il Belgio (2,6 milioni di ettolitri, -3,1%/2019), la Svezia (2,2 milioni di ettolitri, -2,3%/2019) e l’Ungheria (1,9 milioni di ettolitri, -10,2%/2019). Con un calo del 19,5% rispetto al 2019, il Sudafrica (3,1 milioni di ettolitri) ha registrato il consumo di vino più basso degli ultimi 20 anni. Qual è la causa? Le vendite locali di alcolici sono state vietate (comprese le vendite online) per 14 settimane durante il confinamento.

L’impatto del COVID19 sul settore del vino: le maggiori tendenze emerse

Nel 2020, si è venduto un po’ meno vino nel mondo (105,8 milioni di ettolitri, cioè -1,7%/2019). L’indicatore più importante riguarda il valore, in calo del -6,7%/2019, ovvero 29,6 miliardi di euro. “I vini premium sono quelli che hanno maggiormente sofferto delle chiusure dei ristoranti e delle sale di degustazione, mentre i grandi produttori, che detengono il canale off-premise con controparti della grande distribuzione, hanno ottenuto buoni risultati”, secondo la OIV.

Chi ne ha tratto un vantaggio e chi no?

I vini spumanti sono stati i più colpiti, soprattutto gli champagne, che sono associati a occasioni di festa. Gli unici che se la sono cavata bene sono stati i prosecchi. In termini di formato, le vendite di vini bag-in-box sono aumentate notevolmente. Anche se i BIB continuano a crescere parecchio, il loro volume totale rimane basso.

Quali sono le nuove opportunità?

Usando la parola chiave « resilienza« , Pau Roca, direttore generale dell’OIV, ricorda che « per i produttori di vino esiste, e continuerà a esistere, la necessità di adattarsi alla diversificazione dei mercati e dei canali di distribuzione ». La chiusura totale o limitata di caffè, hotel e ristoranti (CHR) è stata parzialmente compensata da un aumento delle vendite di vino tramite l’e-commerce e la grande distribuzione. Resilienza significa adattamento. Così facciamo tutti, a seconda del settore e del nostro ruolo. Per lui, « solo coloro in grado di adattarsi continuamente rimarranno in piedi ». Le nuove opportunità da sviluppare richiedono una diversificazione, a partire dal consumo. Tra gli altri obiettivi, l’OIV sta lavorando per convertire il vino in un prodotto di consumo più universale.

Anne Schoendoerffer

Fonte : https://www.oiv.int/en/oiv-life/2020-a-year-of-resilience

Il rosato, un colore alla moda

Con l’arrivo della primavera, il vino rosato sta diventando sempre più popolare a tavola. Fino a poco tempo fa, il vino di questo colore era considerato qualitativamente mediocre, mentre oggi, invece, sta acquistando importanza e trova sempre più spazio in ogni stagione dell’anno. Tanto che, tra il 2002 e il 2018, il consumo mondiale di vino rosato è aumentato del 40%. Chi è solito consumarlo? Come si presenta il prodotto? Quali prospettive si aprono? …Scopriamo insieme questo nuovo colore di tendenza.

Sommario

  • Un aumento esponenziale del consumo
  • Chi consuma la maggioranza del vino rosato nel mondo?
  • Una produzione che si adatta al colore rosato.
  • Perché questo successo?
  • Ogni coltura ha la sua tonalità di rosato
  • Quali sono i prezzi?
  • I rosati iconici e i rosati di terroir

Un aumento esponenziale del consumo

Sulla base degli ultimi dati disponibili, resi noti nel 2020 dall’Osservatorio mondiale del vino rosato (CIVP / FranceAgriMer), il consumo mondiale di vini rosati è passato da 18,3 milioni di ettolitri nel 2002 a 25,6 milioni di ettolitri nel 2018. Si tratta di un aumento del 40% in 17 anni! Ha raggiunto un livello record nel 2018, con un salto del 9% in quell’annata rispetto al 2017. In confronto, il consumo di vino fermo dei 3 colori (rosso, bianco e rosato) è aumentato solo del 5% nello stesso periodo.

Chi consuma la maggioranza del vino rosato nel mondo?

La Francia è il principale consumatore di questo tipo di vino, con il 34% del consumo mondiale. Gli Stati Uniti stanno registrando un aumento notevole nel consumo di vino rosato, con una percentuale pari al 20% del consumo mondiale. La Germania si trova al terzo posto.

Una produzione che si adatta al colore rosato

Si è registrato un bilancio di produzione e consumo in positivo nel 2018, per la prima volta a partire dal 2014 (la produzione di rosato era inferiore rispetto ai consumi). A livello mondiale, i leader di mercato sono la Francia con il 20% della produzione, gli Stati Uniti con il 19%, la Spagna con il 17%, l’Italia con il 9% e il Sudafrica con il 5%.

Per soddisfare questa domanda crescente, alcuni produttori francesi hanno deciso di orientarsi verso il rosato. È il caso delle AOC di Languedoc che, nel 2015, hanno messo in commercio il 12% dei rosati, per arrivare nel 2018 al 18%. Questo equivale a un aumento del 9%.

Perché questo successo?

Già nel 2017, durante la fiera vinisud di Montpellier, Sarah Abbott, Master of Wine 2008 (il diploma più prestigioso nel mondo del vino) ha dichiarato: « Bere vini rosati è diventato molto popolare in diversi paesi. Sui social network, l’hashtag #drinkrosé vanta 6 milioni di utenti negli Stati Uniti. Questa partecipazione ha permesso al vino rosato di essere associato allo stile di vita e alla dieta mediterranei ». La semplicità cromatica, la leggerezza e anche la piacevolezza contribuiscono a questa tendenza.

Ogni coltura ha la sua tonalità di rosato

I francesi preferiscono i vini rosati dai toni chiari e poco sostenuti. Gli italiani e gli spagnoli apprezzano i rosati più scuri. Agli anglosassoni piacciono i toni intermedi, di un rosa marcato.

Quali sono i prezzi?

I vini rosati di alta gamma destinati all’esportazione provengono principalmente dalla Francia (3,50 €/75cl, prezzo IVA esclusa). La Spagna occupa invece un posto preponderante nella fascia economica (0,75 €/75cl, prezzo IVA esclusa). In compenso, il volume delle esportazioni di vini rosati italiani è in calo, anche se il prezzo medio dei rosati italiani tende a salire, raggiungendo i 2,30 €/75cl (prezzo IVA esclusa). Questo è uno dei punti di forza del rosato: è un vino accessibile, con un buon rapporto qualità/prezzo.

I rosati iconici e i rosati di terroir Si stanno affermando due diverse tendenze, ovvero i vini rosati iconici, che possono essere apprezzati tutto l’anno, e i vini di terroir, con una bella sostanza. Ad esempio, la vendita di Clos du Temple (AOP Languedoc Cabrières) al costo di 190€, ad opera del commerciante di vini di Languedoc, Gérard Bertrand, è una dimostrazione del valore dei vini di fascia molto alta. È una bottiglia che rompe gli schemi tradizionali dei rosati, mettendo in risalto un vino iconico, senza tempo e dal grande valore gastronomico. Quello che fino a poco tempo fa era considerato un « vino di scarsa qualità, inferiore, che dava mal di testa e doveva essere bevuto in fretta, oggi è considerato come un vino buono, leggero e fresco, con un aroma di fiori e frutta fresca, adatto a tutte le occasioni e durante tutto l’anno », come sottolinea Nathalie Caumette, presidente della denominazione Faugères, recentemente eletta presidente della nuova associazione internazionale « Rosés de Terroirs » (composta dalle AOC Tavel, Bandol, Côtes de Provence, Côtes de Toul, Costières de Nîmes, Faugères, Rosé-des-Riceys e Bardolino Chiaretto). Le cantine dei « Rosés de Terroir » rappresentano una nuova era che vede il rosato come un vino a pieno titolo e non più come un elemento di contorno. Ricordiamo che l’annata 2019 di questi vini di terroir sono molto buoni da degustare nel 2021. Spargete la voce!

Anne Schoendoerffer

Fonti : Observatoire du Rosé CIVP / FranceAgriMer, 2020 ,CIVL, AOC Faugères, Anne Schoendoerffer

Quali sono le tendenze di consumo di vino nel mondo?

La Francia è il secondo paese al mondo per consumo di vino, dopo gli Stati Uniti e prima dell’Italia. Più di 3,5 miliardi di bottiglie sono state consumate nel 2019. Eppure, in non più di cinquant’anni, il consumo di vino nel paese si è ridotto al 50%. Il vino ha assunto una valenza culturale e un ruolo di prodotto di consumo occasionale. Nonostante questo, si tratta comunque della bevanda alcolica più amata dai francesi. Diamo uno sguardo alle tendenze di consumo riposrtate alla decima edizione del barometro Sowine* / Dynata 2021.

In breve:

  • Tendenze: i francesi e il vino
  • Tendenze: i francesi e il vino biologico
  • Tendenze: i francesi e il digitale
  • Tendenze: i francesi e il no-low

Tendenze: i francesi e il vino

L’ultimo barometro Sowine/Dynata 2021 rileva che i francesi sono sempre più attratti dal mondo del vino: due su tre si dichiarano interessati e uno su due afferma di essere un vero amante del vino. D’altra parte, la parte di individui che non consumano vino sta gradualmente diminuendo (11%, una diminuzione di 5 punti), mentre la quella relativa ai forti consumatori, che bevono vino una o più volte alla settimana, raggiunge il 50%, rispetto al 36% del 2019. Per coloro che sono coinvolti nel settore del vino, le cifre pubblicate dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) sono una buona notizia. Il consumo francese è sceso da 100 litri per abitante all’anno nel 1975 a 49,5 litri all’anno per abitante di età superiore a 15 anni nel 2019 (OIV, 2020).

Tendenze: i francesi e il vino biologico

Il vino biologico si è già consolidato come un’ abitudine di consumo tra i francesi e continua a registrare nuovi appassionati che si uniscono al gruppo. Questa evoluzione verso l’alto si conferma con più forza tra le persone sotto i 25 anni, che costituiscono il 71% di coloro che controllano che il vino sia biologico al momento dell’acquisto.  Per quanto riguarda gli intenditori, l’85% di loro verifica la presenza di un marchio prima di effettuare l’acquisto. D’altra parte, la percentuale di francesi che non comprano mai vino biologico sta diminuendo del 21%. Sowine nota quanto segue: « questo rapporto subisce un calo di -13 punti rispetto al 2019 ».

Tendenze: i francesi e il digitale

Il 2020 è stato un anno in cui il digitale ha costituito il fulcro della vita dei cittadini confinati e collegati alla rete. Nel mondo del vino, secondo il barometro, lo shopping online è in piena espansione: la percentuale degli acquirenti è passata dal 31%, nel 2019, al 46%, nel 2020. Inoltre, il 69% dei clienti online dispone di un budget superiore alla media per i propri acquisti online, vale a dire più di 10 euro a bottiglia. Il 30% di coloro che hanno acquistato vino online, lo ha fatto principalmente per conoscere nuove marche; il 23% ha acquistato vino per il consumo quotidiano e il 17% per sostenere i produttori. È sorprendente notare che il 29% dei francesi che comprano abitualmente vino online non lo faccia durante i periodi di confinamento.

Confinati e informati: questa è la tendenza che è emersa dalle interviste. Molti consumatori ricorrono a fonti di informazione online per compiere i propri acquisti. Lo fanno soprattutto tramite siti web (38%) e social network (37%). Il 28% segue gli influencer del vino e delle bevande alcoliche. Oltre un francese su due tra coloro che seguono questi account, dà particolare importanza ai consigli forniti dagli influencer. Inoltre, la metà dei grandi acquirenti di vino (quelli che comprano vino una o più volte alla settimana) dichiara di aver comprato in precedenza un vino suggerito attraverso i social network.

Tendenze: i francesi e il no-low

Uno degli argomenti che interessa anche gli attori del vino è quello del no-low che si riferisce ai vini analcolici o a bassa gradazione alcolica. Secondo il barometro, il 27% dei francesi dichiara di consumarli. Questa tendenza è più forte tra i 18-25 anni, con il 40% che afferma di farne uso, una cifra che scende a solo il 14% per i 50-65 anni. Tra le principali motivazioni dei consumatori di questi prodotti, troviamo: la cura della propria salute (41%), il desiderio di ridurre il consumo di alcol (41%), il gusto (35%) e il basso contenuto calorico (30%).

*Sowine studia le tendenze di consumo del vino tra i francesi da 10 anni. L’ultimo sondaggio Dynata per l’agenzia di consulenza di marketing e comunicazione è stato condotto a dicembre 2020, interessando 1005 francesi di età compresa tra i 18 e i 65 anni.     

Anne Schoendoerffer

Fonti : vinetsociete.fr, OIV, www.sowine.com