L’oro liquido esce dalla sua botte

Dopo una pausa necessaria, la Percée du Vin Jaune, nella regione francese del Jura, fa il suo grande ritorno a Lons-le-Saunier, il 31 gennaio e il 1° febbraio 2026. Tra entusiasmo popolare e crescente professionalizzazione, il Jura si prepara a svelare nuovamente il suo tesoro più prezioso, deciso a confermare il prestigio internazionale dei suoi vigneti.

Sommario:

• Un evento reinventato
• Quando la pazienza diventa un’arte
• Lasciare che il tempo faccia il suo corso
• Un millesimo di carattere
• Un arcipelago di sapori

Un evento reinventato

Sebbene sia il più piccolo della Francia per estensione, il vigneto del Jura è capace di scuotere in profondità la scena enologica nazionale. Dopo affluenze record – fino a 60.000 visitatori nel 2016 – la Percée du Vin Jaune, il tradizionale evento che celebra l’apertura delle prime botti di vin jaune, ha fatto una pausa nel 2025 per ripensare la propria organizzazione. A lungo sostenuta da appassionati volontari, l’associazione organizzatrice si è dotata di una responsabile eventi incaricata di coordinare le 28 commissioni di lavoro, permettendo così ai viticoltori di concentrarsi sul cuore del loro mestiere e a Victor Feuvrier di assumere con serenità il ruolo di ambasciatore 2026. “Succedere a figure come Pierre Rolet o Georges Vandelle è un immenso onore e un’esperienza tanto arricchente quanto inaspettata”, confida Feuvrier.  Viticoltore, vicepresidente del caveau dei Byards a Le Vernois e cavista, Feuvrier vede nella Percée molto più della semplice scoperta di un nuovo millesimo: “Il pubblico cerca un’esperienza completa: un vino, una festa, una storia, un territorio”. Moltiplicando le animazioni e cambiando regolarmente sede, “la Percée si è aperta a un pubblico più ampio e più giovane”, raccontando a ogni edizione un villaggio e un terroir diversi, con un’ambizione che resta immutata: “far venire voglia di tornare”.

Quando la pazienza diventa un’arte

Al centro di questa celebrazione si trova il “vino dei re e re dei vini”. Ottenuto esclusivamente dal vitigno Savagnin, il vin jaune rappresenta una minima parte della produzione del Jura, ma brilla come un lingotto sul fondo del bicchiere. Quattro sono le denominazioni autorizzate a produrlo: Château-Chalon, Arbois, Côtes-du-Jura e l’Étoile. Sulle sue origini circolano due racconti: quello di un viticoltore distratto che, anni dopo, riscoprì il contenuto trasformato di una botte dimenticata; oppure quello delle badesse di Château-Chalon cui si attribuisce l’elaborazione del metodo di affinamento sotto velo. Una cosa è certa: il vin jaune, è una vera scuola di pazienza.

Lasciare che il tempo faccia il suo corso

Il vino bianco, vinificato in modo tradizionale, viene messo in botti di legno per almeno sei anni e tre mesi. Il viticoltore non pratica la colmatura, ovvero non aggiunge vino per compensare l’evaporazione naturale. Sulla superficie si forma così un velo di lieviti, una barriera biologica che protegge il vino dall’ossidazione e gli conferisce aromi complessi, in particolare di noce e mandorla tostata”, spiega Victor Feuvrier. Al termine di questo lungo processo di affinamento, la cosiddetta “parte degli angeli” ha prelevato il suo tributo: da 1 litro di nettare iniziale restano solo 62 centilitri, il volume esatto del clavelin, l’unico formato di bottiglia autorizzato per questo cru d’eccezione. Questo processo spiega il valore di un vino di alta gamma, generalmente proposto tra i 35 e i 40 euro a bottiglia. Da qui l’importanza della divulgazione: “Molti visitatori ne hanno sentito parlare, ma non conoscono davvero il suo metodo di produzione. Poi, o affascina al primo assaggio, oppure lascia perplessi. Sta a noi spiegare che si tratta di un vino particolare, che non sempre si apprezza al primo assaggio. Va scoperto con calma e accompagnato nel modo giusto”.

Un millesimo di carattere

Questa 27ª edizione sarà dedicata alla percée, ovvero l’apertura di una botte da 228 litri del millesimo 2019. Un anno complesso, segnato da gelate primaverili e da un’estate difficile, che ha prodotto poco volume ma uve di grande qualità. Victor Feuvrier guarda a questa annata con entusiasmo: “Oggi otteniamo vin jaune molto equilibrati, con una bella persistenza e una notevole complessità al palato”. Le celebrazioni a Lons-le-Saunier promettono di essere all’altezza delle aspettative. Durante la tradizionale asta, una bottiglia del 1895 ricorderà la straordinaria capacità del vin jaune di attraversare i secoli senza perdere smalto. L’evento guarda anche alla modernità: un’applicazione mobile faciliterà la visita dei 47 caveau aperti al pubblico, mentre le sfide culinarie esalteranno gli abbinamenti gastronomici. A questo proposito, l’ambasciatore dell’evento ricorda che i classici – come un tagliere di formaggi regionali o una volaille di Bresse alle spugnole – restano intramontabili, ma il vin jaune sa anche sorprendere: “alcuni piatti esotici funzionano molto bene, in particolare le cucine speziate a base di curry.

Un arcipelago di sapori

Se il vin jaune è il faro che guida gli appassionati verso il Jura, non oscura certo la diversità dei suoi vigneti. “Svolge pienamente il ruolo di ambasciatore, anche a livello internazionale. Attira i visitatori e permette poi di accompagnarli alla scoperta di altre etichette”, osserva Victor Feuvrier. L’obiettivo è far conoscere l’intera gamma: dal Crémant du Jura, oggi sempre più apprezzato “grazie a una qualità nettamente migliorata nel corso dei decenni”, ai rossi leggeri, fino al Macvin, vino liquoroso simbolo della regione. “Sono sinceramente convinto che chiunque venga nel Jura non possa ripartire senza aver trovato un vino di suo gradimento”. Nel 2026 la regione celebrerà anche i 90 anni delle AOC Arbois e Château-Chalon: un’ulteriore occasione per svelare un patrimonio viticolo unico.

Florence Jaroniak

: © Les Ambassadeurs des Vins Jaunes

Per maggiori informazioni: www.percee-du-vin-jaune.com

www.jura-vins.com

Le cantinette per il vino – più smart che mai

Un tempo nascoste negli scantinati, le cantinette per il vino stanno finalmente uscendo dall’ombra, conquistando spazio nelle abitazioni private, nei negozi e nei locali. Grazie al design curato, alla tecnologia avanzata e ai nuovi utilizzi, sono diventate veri e propri elementi d’arredo. Non più semplici contenitori, oggi sono oggetti eleganti e funzionali, capaci di valorizzare e caratterizzare ogni ambiente.

 

Sommario:

  • Uno strumento che ha fatto strada
  • Dallo scantinato al soggiorno
  • Conservare, servire, gestire
  • Rivoluzione connessa
  • Il servizio del vino reinventato
  • Un piacere… e un mercato mondiale

Uno strumento che ha fatto strada

Cosa accomuna la cantinetta di ieri a quella di oggi? Una presa elettrica… e il know-how francese. Nel 1976, EuroCave lancia il primo armadio refrigerato capace di ricreare le condizioni di una cantina naturale: temperatura stabile, umidità controllata, oscurità, assenza di vibrazioni… Una svolta di cui parla Camille Syren, direttrice dei marchi del gruppo. “L’evoluzione del mercato rispecchia quella del rapporto con il vino. Con un consumo che privilegia il meno ma meglio, gli appassionati vogliono conservare e servire le loro bottiglie nelle condizioni ideali”. Oggi la cantinetta non è più riservata agli esperti: due francesi su tre dispongono di uno spazio dedicato al vino, e un terzo di chi ne è sprovvisto desidera crearlo. Il rispetto per il vino è la motivazione principale, più della mancanza di una cantina naturale, segno che l’armadio per il vino non è più una soluzione di ripiego.

Dallo scantinato al soggiorno

Da oggetto puramente funzionale, la cantinetta è diventata un vero elemento d’arredo, simbolo dell’arte di vivere. “Design, illuminazione, silenziosità e finiture contano sempre di più, e la maggior parte delle vendite riguarda modelli con porte in vetro”, sottolinea Syren. Il boom delle versioni da incasso conferma la tendenza: “oggi rappresentano il 30% del mercato, contro il 7% del 2015, e trovano posto nei soggiorni come acquisto di prestigio”, aggiunge Alyette Lefèvre, product manager di Frio. Anche la progettazione si è evoluta: formati da incasso, altezze ottimizzate e maggiore integrazione estetica. Oggi le cantinette “mostrano tanto quanto conservano”. Gli armadietti di servizio, più accessibili, dominano il mercato: il 75% delle vendite in Francia e il 90% a livello internazionale.

Conservare, servire, gestire

Anche gli utilizzi si moltiplicano: “Le cantinette non servono più solo per l’invecchiamento, ma anche per conservare i vini per qualche settimana e portarli alla temperatura ideale di degustazione. Da qui il successo dei modelli multitemperatura”, spiega Syren. Le capacità vanno da 12 a oltre 300 bottiglie, con un’ulteriore sfida: accogliere formati sempre più diversi – Borgogna, Champagne, etichette internazionali, magnum e mezze bottiglie.

I ripiani sono stati ripensati proprio per adattarsi a questa diversità, garantendo stabilità e conservazione ottimale”. Un’altra priorità è l’efficienza energetica: “Le porte in vetro, meno isolanti di quelle piene, richiedono soluzioni avanzate su elettronica, illuminazione, compressori e qualità dei vetri, coniugando estetica e prestazioni”.

Rivoluzione connessa

Il digitale apre una nuova era. L’Ecellar di La Sommelière, lanciata nel 2021, automatizza la gestione grazie a ripiani connessi e all’app Vinotag: “Basta fotografare l’etichetta: il vino viene riconosciuto e localizzato virtualmente; la cantina ne rileva poi gli spostamenti, aggiorna l’inventario e segnala quali bottiglie consumare per prime”, riassume Lefèvre. L’app, utilizzata da 80.000 utenti, sta integrando l’intelligenza artificiale per suggerimenti su abbinamenti cibo-vino, statistiche, schede delle aziende vinicole e persino una “chat” che offre consigli come un sommelier personale. Altre innovazioni, meno visibili ma fondamentali, riguardano la riduzione delle vibrazioni, la diminuzione dei consumi e i ripiani multi-formato. “Il nostro obiettivo è offrire progressi realmente utili alla conservazione, mantenendo qualità e durata in un’epoca di rapida obsolescenza degli oggetti”, sottolinea Syren.

Il servizio del vino reinventato

Nella ristorazione, la cantinetta migliora l’esperienza del cliente. “Andare al ristorante significa godersi un momento speciale. I professionisti investono in attrezzature che mettono in risalto il vino, migliorano l’offerta e aumentano lo scontrino medio”, spiega Syren. Il servizio al bicchiere segue questa tendenza, con cantinette dedicate alla conservazione delle bottiglie aperte tramite ripiani specifici o sistemi antiossidanti. Il boom dell’enoturismo spinge anche produttori e hotel a dotarsi di cantinette, che in alcuni casi sostituiscono il minibar. Nascono inoltre segmenti specifici, come le cantinette per champagne, molto richieste da maison e club privati. Le innovazioni professionali rispondono a esigenze concrete: “contattori per spegnere i ventilatori in caso di aperture frequenti, ripiani scorrevoli per velocizzare il servizio, presentazione «label view» per identificare le bottiglie a colpo d’occhio e piastre rinforzate per resistere alle chiusure con il piede. Ergonomia e robustezza sono fondamentali”, sottolinea Lefèvre.

Un piacere… e un mercato globale

La Francia rimane un mercato maturo e continua ad essere il più grande al mondo, con 250.000 vendite l’anno per un valore di 50 milioni di euro. Ma la crescita si sta spostando verso Stati Uniti, India ed Emirati Arabi Uniti. “La presenza di numerosi marchi, spesso prodotti in Cina, amplia la gamma di prezzo. La nostra forza risiede nel know-how riconosciuto dal marchio Entreprise du Patrimoine Vivant”, ricorda Syren. “Rispetto ai generalisti, la nostra specializzazione ci conferisce un peso maggiore”, aggiunge Lefèvre. Tra design e alta tecnologia, made in France o meno, le cantinette si affermano su un mercato globale da 3,2 miliardi di dollari, con una crescita attesa del 5,1% entro il 2034. Un acquisto edonistico, destinato a conquistare generazioni di nuovi appassionati.

Florence Jaroniak, © Frio

Per saperne di più:

https://www.ipsos.com/fr-fr/comment-les-francais-conservent-ils-leur-vinhttps://www.gminsights.com/fr/industry-analysis/wine-cellar-market

Il Médoc aggiunge il bianco alla sua gamma

Le prime bottiglie di AOC Médoc bianco arriveranno sulle tavole il prossimo aprile. Con questa perla rara, i viticoltori si cimentano in un’arte delicata: creare un vino luminoso in un terroir storicamente dedicato ai rossi. Una rivoluzione tranquilla nata dal passato e proiettata verso il futuro.

Sommario:

  • Un riconoscimento, non un’invenzione
  • Uno stile tutto suo
  • Una denominazione esigente e responsabile
  • Pionieri all’opera
  • Un impulso collettivo che conquista la rive droite

Un riconoscimento, non un’invenzione

Dopo decenni dominati dal rosso, la penisola del Médoc ritrova oggi riflessi più chiari. La denominazione AOC Médoc blanc, ufficialmente riconosciuta il 5 agosto 2025, consacra in realtà una produzione storica. “I viticoltori che producevano vino bianco desideravano vederne riconosciuta e tutelata l’identità. La denominazione garantisce ora tracciabilità totale e un controllo sistematico prima della commercializzazione”, spiega Hélène Larrieu, direttrice dell’ente di tutela e gestione (ODG) Médoc, Haut-Médoc e Listrac-Médoc. Prodotti nel Médoc fin dal XVIII secolo, i bianchi raggiunsero i 16.000 hl nel 1929, prima di essere progressivamente eclissati dai rossi. Per anni furono comunque commercializzati con la denominazione comunale, finché negli anni Sessanta l’INAO (Istituto nazionale dell’origine e della qualità) pose fine a questa tolleranza, costringendo i produttori a ricorrere alla denominazione AOC Bordeaux blanc. La loro rinascita si inserisce in un più ampio percorso di riaffermazione identitaria, parallelo alla certificazione del Parco Naturale Regionale del Médoc nel 2019. “I viticoltori hanno preso coscienza del fatto che le loro otto denominazioni formavano un insieme coerente, profondamente legato a un terroir singolare”, sottolinea Hélène Larrieu.

Uno stile tutto suo

Il progetto, avviato nel 2017, si è nutrito di un censimento delle pratiche viticole ed enologiche, di riflessioni sui nuovi vitigni, di analisi del potenziale commerciale e di degustazioni alla cieca. “Le differenze sono apparse chiare”, osserva Larrieu. “Sottoposti alla doppia influenza dell’Oceano Atlantico e dell’estuario della Gironda, i Médoc bianchi si distinguono per tensione e mineralità”. I vitigni del Bordolese – Sauvignon blanc, Sémillon, Sauvignon gris e Muscadelle – offrono qui “un’espressione singolare, con note esotiche e agrumate”. Un altro tratto distintivo è l’affinamento in legno. “Obbligatorio per almeno il 30% del lotto, è già praticato dal 90% dei produttori. La vinificazione in barrique, spesso seguita da un affinamento sui lieviti, dona rotondità, corpo e complessità aromatica senza eccessi di legno.”

Una denominazione esigente e responsabile

Resa limitata a 55 hl/ha, affinamento presso il vinificatore almeno fino al 31 marzo dell’anno successivo alla vendemmia, imbottigliamento esclusivamente in vetro e controllo gustativo prima della messa in bottiglia: i criteri sono definiti. Il disciplinare include anche rigorosi requisiti ambientali, come il divieto di diserbo totale e l’obbligo di certificazione ambientale. “Non si tratta di imporre nuovi vincoli, ma di valorizzare ciò che molti viticoltori già praticavano”, precisa Larrieu. “Abbiamo integrato il loro impegno sostenibile nel patrimonio collettivo”. Inoltre, sei Varietà di Interesse per l’Adattamento – alvarinho, liliorila, viognier, sauvignac, floréal e souvignier gris – possono completare il vitigno, prefigurando una progressiva apertura alla diversità. Dei 250 ettari di uve bianche piantati nel Médoc, 40 sono coltivati con varietà diverse da quelle tradizionali: “un vero terreno di sperimentazione che permetterà di valutare il comportamento di questi vitigni nelle condizioni del Médoc e in contesto di cambiamento climatico”.

Pionieri all’opera

A Saint-Germain-d’Esteuil, lo Château Castera, Cru bourgeois supérieur, è stato tra i principali promotori del progetto. “In passato la nostra tenuta produceva vino bianco, 900 hl nel 1922, la metà della produzione totale”, racconta Laura Sorin, direttrice della comunicazione. Reimpiantato nel 2016, un ettaro di Sauvignon blanc su suolo argilloso-calcareo ha dato vita alla cuvée Anthoinette. Vendemmia manuale, pigiatura a grappolo intero e sette mesi di affinamento in barrique ne definiscono lo stile, e la produzione rientrerà ora nell’AOC Médoc blanc. “Come molti altri produttori, svolgiamo un lavoro di grande precisione: questa produzione, che a regime interesserà due ettari, richiede la stessa attenzione dedicata ai nostri 60 ettari di rosso”, sottolinea Sorin. Per negozianti e sommelier, la nuova denominazione esprime “la capacità del Médoc di rinnovarsi senza rinunciare alla sua esigenza di qualità”, con bianchi nitidi e spesso gastronomici. Seduce anche i privati, attratti da vini freschi ma identitari. “Il bianco permette di far riscoprire i nostri rossi a un pubblico rimasto talvolta ancorato a vecchi cliché, collegandolo all’evoluzione del loro profilo”, aggiunge Laura Sorin.

Un impulso collettivo che conquista la rive droite

Settanta aziende agricole potrebbero rivendicare circa 170 ettari, meno del 2% del vigneto del Médoc. Pur restando una produzione di nicchia, il Médoc blanc invia un segnale forte in un contesto vitivinicolo complicato. “Questa denominazione porta nuova energia alle squadre: una boccata d’aria fresca, radicata nel territorio e nella storia, prima ancora che in strategie di marketing. Non è una moda passeggera, ma il risultato di un lavoro collettivo ancorato alla tradizione e proiettato verso il futuro, grazie a strumenti moderni e a una maggiore padronanza tecnica”, conclude Sorin. Il movimento ispira già la rive droite: a Saint-Émilion, il 71% dei viticoltori consultati quest’estate dal Conseil des vins si è dichiarato favorevole alla creazione di una denominazione di bianco, l’82% sostiene l’idea di una AOC Lussac-Saint-Émilion blanc e l’85% di una AOC Puisseguin-Saint-Émilion blanc. Il Médoc ha aperto la strada e dimostra, come scriveva il grande enologo Émile Peynaud, che “nulla è più moderno, in fondo, della tradizione del Médoc”.

Florence Jaroniak.

© CHATEAU_CASTERA_Web©ClaudeClin-1061008

Le vigne tornano a mettere radici in città

Dal Clos Montmartre alle parcelle del Palazzo dei Papi ad Avignone, la vite sta tornando a crescere nel cuore delle città. Simbolo di patrimonio vivente, di legame sociale e di ecologia, queste micro-parcelle ridanno spazio – e senso – alla viticoltura urbana.

Sommario:

  • Montmartre, il cuore ribelle della vigna parigina
  • Un laboratorio a cielo aperto
  • Avignone, il vigneto storico
  • Un movimento in piena espansione
  • Una rinascita culturale ed ecologica

Montmartre, il cuore ribelle della vigna parigina

Dall’8 al 12 ottobre, tra degustazioni e gruppi folcloristici, Parigi ha celebrato la tradizionale Fête des Vendanges del Clos Montmartre, una delle feste più amate della capitale, capace di richiamare ogni anno oltre 500.000 visitatori.

Fin dalla prima edizione del 1934, sotto il patrocinio di Mistinguett e Fernandel, fu un successo straordinario! All’epoca si trattava piuttosto di una festa dell’uva, poiché la vinificazione è iniziata solo nel 1953”, ricorda Éric Sureau, presidente del Comitato delle Feste e delle Azioni Sociali del 18° arrondissement, responsabile del Clos. “Oggi come allora, la nostra vigna rappresenta la condivisione e la solidarietà di Montmartre: le 2.400 bottiglie prodotte ogni anno finanziano iniziative sociali del quartiere e perpetuano lo spirito ribelle e solidale di questo luogo unico”.

Un laboratorio a cielo aperto

Dietro questa immagine da cartolina, si nasconde un vero e proprio laboratorio urbano. Le 1.800 viti coltivate a 130 metri di altitudine richiedono una gestione meticolosa: “Esposte a nord, circondate da edifici e piantate in un terreno leggero e gessoso, crescono in condizioni tutt’altro che facili. In linea con la politica della città, la sfida principale consiste nel bandire i trattamenti fitosanitari, particolarmente visibili e controversi in ambiente urbano”, osserva Sylviane Leplâtre, enologa del Clos.

Negli ultimi dieci anni, per garantire la sostenibilità della vigna, sono stati introdotte varietà più resistenti: impossibile, infatti, estirpare in un colpo solo un vigneto tanto visitato. Calice, Divico, Muscat bleu, Cabernet Jura, Pinotin e Monarch sono stati importati dalla Svizzera e da altri paesi. “La loro qualità gustativa supera quella degli ibridi produttori diretti del dopo fillossera, di cui è stata comunque conservata una fila in memoria del passato. Negli anni più soleggiati, la maturità raggiunge i 12°, offrendo un rosso fruttato e un rosé molto ricercato”.

Avignone, il vigneto storico

Nel cuore del Palazzo dei Papi, sorge un vigneto unico: l’unico in Francia con denominazione di origine controllata situato entro le mura cittadine, e in un sito classificato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. “Piantata nel 1997, la vigna ha dato la sua prima annata nel 2000, anno in cui Avignone fu Capitale Europea della Cultura. Oggi la parcella, composta da 544 ceppi appartenenti a dodici varietà delle Côtes du Rhône, è una vera vigna a tutti gli effetti: coltivata con metodo ragionato e con l’obiettivo di ottenere la certificazione francese Alta Valenza Ambientale”, spiega David Bérard, presidente dei Compagnons des Côtes-du-Rhône, che ne curano la manutenzione insieme al liceo viticolo di Orange e ai servizi del verde pubblico della città. “Questi ultimi, molto coinvolti, sperimentano diversi tipi di pacciamatura, consapevoli che coltivare una vigna in città significa prendersi cura di una micro-parcella”. Ogni anno, un viticoltore dei Compagnons si occupa della vinificazione di questa produzione limitata, poi donata ad associazioni benefiche. “Vorremmo che queste viti urbane fossero adottate da persone di tutto il mondo”, confida Bérard – un modo per rafforzare il legame tra la città, il territorio e identità delle Côtes-du-Rhône.

Un movimento in piena espansione

Il successo di Montmartre ha ispirato nuove iniziative in tutta Europa. “Nel 2019, il viticoltore torinese Luca Balbiano ha fondato l’Urban Vineyards Association (UVA), una rete internazionale che oggi riunisce una cinquantina di vigneti urbani in venti paesi e che lavora al loro restauro, alla valorizzazione culturale e alla promozione turistica ”, racconta Éric Sureau, vicepresidente dell’organizzazione.

In Francia, il movimento si consolida con la nascita della Société des Vignes Urbaines de France, promossa da Montmartre, Lione e Avignone: “Condivideremo esperienze, pratiche sostenibili e idee per nuove piantagioni”, annuncia Bérard. L’associazione, che conta già venticinque membri, verrà ufficialmente presentata il 19 novembre durante il Congresso dei sindaci di Francia a Parigi, con il sostegno del gruppo NGE, che ha creato una filiale Paysage per integrare la vite nei progetti di paesaggio urbano.

Una rinascita culturale ed ecologica

In fondo, cosa c’è di più naturale? Nel Medioevo, quasi ogni città possedeva il proprio vigneto, spesso legato ai monasteri, come accadeva a Montmartre. Poi, con l’avanzare dell’urbanizzazione nel XIX secolo, le vigne sparirono. Oggi, stanno rinascendo trasformandosi in spazi di cultura, biodiversità e partecipazione civica. “Per le comunità, i vigneti urbani sono al tempo stesso un simbolo e uno strumento educativosottolineaLeplâtre. “Raccontano la storia, l’ecologia e convivialità dei luoghi”.

Bérard aggiunge: “Oltre al loro valore culturale, queste vigne rappresentano una produzione agroalimentare pienamente integrata al tessuto urbano. Preservano varietà storiche, offrono giardini e nicchie di biodiversità e contribuiscono alla resilienza ecologica delle città, agendo come pozzi di carbonio e limitando l’artificializzazione del suolo”.

Da Parigi ad Avignone, la vite torna così a intrecciare radici e relazioni. Non è un gesto di nostalgia, ma un segno di rinascita: un filo verde che unisce passato e futuro, cultura e sostenibilità.

Florence Jaroniak, © : Compagnons des Côtes-du-Rhône

Per maggiori informazioni:

Il ritorno in auge di un contenitore millenario

A lungo oscurata dalla botte, l’anfora è tornata protagonista nelle cantine moderne. Materiale naturale, forme variegate, filosofia di intervento minimo: questo contenitore millenario conquista i viticoltori alla ricerca di autenticità e precisione.

Sommario:

  • Una storia lunga 6000 anni
  • Un soffio di purezza
  • Contenitori dai profili diversi
  • Una nicchia che si afferma
  • Quando tradizione fa rima con innovazione

Una storia lunga 6000 anni

Slanciata, con due manici e un corpo elegante, l’anfora nasce nel Vicino Oriente già nel IV millennio a.C. Intorno al 1500 a.C., viene adottata dai Fenici per i loro commerci e, più tardi, gli Antichi Romani la consacrano come contenitore ideale per trasportare il vino lungo tutto l’impero. Ogni recipiente portava un segno distintivo – forma, timbro o marchio: una sorta di tracciabilità ante litteram! Ma l’anfora non era solo un mezzo di trasporto. La sua porosità, regolata con rivestimenti in resina, e la chiusura in sughero sormontata da un secondo tappo in argilla o pozzolana, garantivano una conservazione ottimale del vino. Abbandonata con l’avvento della botte, oggi ritrova nuova vita.

Un soffio di purezza

Le anfore, o meglio le giare e i loro derivati, attraggono soprattutto le aziende biologiche o biodinamiche, poiché rispondono a una filosofia di vinificazione e affinamento che punta a preservare il frutto, utilizzare materiali naturali e sostenibili, e limitare al minimo gli interventi, riducendo olimitando l’uso di additivi”, spiega Volga Voronovskaïa, Responsabile Comunicazione di V&T Amphores, società di Gradignan (33) specializzata nella selezione, nello sviluppo e nella distribuzione di questi contenitori. Per Maxence Weck, viticoltore a Gueberschwihr con una tradizione familiare che risale al 1696, la microossigenazione naturale dell’anfora conferisce al vino “un’onestà e una purezza sorprendenti”. Nella sua cantina utilizza modelli in gres, “meno porosi e più resistenti della terracotta”, per vinificare separatamente le uve provenienti da parcelle e terroir specifici. “Abbiamo scelto una versione da 500 litri per il Grand Cru Florimont e una da 1.000 litri per il Grand Cru Hatschbourg. L’obiettivo è offrire una lettura diversa del territorio, anche attraverso vini di macerazione: un metodo da rosso applicato al bianco, che dà vita a sorprendenti vini arancioni”.

Contenitori dai profili diversi

Ogni materiale lascia un’impronta specifica. “La terracotta, più porosa, si presta ai vitigni potenti e ad affinamenti brevi; il gres, più neutro, valorizza i bianchi e i rossi raffinati e poco tannici; la ceramica tecnica, stabile e maneggevole, può integrare accessori come un rubinetto di degustazione”, precisa Voronovskaïa. Il granito, invece, quasi impermeabile e ricco di quarzo, “esalta i vini di ghiaccio o da lungo invecchiamento, preservandone freschezza e acidità”. Alcuni produttori scelgono i cugini dell’anfora: le tinajas spagnole o i kvevri georgiani, spesso interrati secondo la tradizione, che offrono altre dinamiche di fermentazione e affinamento. Fondamentali sono anche le forme e i volumi: giare bombate, uova verticali o orizzontali, dolia più arrotondate e strette alla base. Ogni silhouette influenza i movimenti di convezione e la sospensione delle fecce, vere alleate naturali della stabilità e della struttura del vino.

Una nicchia che si afferma

Per adattarsi alle esigenze contemporanee, l’anfora integra oggi accessori pratici, ma rimane fragile, costosa e impegnativa da gestire. “Il limite principale è la dimensione”, osserva Weck. “Perfetta per le microvinificazioni e per parcelle selezionate, diventa troppo pesante e complessa se estesa a un intero vigneto”. L’investimento, certamente elevato, si ammortizza nel tempo: un’anfora ben mantenuta accompagna il viticoltore per tutta la vita, a patto di proteggerla dagli sbalzi termici e di mantenerla pulita con cura. La gestione dell’ossigeno, inoltre, richiede attenzione e esperienza. Per questo motivo l’anfora si afferma sempre di più come una scelta tecnica consapevole, spesso destinata a cuvée di alta gamma, in abbinamento a barrique e acciaio inox. “Non è una moda passeggera”, sottolinea Voronovskaïa: “I più convinti la adottano come strumento principale, altri la sperimentano su alcune cuvée”. In entrambi i casi, le degustazioni comparative lo dimostrano: sulla stessa annata, le differenze tra anfora, barrique e acciaio inox risultano evidenti.

Quando tradizione fa rima con innovazione

I vini da anfora affascinano soprattutto i nuovi consumatori, ma riescono a sorprendere anche la clientela tradizionale. “Molti associano spontaneamente le giare ai Romani. Incuriositi, li provano. E spesso restano piacevolmente sorpresi: un Gewurztraminer, ad esempio, che ci si aspetterebbe dolce, in anfora diventa secco, teso e aromatico, con una potenza inaspettata”, racconta Weck. Se l’anfora richiede alcune precauzioni d’uso, apre però nuove possibilità creative. “Il miglior consiglio, conclude Voronovskaïa, è provare. L’esperienza alla fine convince sempre”. Così, l’anfora torna a essere un ponte tra passato e futuro: un’eredità antica capace di generare vini contemporanei, ricordando che l’innovazione, nel mondo del vino, nasce sempre dal dialogo con la tradizione.

Florence Jaroniak.

© : V&T Amphores.

Per maggiori informazioni:

https://archeologie-vin.inrap.fr/Archeologie-du-vin/Histoire-du-vin/Antiquite-Culture-et-societe

https://www.museecapdagde.com/le-musee/departement-navigation-antique/amphores

Un’etichetta per i vini custodi del fuoco sacro

I vini vulcanici hanno finalmente una loro bandiera. Con il marchio “Volcanic Origin”, l’Alvernia diventa l’epicentro di un riconoscimento mondiale che unisce rigore scientifico, terroir straordinari e uno storytelling capace di catturare l’immaginazione.

Sommario:

  • Filiera in ebollizione
  • L’Alvernia alla sorgente
  • In principio era la lava
  • Un’eruzione dei sensi
  • Una lettura geologica del vino
  • Un nuovo continente vitivinicolo

Filiera in ebollizione

E se il vino traesse la sua unicità dalle viscere della Terra? Dall’Etna ai Puys dell’Alvernia, le viti prosperano su terreni plasmati da antiche eruzioni. Ora questa identità si esprime in un label ufficiale: Volcanic Origin. Registrato all’INPI e presentato il 24 giugno a Clermont-Ferrand in occasione del Vinora Forum – il principale evento mondiale dedicato ai vini vulcanici – non è una trovata di marketing, ma una vera garanzia di autenticità. “Non è un’operazione pubblicitaria, ma un certificato di origine basato su un disciplinare rigoroso, che evita abusi e scorciatoie”, spiega Pierre Desprat, direttore di Desprat-Saint-Verny e vicepresidente di Vinora, ideatore dell’iniziativa. Per meritare il marchio, i vini devono contenere almeno l’85% di uve provenienti da terroir vulcanici certificati, identificati tramite mappatura geologica e analisi del suolo. Niente input artificiali, e ogni cuvée è sottoposta a un doppio controllo – interno ed esterno.

L’Alvernia alla sorgente

L’idea di Vinora nasce da un’assenza di riconoscimento, soprattutto di fronte a nomi affermati come Chablis o Meursault. “Non basta dire che un vino è buono o diverso: bisogna raccontare il perché”, sottolinea Desprat.

Il momento decisivo arriva con un acquirente del SAQ di Montreal: inizialmente disinteressato ai vini dell’Alvernia, cambia idea scoprendo la loro origine vulcanica. “Ho capito che avevamo un terroir eccezionale che non sapevamo valorizzare”.

Fondata sette anni fa da un gruppo di viticoltori, distributori e ricercatori, l’associazione Vinora si unisce nel 2019 all’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV) e, insieme alle università di Digione e Montreal, avvia un programma di ricerca. Tre studi più tardi, il verdetto è chiaro: i suoli vulcanici lasciano effettivamente una traccia nel vino e aumentano la resistenza delle viti.

In principio era la lava

Ma che cos’è, davvero, un terroir vulcanico? “Non esiste un solo tipo di suolo vulcanico, ma un’enorme diversità geologica”, spiega il geologo Charles Frankel. “Gabbro, scorie, pozzolana, pomice… tutte rocce nate dalla lava, porose e fratturate, che facilitano l’attecchimento delle radici e trattengono l’acqua. A Santorini, ad esempio, le viti crescono su pietra pomice frutto di un’eruzione avvenuta nel 1612 a.C. in un clima quasi desertico« . Alcune rocce si degradano in argille o peperiti – un mix di basalto e calcare – particolarmente ricchi di minerali, come accade in Alvernia. “Coltivare su un vulcano attivo è un po’ come giocare alla roulette russa”, ammette Frankel. “Ma i benefici superano i rischi: altitudine, esposizione, pendenza e microclimi fanno di questi luoghi un laboratorio a cielo aperto, ideale per affrontare il cambiamento climatico« .

Un’eruzione dei sensi

Riconoscere alla cieca un vino vulcanico? “Sarebbe pretenzioso”, confessa John Szabo, Master Sommelier e voce autorevole in materia. Eppure, alcuni tratti comuni esistono: “Sapidità, masticabilità e potenza”, riassume citando il sottotitolo del suo libro.

Frankel precisa: “Ogni vulcano ha plasmato i propri vitigni in una lunga co-evoluzione con l’uomo, come il Nerello Mascalese sull’Etna”. Persino sullo stesso vulcano, lo stile cambia: altitudine, esposizione e tecniche di vinificazione influenzano profondamente il profilo del vino. “In Oregon, ad esempio, lo stesso Pinot Nero piantato alla stessa quota dà un vino fruttato sul basalto e più complesso sul calcare”. Una certezza però rimane: i vini vulcanici brillano in abbinamento. “Raccontano storie che i sommelier amano condividere e che gli appassionati ascoltano con piacere. Questo arricchisce notevolmente l’esperienza di degustazione”, sottolinea Szabo.

Una lettura geologica del vino

Il prisma vulcanico offre una chiave di lettura nuova: non orizzontale o verticale, ma trasversale” osserva Frankel. Per Szabo, Volcanic Origin introduce “un approccio intelligente, capace di conquistare un pubblico nuovo e giovane. Tra tutti i riferimenti geologici, quello vulcanico è senza dubbio il più affascinante e universale”.  

Il fenomeno è in espansione. “Scrivo di vini vulcanici da 15 anni e ora il loro riconoscimento esplode. Non sono più di nicchia, ma una categoria a sé”.

Il mercato conferma: ogni anno le Côtes-d’Auvergne (350 ettari) vendono il 100% della produzione. La domanda supera l’offerta e i prezzi sono in crescita del 26% in sette anni. Nelle enoteche di Parigi e nei ristoranti d’eccellenza, la sezione “vini vulcanici” guadagna spazio.

Un nuovo continente vitivinicolo

L’entusiasmo contagia anche i produttori: quaranta aziende hanno fatto domanda di adesione a Volcanic Origin. L’obiettivo è di arrivare a cento entro la fine del 2025. Mentre Szabo guida l’espansione in Nord America, Vinora traccia la rotta europea. Prossima tappa: presentare i risultati scientifici a New York, nel 2026, seguiti da una fiera internazionale alle Canarie. “In un mondo del vino talvolta percepito come complesso, i vini vulcanici sono immediati. Affermano il primato del terroir sul vitigno e portano con sé un immaginario potente e accessibile”, afferma Desprat. Sei regioni francesi sono coinvolte – Alsazia, Ardèche, Alvernia, Beaujolais, Linguadoca e Provenza – che rappresentano il 2% della viticoltura mondiale: una goccia nell’oceano ma capace di infiammare il pianeta del vino.

Florence Jaroniak © vins volcaniques/Maison Desprat Saint-Verny

Per maggiori informazioni :

www.volcanicwinesinternational.com/szabo

www.dunod.com/vie-pratique/vins-feu-decouverte-terroirs-volcans-celebres

Il tappo di sughero, un materiale da riciclare, un materiale per creare

Materiale nobile e naturale, il tappo di sughero non è solo il custode del vino. Grazie a iniziative civiche, industriali e artistiche, oggi conosce una seconda vita, spesso sorprendente. Primo piano su un riciclo esemplare che apre la strada a nuove prospettive.

Sommario:

  • Il sughero, campione discreto di eco-responsabilità
  • Una filiera solidale e impegnata
  • Una sfida logistica
  • Una fabbrica in prima linea
  • Il tappo di sughero diventa opera d’arte
  • Un gesto semplice, un impatto concreto

Il sughero, campione discreto di eco-responsabilità

Piccolo nelle dimensioni ma grande nella sua missione, il sughero è l’angelo custode del vino. Comprimibile, impermeabile e poco permeabile ai gas, consente al vino di respirare proteggendolo al tempo stesso. E le sue qualità vanno ben oltre: resistente all’umidità, al fuoco, agli insetti e all’usura, è anche un eccellente isolante termico e acustico. Viene raccolto senza abbattere alberi ed è completamente naturale, biodegradabile e riciclabile. La sua capacità di prestarsi a nuovi usi ha dato vita a una vera e propria filiera del riutilizzo, avviata nel 2010 dalla Fédération Française du Liège. “La Francia è oggi leader mondiale nel riciclo dei tappi di sughero, con il 15% del volume totale riciclato, pari a circa 400 tonnellate all’anno”, sottolinea Jean-Marie Aracil, segretario generale della Federazione.

Una filiera solidale e impegnata

Oggi in Francia sono attivi oltre 2.000 punti di raccolta permanenti — presso enoteche, produttori, negozi di alimentari e persino presso il museo del sughero e del tappo di Mézin — a cui si aggiungono punti di raccolta temporanei. La rivendita dei tappi recuperati finanzia progetti ambientali e iniziative solidali. Il risultato? Più di un milione di euro ridistribuiti alle associazioni coinvolte e oltre 15.000 querce da sughero piantate. Una dinamica sostenuta da consumatori sempre più attenti ai materiali naturali e riutilizzabili, e da aziende attente alla riduzione dell’impatto ambientale. A rafforzare questa tendenza contribuisce anche il successo del tappo di sughero sul mercato, scelto per 7 delle 10 bottiglie di vino più vendute in Francia (Nielsen, 2022).

Una sfida logistica

Il sughero riciclato, trasformato in granuli, trova oltre un centinaio di applicazioni — dall’aeronautica alla moda — e una trentina nel settore edile. Tuttavia, non potrà mai tornare a essere un tappo: “Ogni produttore di tappi sughero applica formule specifiche e analisi molto rigorose per garantire la sicurezza alimentare. Il sughero riciclato, purtroppo, non risponde a questi standard”, spiega Aracil. Nonostante i progressi nella raccolta, il modello resta complesso: “Per un trasporto davvero ecologico e sostenibile, servono almeno 50.000 tappi ovvero un intero pallet.E anche riciclando le 4.000 tonnellate disponibili ogni anno, i volumi resterebbero comunque troppo bassi per garantire una filiera nazionale. Il sughero viene quindi spedito in Portogallo, dove viene valorizzato insieme ad altri lotti provenienti da tutta Europa”, aggiunge Aracil.

Una fabbrica in prima linea

C’è però un’eccezione tutta francese: Agglolux-CBL, con sede a Soustons, nelle Landes.  “Dal 1929 trasformiamo il sughero in un’ampia gamma di prodotti”, spiega il direttore Pierre Biénabe. “Parte della materia prima proviene dagli scarti dei sugherifici, ma anche da tappi riciclati acquistati da associazioni in tutta la Francia”. È l’unica realtà francese a riciclare tappi, con cui realizza pannelli, rotoli, materiali isolanti e oggetti di design. Agglolux-CBL collabora anche con organizzazioni impegnate nella sostenibilità, come l’associazione COHAB*, con cui ha sviluppato dei nidi bioclimatici, isolati con sughero riciclato. “La nostra forza sta nella capacità di rispondere ai bisogni di promotori di progetti, sempre più attenti alla responsabilità sociale d’impresa”, sottolinea Pierre Biénabe.

Il tappo di sughero diventa opera d’arte

Il riutilizzo creativo conquista anche il mondo dell’arte. Per David Mishkin, artista americano innamorato della cultura francese, i tappi di sughero prolungano il ricordo del vino e diventano veri e propri simboli di vita. “Per me i tappi usati hanno molto più valore di quelli nuovi”. Le sue opere —tra scultura, mosaico e rilievo — giocano con forme e volumi. Tra le più spettacolari, una croce monumentale realizzata con 3.000 tappi provenienti dai vigneti dell’Enfant Jésus in Borgogna. Un’altra opera importante utilizza tappi di Vouvray, recuperati in una cantina troglodita murata durante la guerra per sfuggire ai nazisti. “Ne ho raccolti 25.000, ma solo 3.000 erano ancora utilizzabili”. Membro da 52 anni della Confrérie des Chevaliers du Tastevin, Mishkin conserva ogni tappo delle sue degustazioni: “Il vino mi ha fatto scoprire il sughero, insegnandomi a riconoscerne il valore e a trasformarlo in qualcosa di bello”. Ama ricordare che fu Dom Pérignon a intuire la capacità del sughero di trattenere la pressione dello Champagne. “Una volta ho avuto l’onore di degustare un vino di oltre 180 anni, recuperato da un relitto. Grazie al tappo di sughero, era ancora perfetto.”

Un gesto semplice, un impatto concreto

Cittadini, associazioni, professionisti: tutti uniti per dare una seconda vita al tappo di sughero. E se l’obiettivo europeo del 30% di riciclo entro il 2030 può sembrare ambizioso, la fiducia è alta: “Con le risorse attuali abbiamo già superato il 15%”, conferma Aracil. Dunque, la prossima volta che stappate una bottiglia, non gettate il tappo: portatelo in un punto di raccolta. Un gesto semplice, che può far crescere un albero, isolare una casa… o ispirare un’opera d’arte!

Florence Jaroniak, © nataliazakharova/Adobestock

*L’associazione COHAB sviluppa soluzioni per integrare la biodiversità nelle aree urbane.

https://planeteliege.com

Il futuro della vite si sperimenta sul campo

Di fronte all’urgenza dei cambiamenti climatici, la viticoltura francese passa all’azione. Con il programma Vitilience, il settore si dota di uno strumento inedito, al tempo stesso strategico e concreto. Il suo punto di forza? Una rete di laboratori “a cielo aperto” che sperimentano sul campo soluzioni pensate con e per le comunità locali.

Sommario

  • Una rete in crescita
  • Laboratori a cielo aperto
  • Sobria, sostenibile, replicabile
  • Un’intelligenza collettiva in azione
  • Preparare la strada per un cambiamento sostenibile

Una rete in crescita

E sono otto! Quattro nuovi siti si sono aggiunti alla rete nazionale dei dimostratori* del programma Vitilience, coordinato dall’Istituto francese della Vite e del Vino (IFV) e finanziato da FranceAgriMer (7,5 milioni di euro nel periodo 2024-2028). L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a una ventina di piattaforme di sperimentazione distribuite su tutto il territorio viticolo entro il 2028. “Le nuove candidature sono attualmente al vaglio del comitato scientifico. In linea con le raccomandazioni del metaprogramma INRAE-LACCAVE, da cui è nato il piano d’azione nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici del 2021, Vitilience punta su un forte radicamento territoriale, elemento essenziale per rispondere alla diversità degli effetti climatici a livello regionale”, spiega Mélissa Merdy, ingegnere IFV e coordinatrice nazionale. Un’altra evoluzione importante è che, mentre in passato i lavori si concentravano spesso su leve isolate, questo progetto si concentra ormai su combinazioni vincenti. “Lo scopo non è solo quello di adattare le pratiche, ma anche di ridurne l’impatto ambientale, passando da approcci monofattoriali a una logica sistemica, dalla ricerca pura a sperimentazioni pronte per essere condivise e replicate”.

Laboratori a cielo aperto

Ogni dimostratore è al tempo stesso uno strumento tecnico e collettivo, che combina parcelle viticole, una cantina sperimentale e una governance locale, rappresentativa degli attori del territorio e incaricata di definire le priorità, selezionare le pratiche da testare e guidare le sperimentazioni. Nel Beaujolais-Giura-Savoia, il progetto Vitopia 2051, condotto da SICAREX Beaujolais**, ne è un esempio concreto. “Già nel 2018 abbiamo iniziato a sperimentare diverse leve agronomiche: reti antigrandine usate anche per ombreggiare, gestione dell’altezza del tronco per limitare lo stress termico, riduzione della superficie fogliare, selezione di uve Gamay a germogliamento tardivo per evitare vendemmie troppo precoci”, spiega Sophie Penavayre, direttrice di SICAREX, responsabile tecnico di Inter Beaujolais e consulente del progetto. “Ma fino a poco tempo fa queste leve venivano testate separatamente. Con Vitilience, possiamo finalmente integrarle in un approccio coerente con le pratiche dei viticoltori.

Sobria, sostenibile, replicabile

Da settembre, Vitopia 2051 aprirà una nuova sezione incentrata sulla vinificazione “sobria”: meno acqua, meno energia, meno input. Verranno esplorate diverse strade, dalla regolazione termica all’igiene in cantina, fino all’uso di zolfo e lieviti. È previsto anche un test sul riutilizzo delle bottiglie, per abbracciare l’intera filiera produttiva. Parallelamente, SICAREX lavora alla vite del futuro: in una parcella dedicata verranno testate nuove varietà, portainnesti, sistemi di allevamento e pratiche agro-ecologiche. “L’idea è quella di costruire un modello riproducibile, accettando l’incertezza che accompagna ogni innovazione. È un compito che i viticoltori non possono sempre affrontare da soli”, sottolinea Sophie Penavayre.

Un’intelligenza collettiva in azione

Concepito fin dall’inizio come un progetto collettivo, Vitilience riunisce una ventina di partner nazionali (INRAE, INAO, CNIV, ecc.) e si basa su un binomio “referente-animatore” in ogni regione per adattare gli obiettivi alle realtà locali. Così, in Champagne si lavora per preservare gli aromi; in Occitania, sulla gestione delle risorse idriche; nella Valle della Loira, all’adattamento delle pratiche agronomiche…Alcuni modifiche, come la densità di impianto, comportano scelte a lungo termine, difficili da rivedere una volta adottate”, afferma Mélissa Merdy. Ecco perché un accompagnamento nel tempo è essenziale.

Preparare la strada per un cambiamento sostenibile

Il problema è che quattro anni sono pochi per una coltura perenne. Per superare questo limite, è necessario assumere un ingegnere esperto in modellazione previsionale in collaborazione con l’INRAE, per proiettare nel lungo termine l’efficacia delle soluzioni testate. “Vitilience non è un traguardo, è un punto di partenza”, ribadisce Mélissa Merdy. Il programma prevede giornate tecniche, visite sul campo, workshop, video e conferenze per diffondere i risultati e incoraggiarne l’adozione. “Col tempo, il nostro lavoro potrebbe anche contribuire a ridefinire i disciplinari o i criteri di valutazione dell’innovazione. Se funziona, tanto meglio. Se non funziona, sarà comunque un contributo prezioso della ricerca”, conclude Sophie Penavayre.

In un momento in cui la viticoltura deve reinventarsi, la sperimentazione è la bussola. Per non perdere l’uva. Né la rotta.

Florence Jaroniak. ©lorenza62/ AdobeStock

Per maggiori informazioni:

www.vignevin.com/vitilience/le-projet/

www.vignevin.com/vitilience/les-demonstrateurs/vitopia-2051

* Viticors’Alti (CRVI, Corse), Demoniacc (Camera dell’Agricoltura della Gironda), Vitopia 2051 (SICAREX, Beaujolais-Jura-Savoie), Résiloire (IFV de Montreuil-Bellay), Combioclim (Camera regionale dell’Agricoltura dell’Occitania), 3C (BNIC, Cognac), Adam (Centre du Rosé) et Motives (IFV Orange).

** SICAREX Beaujolais: centro di ricerca applicata sulla viticoltura e l’enologia creato dalla professione, con parcelle sperimentali e una cantina presso il Domaine du Château de l’Éclair.

Il Blanc de noirs esce dalla sua “bolla”

A lungo confinato al mondo delle bollicine, il Blanc de Noirs si fa ora strada nella versione ferma, conquistando sempre più attenzione tra enologi e professionisti del vino. Un’evoluzione tecnica e commerciale che apre nuove prospettive.

Sommario:

  • Nuove rotte, radici profonde
  • La svolta del Sud
  • Innovazione ben radicata
  • Una tecnica esigente
  • Vini intriganti
  • A tavola, un alleato versatile
  • Un’ondata d’interesse

Nuove rotte, radici profonde

Nel mondo del vino, i confini si ridefiniscono senza demolizioni: molte cantine stanno reinterpretando il loro patrimonio con i materiali che hanno già a disposizione con metodo e visione. È così che prende piede il blanc de noirs fermo, prodotto a partire da uve a bacca nera vinificate come bianchi. Una tecnica fino a poco tempo fa riservata allo Champagne, oggi rilanciata anche come risposta alla crescente disaffezione per i vini rossi. Il fenomeno si radica soprattutto nei vigneti del Sud, dove si cercano nuove strade senza rinunciare all’identità.

La svolta del Sud

Nel Roussillon, ad esempio, si assiste a un lento ritorno delle uve bianche, ma il processo richiederà tempo: la DOP Collioure bianca è nata solo nel 2003. In attesa dell’equilibrio, alcune aziende puntano con decisione sul blanc de noirs. Tra le pioniere c’è Maison Parcé Frères, che ha avviato la produzione nel 2019 insieme al Domaine Augustin e La Préceptorie. “I nostri vigneti sono sempre stati votati ai rossi, soprattutto ai vini dolci naturali, poi convertiti in secchi. Ma oggi mancava una proposta in bianco, ormai il colore preferito dai Francesi”, spiega Vincent Parcé.

Innovazione ben radicata

Uno dei vantaggi di questo approccio? L’indipendenza stagionale. Il Sud era noto per rosati intensi, ma la moda dei rosati pallidi ha spezzato questa tradizione. “Abbiamo scelto di non inseguire questa tendenza: un rosé che finisce il 1° agosto è un problema, uno che resta fino al 31 è invendibile. Il blanc de noirs invece ha una vita commerciale più lunga”, racconta Parcé. Inoltre, questa scelta offre anche benefici agronomici in risposta al cambiamento climatico: consente una vendemmia anticipata — già da agosto — evitando di attendere la piena maturazione fenolica. Ne risultano vini più freschi, leggeri (12,5–13°), in linea con le attuali preferenze di mercato.

Una tecnica esigente

La vinificazione del blanc de noirs, pur conosciuta, richiede precisione fin dalla selezione dei vitigni: meglio il Grenache Noir o il Lladoer Pelut rispetto a Syrah o Carignan, troppo carichi di colore. “Le uve, sane e raccolte leggermente sottomature, vengono pressate con delicatezza per evitare l’estrazione dei pigmenti. Fin da subito, il nostro obiettivo era vinificare senza l’uso di sbiancanti come il carbone”, continua Parcé. “La sfida era riuscire a coniugare la limpidezza dei succhi con rese economicamente sostenibili. Un percorso che abbiamo perfezionato nel tempo: protocolli di pressatura, fermentazione malolattica – che non facciamo sui bianchi ma utile a schiarire – e affinamento in barrique per 7 mesi, con bâtonnage quotidiano sulle fecce”.

Vini intriganti

Gli sforzi stanno dando frutti: dalle 1.000 bottiglie del 2019 si è passati a quasi 10.000 oggi. Romy Touchet, direttore della Cave des Chouans (Jard-sur-Mer), racconta: “Abbiamo inserito un blanc de noirs fermo nella selezione per la sua originalità. C’è curiosità, soprattutto tra i 30-40enni. Oltre i 50, le abitudini cambiano meno facilmente”. Al momento, il pubblico non lo richiede spontaneamente: “Dobbiamo fornire una spiegazione più approfondita, dalle uve alla vinificazione. Serve un vero sforzo educativo”.

A tavola, un alleato versatile

Diversamente dalla versione spumante, il blanc de noirs fermo si presta a un consumo più quotidiano, mantenendo però una forte identità. “Il nostro Pinot Noir ha una bella struttura: una materia vinosa equilibrata dalla freschezza, una mineralità fine e un frutto molto espressivo. Questo lo rende perfetto per accompagnare molti piatti, anche quelli tipici dei bianchi classici. Il potenziale è tale che stiamo già progettando nuove cuvée”, afferma Romy Touchet.

Un’ondata d’interesse

Non mancano ancora le sfide – rese basse, mancanza di riferimenti tecnici chiari – ma il movimento si allarga. Dalla Corsica (Domaine Giudicelli, Comte Peraldi) alla Loira (Domaines Mourat, Couly-Dutheil), passando per Bordeaux (Château Peybonhomme-les-Tours, Château Castera) e Provenza (Château Grand Boise, Clos des B…), il blanc de noirs fermo sta conquistando spazio. Non più una rarità, ma un vino camaleontico, capace di stupire senza mai perdere la rotta.

Florence Jaroniak. © Pexels (Cup of Couple)

La forma del gusto: come l’etichetta guida la scelta

Design, strategia, percezione sensoriale… L’etichetta di una bottiglia è diventata molto più di una semplice questione di packaging. Veicolo di significati, racconta una storia, influenza e fa vendere.

Sommario:

  • Un segno distintivo… antico come il vino
  • Fattore di acquisto e strumento di espressione di un’identità
  • Identificare il proprio target, parlare in modo giusto
  • Tra ricerca di senso e natura
  • Innovazione strategica

Un segno distintivo… antico come il vino

Ancor prima della comparsa delle prime etichette cartacee, nel XVIII secolo, i commercianti di vino promuovevano già il contenuto delle loro giare. Al Museo del Louvre, un frammento risalente all’epoca di Ramses II (-1279-1213), rinvenuto in Egitto, indica l’origine del vino che conteneva. Oggi le etichette non si limitano a fornire informazioni, ma catturano lo sguardo e guidano la scelta del consumatore. Secondo un sondaggio condotto da Opinion Way per i Vignerons Indépendants (2023), sette Francesi su dieci considerano l’etichetta un criterio importante per l’acquisto. Un recente studio della Washington State University rivela, inoltre, che il design influenza le nostre percezioni e la scelta di acquisto.

Fattore di acquisto e strumento di espressione di un’identità

Le consumatrici americane intervistate preferivano etichette con codici visivi cosiddetti femminili: fiori, volti, ecc. “Si aspettavano anche una migliore esperienza sensoriale complessiva ed erano più propense ad acquistare il vino”, osserva Ruiying Cai, autrice principale dello studio. E questo vale anche per le più esperte: “L’influenza di questi segnali di genere era così forte da superare persino la conoscenza del prodotto”, aggiunge Christina Chi, coautrice dello studio. In un test alla cieca, lo stesso vino è stato percepito come fruttato e dolce con un’etichetta femminile, e più minerale con una versione maschile. “L’etichetta è un vero e proprio strumento di espressione di un’identità. Così come la applichiamo sulla bottiglia, la applichiamo simbolicamente a ciò che il vino rappresenta, che è molto più di un prodotto”, conferma Sophie Javel, cofondatrice di Exceptio, uno studio di design specializzato in vino e bevande spiritose, con sede a Gradignan (Francia).

Identificare il proprio target, parlare in modo giusto

Primo contatto visivo con il consumatore, l’etichetta è un marcatore pensato per riflettere l’unicità del prodotto. “L’etichetta implica coerenza tra ciò che si vede e ciò che si beve e fa parte di una più ampia strategia di comunicazione globale. Si tratta di raccontare senza necessariamente inventare: fare storytelling non significa inventare storie, ma dare un significato a ciò che facciamo”. L’etichetta giusta deve quindi parlare al pubblico giusto, nel modo giusto. “Bisogna definire il proprio target e rispettarlo. L’etichetta non sarà la stessa per un vino tradizionale, ricco di storia, rispetto a una cuvée giovane, più accessibile e destinata al consumo quotidiano”, insiste Sophie Javel. Il tono, i colori, le forme e la tipografia devono essere adattati anche al punto vendita: enoteche, supermercati, ecc.

Tra ricerca di senso e natura

Un grand cru può giocare la carta della fantasia? Un vino naturale può vestirsi in modo classico? La risposta è sì, ma con finezza. “Al di là degli effetti di moda, la libertà grafica si esprime all’interno di parametri chiari per i consumatori, che si sono soprattutto stancati della mancanza di significato. Quando un’etichetta è davvero riuscita, trasmette qualcosa di giusto. Racconta cosa c’è dentro la bottiglia, come è stata realizzata e con quale intenzione, che sia colorata o minimalista”. Un’altra tendenza è la crescente consapevolezza ecologica. Ma attenzione alle semplificazioni. Essere responsabili non significa necessariamente scegliere carta riciclata con un’impronta carbonio discutibile. “La vostra filosofia principale è quella di essere virtuosi o… di fare un buon prodotto tenendo conto di un certo numero di parametri?”, chiede Sophie Javel, citando varie opzioni: carta più sottile, inchiostro a base d’acqua, nessuna doratura, etichette facilmente rimovibili e forme di bottiglie che consentono il riciclaggio. Una sobrietà a volte invisibile, ma coerente. Anche il linguaggio visivo sta evolvendo: meno rappresentazioni dei tradizionali   châteaux, soprattutto nella regione di Bordeaux, e più paesaggiper collocare la vite in un ecosistema e mostrare che è radicata in un ambiente vivo”.

Innovazione strategica

La tecnologia è parte del packaging: codici QR obbligatori per le nuove informazioni normative, spesso abbinati a un codice QR più narrativo che conduce a un sito web, realtà aumentata, ecc. Ma questi usi rimangono marginali. « Il legame tra l’etichetta fisica e la tecnologia digitale diventerà senza dubbio più forte. Tuttavia, la modernità non si trova più nell’innovazione tecnica, ma nella combinazione intelligente di elementi che rendono il tutto significativo« , conclude Sophie Javel. L’innovazione sta diventando una questione di assemblaggio, proprio come il vino stesso, e le etichette oggi cristallizzano questioni che vanno ben oltre la semplice presentazione del prodotto. Non voltano le spalle alla tradizione ma la aggiornano tenendo presente le nuove aspettative: più significato, più sincerità, più responsabilità. Alcune aziende ne hanno fatto un’arte a sé. Dal 1945, ogni anno Château Mouton Rothschild affida l’etichetta della sua nuova annata a un artista diverso. Per l’annata 2022, Gérard Garouste ha accettato la sfida. Oggetto da collezione e strumento di marketing, un semplice rettangolo di carta a volte vale più di mille parole.

Florence Jaroniak. © Taka/AdobeStock

Maggiori informazioni:

https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010073861

https://news.wsu.edu/press-release/2024/10/01/women-more-likely-to-choose-wine-with-feminine-labels