I vigneti della Mosella lussemburghese: piccoli e unici

Il Lussemburgo è celebre a livello internazionale soprattutto per via delle banche. Tuttavia, i suoi vigneti, che sono tra i pochi al mondo ad essere situati così a nord, non sono altrettanto noti. La sua storia vinicola, dai Celti ai giorni nostri, è a dir poco affascinante. Ma cosa si cela dietro le vigne di questo piccolo stato che si trova nel cuore dell’Unione Europea? Venite a scoprire la singolarità che contraddistingue i vigneti della Mosella lussemburghese.

In breve:

  • Millenni di storia
  • Una piccola perla
  • Le tre organizzazioni dei produttori
  • I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero
  • Il Crémant lussemburghese compie 30 anni
  • I produttori di vino biologico

Millenni di storia

La valle della Mosella è una regione con una tradizione vinicola che risale a più di 2.000 anni fa. Celti, Galli e Romani coltivavano già la vite prima che i monasteri si imponessero nella produzione nel Medioevo, estendendo così la coltivazione a vite a gran parte del territorio. Nel 1709, dopo un inverno estremamente rigido, la Mosella ristabilì il suo primato nel campo della viticoltura. A partire dalla fine del XIX secolo, il 90% dei vigneti fu dedicato all’Elbling, esportato in Germania per miscelarlo con i vini locali.

Fu solo dopo l’accordo di unione doganale stipulato con il Belgio (1922), la fondazione dell’Istituto vitivinicolo a Remich (1925) e la creazione dell’etichetta Marque national (1935), che i vigneti si svilupparono e si differenziarono.

Dal lancio della denominazione Moselle Luxembourgeoise Appellation contrôlée negli anni Ottanta, sono stati introdotti anche la denominazione Crémant de Luxembourg e le classificazioni Vendanges Tardives (“vendemmia tardiva”), Vin de Glace (“vino ghiacciato”), Vin de Paille (“vino di paglia”) e Vins barrique (“vini barricati”).

Una piccola perla

Il fiume scorre sinuoso come il tratto di un pennello impressionista, infondendo pace e tranquillità al paesaggio. Si tratta della Mosella, che si snoda attraverso i vigneti lussemburghesi lungo circa 42 km di distanza, di fronte alla Germania, fiancheggiando vigne immerse in un paesaggio mozzafiato. Non sorprende che la Valle della Mosella del Lussemburgo, la principale regione vinicola del Granducato, costituisca una delle destinazioni turistiche più visitate del paese. Si trova a soli 20 km dalla capitale. Da Schengen, a sud, fino ad arrivare a Wasserbillig, a nord, sono circa 340 i viticoltori impegnati nella gestione di 1280 ettari di vigneti, il 90% dei quali sono piantati con viti destinate alla produzione di vino bianco.

Le tre organizzazioni dei produttori

Sono tre i gruppi di produttori della regione a mettere al centro dell’attenzione il valore dei vigneti lussemburghesi. Come spiega Philippe Schmitz, rappresentante commerciale di Domains Vinsmoselle, “il Paese ha una lunga tradizione in fatto di cooperative”, e la sua azienda riunisce le sei cantine cooperative nazionali che rappresentano più di 450 soci viticoltori. Insieme, costituiscono il 61,7% dei produttori. Quest’anno, celebrano il 100° anniversario della loro prima cantina cooperativa, la più antica della Mosella lussemburghese, le Caves de Grevenmacher.

52 viticoltori indipendenti sono membri dell’Organizzazione Professionale dei Viticoltori Indipendenti (OPVI) dal 1966; un numero pari al 23% dei produttori.

I produttori-rivenditori, membri della Federazione dei Produttori Rivenditori dal 1928 e promotori dei vini spumanti sin dai primi anni Venti, rappresentano il 15,3% dei produttori.

I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero

Di 1280 ettari di vigneti della Mosella lussemburghese, il 90% dei vitigni sono bianchi. Il primo di questi è il Rivaner (Müller-Thurgau), a cui corrisponde il 21,6% della superficie totale dei vigneti. Quest’uva produce vini leggeri da tavola. Seguono il Pinot Grigio e una particolarità lussemburghese, l’Auxerrois, che corrispondono a circa il 15% ciascuno. Poi c’è il Riesling, il “re dei vini bianchi”, che occupa il 12,8% della superficie dei vigneti. Questa varietà di uva a maturazione tardiva è meno sensibile alle malattie fungine e tollera molto bene la muffa nobile. Per quanto riguarda invece l’Elbling, in passato predominante, la sua superficie è in costante diminuzione.

Il Paese punta sempre di più sul Pinot Nero. Ad oggi, un decimo della superficie viticola è coltivata con il vitigno rosso di Borgogna. Secondo Claude François, giornalista e redattore della guida VinsLux, che è anche un attento osservatore dei vigneti lussemburghesi: “quasi tutti i viticoltori propongono il Pinot Nero e lo vinificano all’interno di botti in legno. Ad oggi, la migliore annata di Pinto Nero è quella del 2018, seguita da un altrettanto eccellente 2020. Ad ogni modo, è dal 2014 che si hanno quasi sempre ottime annate di Pinot Nero.

Cabernet Bianco: un vitigno molto resistente

Come avviene anche in Francia, i viticoltori lussemburghesi, tanto gli appartenenti alla cooperativa Domaines Vinsmoselle quanto i piccoli produttori come il Domaine KOX, stanno iniziando a produrre vini scegliendo vitigni resistenti come il Cabernet Bianco: un incrocio tra il Cabernet Sauvignon e una varietà resistente alle malattie, creato dallo svizzero Valentin Blattner nel 1991.

Il Crémant lussemburghese compie 30 anni

Come spiega Claude François, “ormai tutti producono il vino spumante del Lussemburgo. Questo è il motore che porta avanti la nostra attività viticola”. Questo accadeva nel 1991. Oggi si producono circa tre milioni di bottiglie all’anno. In effetti, a qualcuno del posto piace affermare che “le migliori annate possono certamente essere equiparate ai migliori Champagne!

I produttori di vino biologico

La viticoltura biologica sta diventando sempre più importante. Oggi, essa riunisce il 10% dei viticoltori indipendenti. Altri stanno provando il biologico su alcuni appezzamenti di terreno. È quello che sta succedendo con la vendemmia di Domaines Vinsmoselles, realizzata con il Cabernet Bianco, un vitigno resistente. Tuttavia, il margine di miglioramento è ancora molto ampio. “I viticoltori che lavorano in modo più convenzionale sono generalmente anche attenti all’ambiente e stanno adottando un sistema di agricoltura integrata”, commenta un osservatore.

Anne Schoendoerffer

Sources : Guide VinsLux, www.visitmoselle.lu, concoursmondial.com, Anne Schoendoerffer

@Anne Schoendoerffer

Il rosso AOC Collioure: una denominazione d’eccellenza prodotta da 50 anni in un vigneto di qualità

Collioure, che occupa una meravigliosa lingua di terra lungo la Costa Vermiglia nei Pirenei orientali, festeggia quest’anno il suo cinquantesimo anniversario. Tutti conoscono il Banyuls, che è prodotto nella stessa regione dalla quale proviene il vino rosso a denominazione d’origine controllata AOC Collioure.  È giunto il momento di scoprire questo vigneto nel quale ogni bottiglia di vino prodotta è il frutto del duro lavoro di viticoltori e cooperanti appassionati che, lavorando a quote molto elevate, non scendono compromessi. Questa è la storia di un vigneto esemplare, uno dei più belli al mondo, che trova sempre la maniera di mettersi in gioco.

In breve:

  • Collioure/Banyuls: storia di un’area a doppia denominazione AOC
  • Un vigneto straordinario, tra mare e montagna
  • Un vigneto di qualità
  • Il Grenache, re dei vitigni
  • I vini a denominazione Collioure

Collioure/Banyuls: storia di un’area a doppia denominazione AOC

Le zone AOC Collioure e AOC Banyuls corrispondono geograficamente alla stessa regione.
Quali sono le loro differenze? Banyuls corrisponde alla denominazione che comprende i vini dolci naturali (VDN), mentre Collioure corrisponde a quella dei vini secchi. Fino al 1935, i vini secchi prodotti nel terroir di Banyuls venivano chiamati “vini naturali del terroir di Banuyls” per distinguerli dai vini ottenuti mediante mutizzazione (mutage): il Banyuls. Nel 1971, per iniziativa del direttore della vendemmia André Parcé, i vini rossi furono finalmente certificati come AOC. Questa fu una vera vittoria per la prima denominazione di vini secchi di Rossiglione, che quest’anno festeggia il suo cinquantesimo anniversario! Ad oggi si contano 44 viticoltori indipendenti e 3 cantine cooperative che producono ogni anno circa 20.000 ettolitri di vino con la denominazione AOP Collioure e 14.000 con la denominazione AOP Banyuls.

Un vigneto straordinario, tra mare e montagna

Questo vigneto incredibile, il più meridionale della Francia, è sorto nel VI secolo a.C. ad opera dei fenici e dei focei. Nel corso dei secoli, i vigneti si sono estesi vertiginosamente su ripide terrazze a picco sul mare.

1.400 ettari di vigneti che si estendono dal livello del mare sino a quasi 400 metri sul livello del mare. Oltre un terzo di essi si trova su terreni scoscesi che superano il 50% di pendenza! Lassù, il paesaggio appare scolpito da vigneti e terrazze (dette feixas), sorrette da muri che sono stati costruiti con scisti già presenti in quel territorio.   I viticoltori e i cooperanti si occupano di preservarli, prestando attenzione ad ogni roccia. Queste terrazze coltivate a vigna sono circondate da querce, castagni, arbusti e oliveti. Tale abbondanza di flora protegge la fauna e il territorio dal processo di erosione del suolo.  Come dice il giovane neopresidente dell’AOC Collioure, Romuald Peronne, viticoltore di Clos Saint Sébastien: “Qui, il lavoro in vigna è rimasto umano, non è cambiato con il passare del tempo. Questo è un vero problema per i viticoltori che devono ancora lavorare a mano, anche a causa delle forti pendenze del terreno. Tuttavia, ciò dimostra anche la qualità degli interventi di manutenzione delle vigne. In questo modo, la biodiversità e il paesaggio vengono preservati e mantenuti. L’artigianalità è il tratto distintivo di questo vigneto storico, che dobbiamo far conoscere sempre di più  per mettere in primo piano gli sforzi e la dedizione che ogni viticoltore mette in campo nel territorio appartenente alla denominazione Collioure”.

Un vigneto di qualità

Premiato con la certificazione di “paysages labellisés” (paesaggi con marchio di qualità) dal ministero dell’ambiente francese dal 1993, il vigneto si inserisce fra le riserve naturali che si trovano nel contesto del Conservatoire du Littoral e dei siti appartenenti alla Rete Natura 2000. Nel 2011-2012, ha preso il via la stesura di una Carta Paesaggistica e Ambientale della Costa Vermiglia con lo scopo di valorizzare il ruolo giocato da parte dei viticoltori locali nella risposta alle sfide ecologiche, in particolare per quanto riguarda il problema delle risorse idriche.

Il Grenache, re dei vitigni

Il vitigno che fa da emblema ai vigneti di Baynuls e Collioure è indubbiamente il Grenache. Si presenta nei colori nero (per i vini rossi), bianco e grigio (per i vini bianchi). In questo terreno scistoso, posto tra il mare e la montagna, il Grenache risalta per la sua capacità di “svelare il terroir”. È un catalizzatore capace di coniugare intensità e finezza, maturità e salinità. È uno dei maggiori segni distintivi di questo vigneto. Tra gli altri vitigni vi sono, come bianchi, il Vermentino, il Macabeo e il Torbato. Come rossi, invece, si trovano il Carignano, il Syrah e il Monastrell.

I vini a denominazione Collioure

I vini a denominazione Collioure producono per il 50% vini rossi, per il 30% vini bianchi e per il 20% vini rosati. Secondo Romuald Peronne “AOC Collioure è una denominazione complessa. Il Collioure rosso manifesta il proprio carattere con vini intensi e corposi, mettendo al contempo in luce la finezza e l’eleganza di un terroir dall’anima di roccia e di mare”. Questo è il caso dell’annata Inspiration Céleste, un blend di uve al 90% di Grenache nero e al 10% di Carignano (al prezzo di 29€) di Clos Saint-Sébastien. Peronne chiarisce che “il futuro di questa denominazione si trova nei vini bianchi, perché i grandi vini da invecchiamento sono i Collioure bianchi”. Una nuova generazione di produttori attivi e impegnati ha già dato origine a dei capolavori del vino, tanto rossi come bianchi e rosati. Vi invitiamo a scoprire questi vini e la loro terra, nel paradiso della Costa Vermiglia.

Anne Schoendoerffer

Un sentimento condiviso: ecco cosa c’è nel cuore della nuova e vibrante identità dei vini della Linguadoca

Quando il “sentimento condiviso” diventa il cuore della nuova identità e della firma del marchio dei vini della Linguadoca, ecco che prende vita una (magnifica) rivoluzione nel primo vigneto della Francia. Perché? Che cosa cambia? Quali sono i miglioramenti? Vi raccontiamo la storia di un vigneto che cambia (finalmente) i paradigmi del vino, rendendolo un prodotto adatto alla vita reale.

#InstinctPartagé

In breve:

  • Una rivoluzione nella qualità delle AOC della Linguadoca
  • “Vini della Linguadoca, il sentimento condiviso”, la nuova identità visiva e la firma del marchio
  • Distribuzione della campagna di comunicazione

Una rivoluzione nella qualità delle AOC della Linguadoca

Fino agli anni ’80, la maggioranza dei vigneti della Linguadoca puntava ancora sulla produttività. Malgrado andasse a scapito della qualità, si trattava comunque di un modello vincente. Tuttavia, un gruppo di viticoltori caparbi ha deciso di darsi da fare per far riconoscere i loro terroir come AOC, un marchio che, in Francia, indica sia la qualità che l’origine dei vini. Questa lunga battaglia intrapresa negli anni Cinquanta, in particolare per opera di Jules Milhau, economista e politico, è stata vinta nel 1982 da Faugères, Saint-Chinian, e nel 1985 da Minervois, Corbières e Coteaux de Languedoc, oggi denominati AOC du Languedoc (da non confondere con le diversi appellazioni di origine della Linguadoca). Ricordiamo che le AOC della Linguadoca esistevano in realtà già dal 1948, così come lo storico Fitou.

Negli anni ’90, laLinguadoca divenne un polo d’attrazione per nuovi viticoltori provenienti da diversi territori, i quali acquistarono ad un prezzo accessibile dei vigneti in questi bellissimi terroir e avviarono la produzione dei vini ai quali erano particolarmente affezionati, segnando così l’inizio dell’epoca della vinificazione in stile “parker”. Al contempo, le nuove generazioni composte da figli dei viticoltori (e, in particolare, sempre più donne) presero in mano il comando dei vigneti di famiglia. Formati e con esperienza in altri vigneti, svilupparono al meglio le pratiche dei loro genitori. Lasciarono le cantine cooperative e aprirono cantine private, interessandosi anche al loro territorio e puntando sul vino biologico. Ciò avvenne prima che venissero introdotte altre green labels, come l’High Environmental Value (HVE) della fine degli anni 2000.

Come sottolinea Miren de Lorgeril, Presidentessa del Comité Interprofessionnel des Vins du Languedoc (CIVL)*, “il dinamismo e la qualità della Linguadoca sono innegabili: in una generazione gli sforzi dei viticoltori e dei commercianti impegnati a lavorare sodo per i loro vigneti, per le loro annate e per le loro etichette, hanno reso questa regione l’Eldorado dei vini francesi. Un tale successo dovrebbe renderci più esigenti, più ambiziosi, più desiderosi di esprimere al meglio la nostra identità.” Inoltre: “le denominazioni Languedoc corrispondono al 10% del territorio della Linguadoca, circa trentamila ettari, quasi la totalità dei vigneti della Borgogna”.

“Vini della Linguadoca, il sentimento condiviso”, la nuova identità visiva e la firma del marchio

“Siamo tornati alle origini. Noi non abbiamo inventato nulla. Tante cose erano già state dette prima”, commenta Marion Danjou-Oury, direttrice marketing del CIVL. Difatti, questo è stato il frutto di un lungo processo di ricerca al quale i produttori e i consumatori hanno potuto prendere parte attraverso questionari e/o gruppi di lavoro. “Avevamo bisogno di esprimere tutte queste cose”, racconta durante il lancio in anteprima per la stampa della nuova strategia, avvenuto l’8 giugno 2021 presso lo Château de l’Engarran.

L’ambizione dei viticoltori della Linguadoca è di dare corpo alle nuove realtà vinicole francesi, che seguono il proprio istinto e che rompono i paradigmi del vino.

Qual è la loro missione? La condivisione del piacere intenso e spontaneo del vino con i consumatori. È una vera rivoluzione nel mondo del vino, troppo legato a codici estremamente complessi.

Questa nuova identità della Linguadoca si basa su quattro elementi fondamentali che la definiscono:

-La sua Energia, le sue energie: quelle della terra, del sole, del vento e del suo popolo.

-la sua Natura, all’origine di tutto, sempre autentica

-Il suo Carattere: sempre forte, autentico, spontaneo -la sua Libertà: perché in Linguadoca il vino viene messo in discussione, si fa impresa, si aprono nuove strade e si rompono i paradigmi.

Distribuzione della campagna di comunicazione

Non sai ancora di cosa si tratta? È normale, perché questa nuovissima campagna di comunicazione è stata lanciata a giugno 2021 e la sua diffusione è prevista a partire da gennaio 2022. Gli attori: i viticoltori delle AOC Languedoc dal vivo, in azione, attraverso istantanee che illustrano cinque valori fondamentali che stanno al cuore della promessa dei vini della Linguadoca: spontaneità, grande carattere, energia creativa, impegno e superamento di ogni limite, senso del piacere. Tutti questi elementi definiscono la realtà dei loro vini.

Tutto questo trova eco sui social network, attraverso un sito web (in arrivo), un video promozionale e un’altra grande idea che vede i venditori di vino rispondere a due domande, del tipo: quale annata del Languedoc proporresti a Coluche su un peschereccio? Troverai la risposta sui social media #InstincPartagé. O qui 🙂 L’annata Pompadour della cantina Embres et Castelmaure. Come disse Dante Alighieri: “ma l’istinto non influenza soltanto le creature che sono prive di intelligenza, ma anche quelle dotate di intelletto e volontà”.

Anne Schoendoerffer

*Il Consiglio interprofessionale dei vini del Languedoc riunisce 20 AOP della Linguadoca. Questi vigneti uniscono più di 1600 aziende (cantine private, commercianti e cantine cooperative). Nel 2020, le AOP della Linguadoca hanno prodotto quasi 150 milioni di bottiglie, con un fatturato di 550 milioni di euro. I vini sono principalmente vini rossi (60%), con una forte crescita dei vini rosati (20%), che sono ormai prodotti nelle stesse proporzioni dei vini bianchi (20%). Più del 30% dei vini sono esportati, principalmente negli Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Belgio, Germania e Canada.

2020: resilienza, tendenze e opportunità nel mondo del vino

Le analisi dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) sulla situazione attuale del settore del vino nel mondo erano molto attese. Ogni anno, questa organizzazione pubblica dati essenziali per seguire al meglio le evoluzioni che interessano il mondo del vino. Senza dubbio, nel 2020, la domanda principale è la seguente: quali sono stati gli effetti della pandemia causata dal COVID sul consumo globale e sul commercio internazionale del vino? La parola chiave per parlare di questo anno fuori dagli schemi è “resilienza”. Perché? Quali sono le opportunità e le tendenze che stanno emergendo? Ecco i punti principali.

In breve:

  • I consumi nel mondo: le tendenze dei principali paesi consumatori di vino
  • L’impatto del COVID19 sul settore del vino: le maggiori tendenze emerse
  • Chi ne ha tratto un vantaggio e chi no?
  • Quali sono le nuove opportunità?

I consumi nel mondo: le tendenze dei principali paesi consumatori di vino

A livello mondiale, la tendenza dei consumi (secondo una stima) risulta globalmente in calo con -3%, ovvero 234 milioni di ettolitri. I primi cinque paesi consumatori di vino sono rispettivamente USA, Francia, Italia, Germania e Regno Unito. A fronte di forti variazioni che riguardano quest’anno per via del COVID, come sottolinea l’OIV, si devono prendere in considerazione: “fattori quali le abitudini nazionali di consumo (peso del vino

rispetto al totale delle bevande alcoliche, peso del canale Ho.Re.Ca., ecc.), la durata e la severità delle misure di lockdown e delle politiche associate, quali i divieti di vendita, e il peso del turismo sul consumo di vino nazionale.

Le tendenze in aumento

Da grande fuoriclasse, l’Italia ha registrato un consumo del 7,5% in più rispetto al 2019, vale a dire 24,5 milioni di ettolitri. I livelli di consumo in Italia, tuttavia, non si discostano molto da quelli della Francia, dove gli aperitivi via Skype non hanno avuto lo stesso successo. In Francia i dati restano stabili rispetto al 2019, con 24,7 milioni di ettolitri. Lo stesso è successo negli Stati Uniti, con 33,0 milioni di ettolitri, come nel 2019, confermando la sua posizione a livello mondiale come il paese che consuma più vino in assoluto. In Sud America, il consumo complessivo di vino è aumentato nel 2020 rispetto al 2019. In Argentina, il consumo di vino è cresciuto del 6,5% con 9,4 milioni di ettolitri rispetto al 2019. Il Brasile ha registrato la più alta percentuale di consumo dal 2000, con 4,3 milioni di ettolitri nel 2020 (+18,4%/2019). In Cile, infine, si è registrato un consumo di vino pari a 1,8 milioni di ettolitri nel 2020.

Le tendenze in calo

Al contrario, la Spagna ha consumato 9,6 milioni di ettolitri nel 2020, cioè -6,8% rispetto al 2019. Allo stesso modo, nel 2020, il consumo di vino è calato in paesi come il Portogallo (4,6 milioni di ettolitri, -0,6%/2019), la Romania (3,8 milioni di ettolitri, -19,%/2019), il Belgio (2,6 milioni di ettolitri, -3,1%/2019), la Svezia (2,2 milioni di ettolitri, -2,3%/2019) e l’Ungheria (1,9 milioni di ettolitri, -10,2%/2019). Con un calo del 19,5% rispetto al 2019, il Sudafrica (3,1 milioni di ettolitri) ha registrato il consumo di vino più basso degli ultimi 20 anni. Qual è la causa? Le vendite locali di alcolici sono state vietate (comprese le vendite online) per 14 settimane durante il confinamento.

L’impatto del COVID19 sul settore del vino: le maggiori tendenze emerse

Nel 2020, si è venduto un po’ meno vino nel mondo (105,8 milioni di ettolitri, cioè -1,7%/2019). L’indicatore più importante riguarda il valore, in calo del -6,7%/2019, ovvero 29,6 miliardi di euro. “I vini premium sono quelli che hanno maggiormente sofferto delle chiusure dei ristoranti e delle sale di degustazione, mentre i grandi produttori, che detengono il canale off-premise con controparti della grande distribuzione, hanno ottenuto buoni risultati”, secondo la OIV.

Chi ne ha tratto un vantaggio e chi no?

I vini spumanti sono stati i più colpiti, soprattutto gli champagne, che sono associati a occasioni di festa. Gli unici che se la sono cavata bene sono stati i prosecchi. In termini di formato, le vendite di vini bag-in-box sono aumentate notevolmente. Anche se i BIB continuano a crescere parecchio, il loro volume totale rimane basso.

Quali sono le nuove opportunità?

Usando la parola chiave “resilienza“, Pau Roca, direttore generale dell’OIV, ricorda che “per i produttori di vino esiste, e continuerà a esistere, la necessità di adattarsi alla diversificazione dei mercati e dei canali di distribuzione”. La chiusura totale o limitata di caffè, hotel e ristoranti (CHR) è stata parzialmente compensata da un aumento delle vendite di vino tramite l’e-commerce e la grande distribuzione. Resilienza significa adattamento. Così facciamo tutti, a seconda del settore e del nostro ruolo. Per lui, “solo coloro in grado di adattarsi continuamente rimarranno in piedi”. Le nuove opportunità da sviluppare richiedono una diversificazione, a partire dal consumo. Tra gli altri obiettivi, l’OIV sta lavorando per convertire il vino in un prodotto di consumo più universale.

Anne Schoendoerffer

Fonte : https://www.oiv.int/en/oiv-life/2020-a-year-of-resilience

Il rosato, un colore alla moda

Con l’arrivo della primavera, il vino rosato sta diventando sempre più popolare a tavola. Fino a poco tempo fa, il vino di questo colore era considerato qualitativamente mediocre, mentre oggi, invece, sta acquistando importanza e trova sempre più spazio in ogni stagione dell’anno. Tanto che, tra il 2002 e il 2018, il consumo mondiale di vino rosato è aumentato del 40%. Chi è solito consumarlo? Come si presenta il prodotto? Quali prospettive si aprono? …Scopriamo insieme questo nuovo colore di tendenza.

Sommario

  • Un aumento esponenziale del consumo
  • Chi consuma la maggioranza del vino rosato nel mondo?
  • Una produzione che si adatta al colore rosato.
  • Perché questo successo?
  • Ogni coltura ha la sua tonalità di rosato
  • Quali sono i prezzi?
  • I rosati iconici e i rosati di terroir

Un aumento esponenziale del consumo

Sulla base degli ultimi dati disponibili, resi noti nel 2020 dall’Osservatorio mondiale del vino rosato (CIVP / FranceAgriMer), il consumo mondiale di vini rosati è passato da 18,3 milioni di ettolitri nel 2002 a 25,6 milioni di ettolitri nel 2018. Si tratta di un aumento del 40% in 17 anni! Ha raggiunto un livello record nel 2018, con un salto del 9% in quell’annata rispetto al 2017. In confronto, il consumo di vino fermo dei 3 colori (rosso, bianco e rosato) è aumentato solo del 5% nello stesso periodo.

Chi consuma la maggioranza del vino rosato nel mondo?

La Francia è il principale consumatore di questo tipo di vino, con il 34% del consumo mondiale. Gli Stati Uniti stanno registrando un aumento notevole nel consumo di vino rosato, con una percentuale pari al 20% del consumo mondiale. La Germania si trova al terzo posto.

Una produzione che si adatta al colore rosato

Si è registrato un bilancio di produzione e consumo in positivo nel 2018, per la prima volta a partire dal 2014 (la produzione di rosato era inferiore rispetto ai consumi). A livello mondiale, i leader di mercato sono la Francia con il 20% della produzione, gli Stati Uniti con il 19%, la Spagna con il 17%, l’Italia con il 9% e il Sudafrica con il 5%.

Per soddisfare questa domanda crescente, alcuni produttori francesi hanno deciso di orientarsi verso il rosato. È il caso delle AOC di Languedoc che, nel 2015, hanno messo in commercio il 12% dei rosati, per arrivare nel 2018 al 18%. Questo equivale a un aumento del 9%.

Perché questo successo?

Già nel 2017, durante la fiera vinisud di Montpellier, Sarah Abbott, Master of Wine 2008 (il diploma più prestigioso nel mondo del vino) ha dichiarato: “Bere vini rosati è diventato molto popolare in diversi paesi. Sui social network, l’hashtag #drinkrosé vanta 6 milioni di utenti negli Stati Uniti. Questa partecipazione ha permesso al vino rosato di essere associato allo stile di vita e alla dieta mediterranei”. La semplicità cromatica, la leggerezza e anche la piacevolezza contribuiscono a questa tendenza.

Ogni coltura ha la sua tonalità di rosato

I francesi preferiscono i vini rosati dai toni chiari e poco sostenuti. Gli italiani e gli spagnoli apprezzano i rosati più scuri. Agli anglosassoni piacciono i toni intermedi, di un rosa marcato.

Quali sono i prezzi?

I vini rosati di alta gamma destinati all’esportazione provengono principalmente dalla Francia (3,50 €/75cl, prezzo IVA esclusa). La Spagna occupa invece un posto preponderante nella fascia economica (0,75 €/75cl, prezzo IVA esclusa). In compenso, il volume delle esportazioni di vini rosati italiani è in calo, anche se il prezzo medio dei rosati italiani tende a salire, raggiungendo i 2,30 €/75cl (prezzo IVA esclusa). Questo è uno dei punti di forza del rosato: è un vino accessibile, con un buon rapporto qualità/prezzo.

I rosati iconici e i rosati di terroir Si stanno affermando due diverse tendenze, ovvero i vini rosati iconici, che possono essere apprezzati tutto l’anno, e i vini di terroir, con una bella sostanza. Ad esempio, la vendita di Clos du Temple (AOP Languedoc Cabrières) al costo di 190€, ad opera del commerciante di vini di Languedoc, Gérard Bertrand, è una dimostrazione del valore dei vini di fascia molto alta. È una bottiglia che rompe gli schemi tradizionali dei rosati, mettendo in risalto un vino iconico, senza tempo e dal grande valore gastronomico. Quello che fino a poco tempo fa era considerato un “vino di scarsa qualità, inferiore, che dava mal di testa e doveva essere bevuto in fretta, oggi è considerato come un vino buono, leggero e fresco, con un aroma di fiori e frutta fresca, adatto a tutte le occasioni e durante tutto l’anno”, come sottolinea Nathalie Caumette, presidente della denominazione Faugères, recentemente eletta presidente della nuova associazione internazionale “Rosés de Terroirs” (composta dalle AOC Tavel, Bandol, Côtes de Provence, Côtes de Toul, Costières de Nîmes, Faugères, Rosé-des-Riceys e Bardolino Chiaretto). Le cantine dei “Rosés de Terroir” rappresentano una nuova era che vede il rosato come un vino a pieno titolo e non più come un elemento di contorno. Ricordiamo che l’annata 2019 di questi vini di terroir sono molto buoni da degustare nel 2021. Spargete la voce!

Anne Schoendoerffer

Fonti : Observatoire du Rosé CIVP / FranceAgriMer, 2020 ,CIVL, AOC Faugères, Anne Schoendoerffer

Quali sono le tendenze di consumo di vino nel mondo?

La Francia è il secondo paese al mondo per consumo di vino, dopo gli Stati Uniti e prima dell’Italia. Più di 3,5 miliardi di bottiglie sono state consumate nel 2019. Eppure, in non più di cinquant’anni, il consumo di vino nel paese si è ridotto al 50%. Il vino ha assunto una valenza culturale e un ruolo di prodotto di consumo occasionale. Nonostante questo, si tratta comunque della bevanda alcolica più amata dai francesi. Diamo uno sguardo alle tendenze di consumo riposrtate alla decima edizione del barometro Sowine* / Dynata 2021.

In breve:

  • Tendenze: i francesi e il vino
  • Tendenze: i francesi e il vino biologico
  • Tendenze: i francesi e il digitale
  • Tendenze: i francesi e il no-low

Tendenze: i francesi e il vino

L’ultimo barometro Sowine/Dynata 2021 rileva che i francesi sono sempre più attratti dal mondo del vino: due su tre si dichiarano interessati e uno su due afferma di essere un vero amante del vino. D’altra parte, la parte di individui che non consumano vino sta gradualmente diminuendo (11%, una diminuzione di 5 punti), mentre la quella relativa ai forti consumatori, che bevono vino una o più volte alla settimana, raggiunge il 50%, rispetto al 36% del 2019. Per coloro che sono coinvolti nel settore del vino, le cifre pubblicate dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) sono una buona notizia. Il consumo francese è sceso da 100 litri per abitante all’anno nel 1975 a 49,5 litri all’anno per abitante di età superiore a 15 anni nel 2019 (OIV, 2020).

Tendenze: i francesi e il vino biologico

Il vino biologico si è già consolidato come un’ abitudine di consumo tra i francesi e continua a registrare nuovi appassionati che si uniscono al gruppo. Questa evoluzione verso l’alto si conferma con più forza tra le persone sotto i 25 anni, che costituiscono il 71% di coloro che controllano che il vino sia biologico al momento dell’acquisto.  Per quanto riguarda gli intenditori, l’85% di loro verifica la presenza di un marchio prima di effettuare l’acquisto. D’altra parte, la percentuale di francesi che non comprano mai vino biologico sta diminuendo del 21%. Sowine nota quanto segue: “questo rapporto subisce un calo di -13 punti rispetto al 2019”.

Tendenze: i francesi e il digitale

Il 2020 è stato un anno in cui il digitale ha costituito il fulcro della vita dei cittadini confinati e collegati alla rete. Nel mondo del vino, secondo il barometro, lo shopping online è in piena espansione: la percentuale degli acquirenti è passata dal 31%, nel 2019, al 46%, nel 2020. Inoltre, il 69% dei clienti online dispone di un budget superiore alla media per i propri acquisti online, vale a dire più di 10 euro a bottiglia. Il 30% di coloro che hanno acquistato vino online, lo ha fatto principalmente per conoscere nuove marche; il 23% ha acquistato vino per il consumo quotidiano e il 17% per sostenere i produttori. È sorprendente notare che il 29% dei francesi che comprano abitualmente vino online non lo faccia durante i periodi di confinamento.

Confinati e informati: questa è la tendenza che è emersa dalle interviste. Molti consumatori ricorrono a fonti di informazione online per compiere i propri acquisti. Lo fanno soprattutto tramite siti web (38%) e social network (37%). Il 28% segue gli influencer del vino e delle bevande alcoliche. Oltre un francese su due tra coloro che seguono questi account, dà particolare importanza ai consigli forniti dagli influencer. Inoltre, la metà dei grandi acquirenti di vino (quelli che comprano vino una o più volte alla settimana) dichiara di aver comprato in precedenza un vino suggerito attraverso i social network.

Tendenze: i francesi e il no-low

Uno degli argomenti che interessa anche gli attori del vino è quello del no-low che si riferisce ai vini analcolici o a bassa gradazione alcolica. Secondo il barometro, il 27% dei francesi dichiara di consumarli. Questa tendenza è più forte tra i 18-25 anni, con il 40% che afferma di farne uso, una cifra che scende a solo il 14% per i 50-65 anni. Tra le principali motivazioni dei consumatori di questi prodotti, troviamo: la cura della propria salute (41%), il desiderio di ridurre il consumo di alcol (41%), il gusto (35%) e il basso contenuto calorico (30%).

*Sowine studia le tendenze di consumo del vino tra i francesi da 10 anni. L’ultimo sondaggio Dynata per l’agenzia di consulenza di marketing e comunicazione è stato condotto a dicembre 2020, interessando 1005 francesi di età compresa tra i 18 e i 65 anni.     

Anne Schoendoerffer

Fonti : vinetsociete.fr, OIV, www.sowine.com

L’ascesa dei vini biologici in Francia

La fiera mondiale del vino biologico Millésime Bio si tiene ogni anno alla fine di gennaio da 28 anni. Un evento chiave per tutti i professionisti del settore vitivinicolo, sia gli acquirenti che i viticoltori, che rappresenta un’occasione per cogliere uno spaccato del mercato in termini di consumo e produzione. Diamo uno sguardo più da vicino a questo settore che si dimostra essere sempre più dinamico.

In breve:

  • Consumi in crescita
  • Un mercato in forte espansione
  • Dove si acquista?
  • Una produzione in costante aumento
  • Le regioni francesi leader nella produzione di vino biologico             

Consumi in crescita

Come Jeanne Fabre (domaines Fabre, regione Languedoc), presidente della commissione Millésime Bio, sottolinea: “La crisi sanitaria che stiamo attraversando ha indebolito il settore del vino, anche se le ultime cifre pubblicate dall’Agenzia Bio lo scorso luglio sono incoraggianti: il consumo di alimenti biologici, e soprattutto di vino biologico, continua a crescere. L’effetto di questa crisi è la consapevolezza che implica uno spostamento dei consumi verso prodotti più responsabili, locali e, se possibile, biologici”. 

Un mercato in forte espansione

Secondo gli ultimi dati dell’OIV (Organizzazione internazionale della vigna e del vino), nel 2018, il consumo di vino biologico in Francia ha rappresentato il 4,7% del totale. Si stima che il volume d’acquisto dei vini biologici per i francesi sia stato di 979 milioni di euro nel 2019, con un aumento del 5% rispetto al 2018. In un decennio, tra il 2010 e il 2019, il mercato si è quasi quadruplicato. Il mercato del vino biologico sta fiorendo. Ci sono sempre più persone che decidono di optare per questo tipo di prodotti. Talvolta, la domanda può superare l’offerta per alcune categorie di vini.

Dove si acquista?

Il 46% delle vendite di vino biologico (in valore) avviene attraverso la vendita diretta. È l’unico settore vinicolo per il quale la vendita diretta rappresenta il principale circuito di commercializzazione. Ai consumatori piace comprare direttamente dal viticoltore il vino biologico. Il 22% dei francesi acquista il vino nelle enoteche o nei supermercati, mentre il 10% si rivolge a negozi specializzati in prodotti biologici. Non a caso, sulla scia della pandemia COVID-19, secondo gli indicatori dei distributori IRI, nel 2020 la grande distribuzione ha venduto 250 milioni di euro di bottiglie di vino biologico (in ipermercati, supermercati, esercizi commerciali di prossimità e vendita diretta), registrando un aumento del 5% rispetto al 2019.            

Una produzione in costante aumento

In Francia, nel 2019, sono stati coltivati 112.000 ettari con metodo biologico (AB + conversioni) da 8.039 aziende ( il 20% in più rispetto al 2018). Si tratta di più del 14% del totale del vigneto nazionale. Tale aumento rimane costante, progredendo notevolmente, con più del 23% rispetto al 2018. Così, nello stesso anno risulta che sono state 1.313 le nuove aziende che hanno avviato la produzione di vino biologico, mentre nel 2018 ammontavano a 891 unità, nel 2017 a 572 e nel 2016 a 87.

Le regioni francesi leader nella produzione di vino biologico

Secondo Agence Bio, sono quattro i vigneti che coprono il 72% delle vendite. In prima posizione si trova la regione dell’Occitania con il 30% delle aree viticole biologiche della Francia. Nel 2019 sono stati 42.424 gli ettari di terreno (certificato AB + conversioni) che hanno prodotto circa 1 milione di ettolitri di vino biologico.

La regione Provenza Alpi Costa Azzurra si colloca al secondo posto, con 23.012 ettari (certificati AB + conversioni), seguita dalla Nuova Aquitania, con 19.696 ettari (certificati AB + conversioni). Auvergne-Rhône-Alpes è la quarta regione, con 7.570 ettari (certificati AB + conversioni). In quanto a dipartimenti, invece, quello della Gironda è il primo in Francia nel campo della viticoltura biologica.

Anne Schoendoerffer

Fonti : SudVinBio, Agence Bio, Anne Schoendoerffer

Alla scoperta dei vigneti in Repubblica Ceca

I cechi sono i più grandi bevitori di birra al mondo, aggiudicandosi il titolo con la media di 146 litri all’anno per abitante. Eppure, questo piccolo paese nel cuore dell’Europa, il cui passato viticolo risale al Duecento, è una regione degna di attenzione non solo per la sua storia, ma anche per i suoi vitigni e la sua apertura al turismo del vino. Ecco i vigneti assolutamente da scoprire.

Fatti importanti:

  • I vigneti della Repubblica Ceca: il 98% di essi si trova in Moravia Meridionale
  • I cechi e il vino
  • I vigneti e la traccia del passato comunista
  • I vitigni della Repubblica Ceca
  • Una destinazione di punta per il turismo del vino
  • Riscaldamento globale, un vantaggio per la viticoltura

I vigneti della Repubblica Ceca: il 98% di essi si trova in Moravia Meridionale

Le vigne di questo paese rappresentano lo 0,24% dei vigneti del mondo, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino). I 18.068 ettari che possiede sono situati per il 97% in Moravia Meridionale, nel sud-est del paese, al confine con la Slovacchia e l’Austria. Due terzi della sua produzione sono costituiti da vini bianchi. L’altra parte dei vigneti si trova in Boemia, a nord di Praga. La Repubblica Ceca conta più di 1.000 stabilimenti di vinificazione nelle sue 6 sub-regioni vitivinicole e 383 comuni.

I cechi e il vino

In Repubblica Ceca si sente qualche volta dire: “Il nostro è un gesto patriottico, ci piace bere i vini nati dalla nostra terra”. Si parla di un consumo annuale di vino pro capiteche supera i 20 litri, di cui 6 litri di vino sono di origine ceca. Per soddisfare la domanda, importano due terzi del vino che consumano. La Francia è il quinto più grande importatore per la Repubblica Ceca in termini di volume. Il livello delle esportazioni è minimo.

I vigneti e la traccia del passato comunista

In seguito al colpo di stato comunista del 1948, ogni cosa venne nazionalizzata e collettivizzata. La gente rimase senza niente. Tutto apparteneva a tutti. L’unico obiettivo era la quantità, nessuno si curava della qualità. Dopo la Rivoluzione di Velluto e la caduta della cortina di ferro nel 1989, la riassegnazione dei vigneti e i primi investimenti privati hanno portato al ripristino delle cantine familiari e alla nascita di nuove imprese. Nel 1995, la legge sul vino e l’adesione del paese all’Unione europea, il 1° maggio 2004, hanno segnato il rinnovamento dei vigneti cechi.

I vitigni della Repubblica Ceca

In Repubblica Ceca esistono 35 varietà di vini bianchi e 26 varietà di vini rossi, annoverate all’interno del registro nazionale delle varietà vegetali. Tra queste varietà troviamo vitigni internazionali come lo chardonnay, il riesling o il sauvignon blanc, ma anche vitigni come il welschriesling, il blaufränkish o l’autoctono palaba, un incrocio tra savagnin rosé e müller-thurgau. Questa varietà molto aromatica, con note esotiche, è molto popolare nella Repubblica Ceca. Infatti, Miroslav Volarik, enologo del vigneto Vinařství Volařík, lo definisce addirittura “il portabandiera dei vini del nostro paese”.

Una destinazione di punta per il turismo del vino

Per tutti gli amanti del vino e della bicicletta, la Moravia Meridionale rappresenta una vera e propria meraviglia. 1.200 km di piste ciclabili si snodano attraverso questa regione vinicola. La spina dorsale è costituita dalla strada del vino della Moravia, lunga 289 km, tra Znojmo e Uherské Hradiště. Dagli stabilimenti tradizionali alle cantine moderne, tutto è concepito per dare un caldo benvenuto ai ciclisti amanti del vino.

Riscaldamento globale, un vantaggio per la viticoltura Le vigne della Moravia si trovano alla stessa latitudine dell’Alsazia e della Borgogna. Il clima è continentale umido, senza stagione secca, con inverni freddi ed estati calde. La stagione di crescita è più breve che in Europa occidentale, quindi l’uva matura più tardi nel corso dell’anno. La vendemmia avviene tra la metà di settembre e la fine di novembre. Con questo clima, il riscaldamento globale per alcuni osservatori può avere un effetto “benefico per i vigneti della Repubblica Ceca”.

Anne Schoendoerffer.

Fonti :

La maturazione del vino in Borgogna

Le vigne della Borgogna sono ricche di particolarità. L’invecchiamento del vino ne rappresenta una parte. Il processo di maturazione, una tappa fondamentale per i vini di Borgogna, permette al vino di invecchiare bene. Le tecniche e i materiali utilizzati sono altrettanto specifici. Di seguito vogliamo approfondire tutto ciò che riguarda l’invecchiamento del vino in Borgogna.

L’invecchiamento, una tappa fondamentale nella vita di un vino di Borgogna

In Borgogna, tutti i vini (rossi, bianchi o spumanti) passano attraverso una fase di maturazione.

Questa fase, che si colloca tra la vinificazione e l’imbottigliamento, ha un’influenza diretta sull’invecchiamento del vino e, quindi, sulla qualità del prodotto finale.

Il processo di maturazione di un vino richiede la realizzazione di tre operazioni consecutive:

1.           L’ouillage. Il vino viene conservato nelle botti. Una parte del vino evapora. I viticoltori spesso la chiamano “part des anges” (la parte degli angeli). Per compensare questa differenza di livello e per evitare che il vino si ossidi in superficie, si aggiunge altro vino nelle botti con una certa frequenza.

2.           Il travaso. Questo serve per separare il vino dalle fecce, e anche per ossigenarlo. Il vino può essere travasato diverse volte. Spetta all’enologo stabilire il numero di travasi che verranno effettuati per ottenere tutti gli aromi desiderati.

3.           Il bâtonnage. Questa operazione non viene effettuata in tutti i vigneti della Borgogna. Quando è pronto, il vino viene rimescolato tra le due e le quattro volte al mese. Permette a tutto il vino di entrare in contatto con i lieviti.

Le caratteristiche principali del processo di invecchiamento del vino in Borgogna

In Borgogna, il processo di invecchiamento è considerato una fase fondamentale perché permette di affinare gli aromi del vino.

Infatti, in questa regione, può essere esteso per un periodo di tempo che può arrivare fino a 24 mesi per i vini rossi.

In Borgogna, il vino viene invecchiato in botti in rovere chiamate pièces dai viticoltori borgognoni. Si tratta di botti con una capacità di 228 litri che conferiscono al vino delle note aromatiche legnose.

Il vino può anche essere invecchiato in vasche. Questo metodo permette di conservare una certa freschezza. L’invecchiamento in vasca è solitamente utilizzato per i vini destinati ad essere consumati nei primi anni dopo l’imbottigliamento.

La scelta del recipiente destinato all’invecchiamento del vino dipende dai risultati attesi dal viticoltore per il suo prodotto finale.

Subito dopo la maturazione, si procede con l’imbottigliamento. Anche una volta in bottiglia, il vino non smette di invecchiare perché continua ad evolversi. Ecco perché il tappo in sughero è così diffuso in Borgogna. Infatti, la sua porosità contribuisce al processo di invecchiamento una volta che il vino è stato imbottigliato.In Borgogna, il processo di maturazione costituisce il fulcro del lavoro di ogni viticoltore. In questa fase di invecchiamento del vino, è possibile agire sugli aromi che si sprigionano durante la degustazione. Maturati all’interno di pièces o in vasche, i vini di Borgogna sono molto popolari tra i consumatori.

Le api e i vigneti

A differenza delle vespe, le api sono amiche dei viticoltori. Non c’è da stupirsi, dato il ruolo importantissimo che svolgono all’interno dei vigneti. Ecco perché vi suggeriamo di scoprire il legame che unisce le api al vigneto.

Qual è il ruolo delle api nei vigneti?

Per i viticoltori, la presenza delle api nei loro vigneti rappresenta spesso una straordinaria risorsa.

Le api non danneggiano le viti, a differenza delle vespe, che bucano l’uva. Il frutto, che produce poco nettare, non è molto appetibile per le api.

In quanto insetti impollinatori, le api sono responsabili dell’80% del processo di impollinazione in natura. Svolgono quindi un ruolo fondamentale nella riproduzione dei fiori della vite e preservano la biodiversità dei vigneti.

Nelle vigne, per assolvere a questa funzione, non hanno bisogno di percorrere lunghe distanze e ciò le rende particolarmente efficienti.

La presenza delle api nei vigneti, infatti, sembra consentire ai viticoltori di aumentare la produzione di uva del 10%.

Tuttavia, per godere dei frutti derivanti dalla presenza delle api nei propri vigneti, i viticoltori devono assicurarsi che le loro vigne offrano loro un ambiente salubre. Ciò significa ridurre drasticamente l’uso di insetticidi e di altre sostanze chimiche dannose per le api. Infine, ricordiamo che l’azione delle api nei vigneti non altera in alcun modo gli aromi del vino.

Quali sono i benefici del miele?

Oltre ai benefici che le api apportano alle viti e all’ambiente in generale, questi insetti producono miele. Il miele, noto anche come nettare degli dei, deriva dal nettare che le api raccolgono dai fiori.

Il miele può essere usato come dolcificante naturale e possiede anche delle proprietà terapeutiche in virtù dei numerosi benefici che esso offre:

  • funzione antiossidante;
  • azione cicatrizzante;
  • proprietà antinfiammatorie.

Di solito viene impiegato nei preparati destinati a combattere il mal di gola per via della sua azione rilassante. 

Grazie alle sue virtù, viene utilizzato anche come medicazione per curare le ferite e le bruciature. 

Inoltre, alcuni ospedali usano il miele per i pazienti oncologici che ricevono trattamenti come la radioterapia o la chemioterapia, che danneggiano la pelle e che seccano le mucose del cavo orale.

Le api offrono dei benefici ai vigneti e all’ambiente in generale, ma anche all’uomo, grazie al miele che producono. Per questo motivo, le api e le viti hanno un rapporto di totale e assoluta armonia. Anzi, si tratta proprio di un connubio perfetto. Sono sempre più numerosi i viticoltori che installano alveari vicino ai loro vigneti per proteggere questa specie in via di estinzione e per godere delle virtù che esse offrono alla vite.