Panoramica sulle tendenze di consumo nel mondo del vino nel 2022

Dal 2017, il consumo mondiale di vino ha registrato una tendenza al ribasso, secondo la sintesi dei fattori di competitività del mercato mondiale del vino pubblicata da France Agrimer. Nel 2022, in Francia, il vino si conferma come la bevanda preferita dal 45% delle donne. Invece, non è più così per gli uomini: per la prima volta la birra rappresenta la loro bevanda preferita, con un tasso del 59%, secondo l’ultima edizione del censimento Sowine*/Dynata. Quali sono le altre tendenze? Diamo uno sguardo al 2022 per scoprire chi sono i consumatori di vino che sono sempre più connessi e aperti alle novità.

In breve:

  • I consumatori sono sempre più connessi: perché?
  • Basso o nessun consumo di alcol, una tendenza ancora in atto?
  • Pagare di più per un’etichetta bio?

I consumatori sono sempre più connessi: perché?

Nel 2021, il digitale è stato al centro della vita di cittadini confinati e connessi. Lo shopping online ha conosciuto un vero boom con il 46% dei francesi che hanno scelto il loro vino in rete. Nel 2022 questa tendenza è scesa al 41%, tra l’altro a causa della riapertura di ristoranti ed enoteche. Tuttavia, resta ancora un fenomeno importante.  Le abitudini di acquisto di vino online si stanno radicando soprattutto tra i 18-25enni (55%), i 26-35enni (53%) e gli appassionati/esperti di vino: un quarto sono grandi acquirenti di vino online (+3 punti). Come osserva lo studio eseguito da Sowine/Dynata: “I siti Web dei grandi negozi al dettaglio sono al primo posto con il 33% degli acquirenti online (+5 punti), anche se i siti dei prodotti (30%) e i venditori di vino (25%) stanno sfidando il loro potere.”

Qual è il budget medio? Un terzo degli acquirenti di vino in rete effettua una spesa media che va dai 31 ai 50€. La metà degli acquirenti (48%) acquista dalle 3 alle 6 bottiglie in una spesa e il 23% degli acquirenti tra le 7 e le 12 bottiglie.

Per quanto riguarda i social network, Instagram è diventata la piattaforma di maggiore interazione nel settore del vino e dei liquori: Il 32% dei suoi utenti segue domaine, châteaux, marchi o produttori di vino.

Va notato che il numero di francesi che seguono gli account degli influencer e che hanno acquistato un vino da loro raccomandato è in diminuzione (23%, -5 punti). Questa tendenza è più marcata tra i giovani: 39% per la fascia 18-25 anni e 35% per la fascia 26-35 anni. Secondo il censimento SOWINE/DYNATA 2022, questa evoluzione si spiega con la maggiore conoscenza dei consumatori francesi in materia di vino, sempre più interessati al mondo dei vini e delle bevande alcoliche, curiosi di scoprire da soli nuovi artigiani e il loro modo di lavorare. Sono anche motivati a informarsi sui prodotti che consumano. 1 acquirente di vino su 2 acquista il vino consigliato tramite i social network che segue (-3 punti), una percentuale che sale al 66% per i principali acquirenti di vino online (=2021).

La tendenza a consumare una quantità ridotta o nulla di alcol

I vini a contenuto non alcolico (vini analcolici) e a basso contenuto alcolico (vini a bassa gradazione alcolica) sono ancora sotto i riflettori degli operatori del settore perché si tratta di una tendenza che si sta affermando sempre di più. Secondo il barometro, il 29% della popolazione francese si dichiara consumatore (+2 punti dal 2021). Questa tendenza è più alta tra i 18-25 anni di età, con un tasso del 44% di consumo riferito, che scende a solo del 10% per i 50-65 anni di età. Quali sono le motivazioni che stanno dietro a questa tendenza? Consumare meno alcol (40%), prendersi cura della salute (38%), gusto (33%) e basso contenuto di calorie (20%).

Pagare di più per un’etichetta bio?

Il 53% degli acquirenti ora si prende il tempo di verificare se una bottiglia di vino sia certificata dal punto di vista ambientale al momento dell’acquisto. Le certificazioni green riconosciute sono: la certificazione Agriculture Biologique, conosciuta dall’85% dei consumatori, la certificazione Vignerons Engagés, conosciuta dal 36%, seguita dalla certificazione Haute Valeur Environnementale (29%), nonché Terra Vitis (26%).

Inoltre, il 53% dei consumatori è disposto a pagare di più se il vino è certificato dal punto di vista ambientale, e questa percentuale è più alta tra i giovani tra i 18 e i 35 anni (66%) e tra i grandi acquirenti di vino (69%).

Tuttavia, il prezzo resta il principale ostacolo all’acquisto di vino con etichetta ambientale, citato dal 44% degli intervistati, seguito, con il 32%, dalla scarsa conoscenza di queste etichette. Il 15% della popolazione francese non è interessato alle etichette e alle certificazioni ambientali.*Per 11 anni Sowine ha osservato le tendenze di consumo dei francesi all’interno dell’universo del vino. L’ultima indagine condotta da Dynata per l’agenzia di consulenza marketing e comunicazione è stata condotta nel dicembre 2021 con un campione di 1015 persone francesi di età compresa tra i 18 e i 65 anni.

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti : www.sowine.com, france agrimer, © gannamartysheva/Fotolia

Sauvignon Blanc: il vitigno internazionale che fa tendenza

Viene descritto come “esuberante”. Produce vino bianco ed è uno dei 7 vitigni più coltivati al mondo. La sua gamma aromatica è ampia e cambia a seconda del luogo di coltivazione.  Suscita molte passioni. Ogni anno, il 6 maggio è il suo giorno. Il suo nome? Sauvignon Blanc. Da dove viene? Quali aromi presenta? Diamo uno sguardo a questo vitigno internazionale che fa tendenza e al contest mondiale organizzato in suo onore.

In breve:

  • Le origini del Sauvignon.
  • In quali terreni cresce? Dove si coltiva?
  • Qual è la gamma aromatica del Sauvignon Blanc?
  • Potenziale di invecchiamento
  • Il Concours Mondial du Sauvignon

Le origini del Sauvignon.

Secondo il sito del Concours Mondial du Sauvignon (concorso mondiale del Sauvignon), « il Sauvignon è un vitigno di origine francese, molto probabilmente discendente dal Savagnin ». Più precisamente, secondo la guida dei vini Hachette, proviene dalla Valle della Loira e dalla regione di Bordeaux. Ogni regione gli ha dato un nome diverso. Per esempio, viene chiamato « savagnou » nei Pirenei Atlantici o « libourne » nella Dordogna.

In quali terreni cresce? Dove si coltiva?

Secondo il rapporto del 2017 della OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino), il Sauvignon Blanc copre 123.000 ettari in tutto il mondo. Si trova alla 7° posizione dei vitigni più coltivati al mondo. Per fare un confronto, il vitigno più coltivato al mondo è il Cabernet Sauvignon, che conta 341.000 ettari. Un terzo di questa superficie piantata a Sauvignon si trova in Francia. Principalmente nella Languedoc-Roussillon (29% del Sauvignon Blanc francese), nella Loira (27% delle uve bianche della regione) e a Bordeaux (45% delle uve bianche della regione).

Viene coltivato in altri 30 paesi come la Nuova Zelanda, il Cile, il Sudafrica, gli Stati Uniti, l’Australia, la Bulgaria, la Spagna e persino il Messico.

Qual è la gamma aromatica del Sauvignon Blanc?

Presenta un’ampia gamma aromatica. Si dice che abbia un profilo esuberante perché è spesso caratterizzato da una notevole intensità aromatica al naso e in bocca. Come osserva il sito World Sauvignon Competition: « Si distingue per la sua costante freschezza, le note agrumate (limone, pompelmo, arancia), i fiori bianchi (lime, giglio) e le note vegetali (bosso, erba tagliata) nei climi più freschi. Nei vigneti più soleggiati, le note tropicali (frutto della passione, ananas) tendono a dominare con aromi di pompelmo rosa attribuibili ai tioli volatili formati dopo la fermentazione alcolica ». In quali luoghi si esprime al meglio? Nei climi freddi e temperati.

Potenziale di invecchiamento

La durata media di invecchiamento è di circa 5 anni e fino a 20 anni o più per i vini più liquorosi. L’invecchiamento in botte può favorire un aumento dei tempi.

Il Concours Mondial du Sauvignon

E visto che sono sempre di più gli estimatori di questo vitigno di tendenza in tutto il mondo, gli è stato dedicato un concorso in suo onore. Ecco il suo nome: Concours Mondial du Sauvignon. La sua 13° edizione avrà luogo nella città di Torres Vedras, Portogallo, nel marzo 2022. « È il più grande e importante concorso internazionale di vino sauvignon del pianeta », spiega Quentin Havaux, l’organizzatore del concorso. Per 2 giorni , 1120 campioni provenienti da 23 paesi produttori (tra cui Francia, Italia, Austria, Nuova Zelanda, Sud Africa e Cile) sono stati degustati alla cieca da sommelier, distributori, giornalisti e opinion maker di tutti i settori.

In termini di numero di medaglie, i primi cinque paesi sono Francia, Austria, Italia, Sudafrica e Repubblica Ceca. Quest’anno, la regione con il maggior numero di premi è la Val de Loire con 100 medaglie. La regione della Stiria (Austria) si colloca al secondo posto, con 71 premi. “Quest’anno i vini austriaci, con il loro affinamento in botte, definiti come vini con note di legno, hanno avuto un grande successo tra i degustatori”, osserva uno degli esperti. Il Bordeaux, che invecchia anche il Sauvignon in botti, è arrivato al terzo posto con 22 medaglie. Come osserva Sharon Nagel, giornalista e degustatrice: “il settore ha saputo ottimizzare il potenziale di un vitigno capace di sedurre i consumatori e aumentare la sua visibilità a livello internazionale”. Una nuova corrente che presto potrete scoprire sul nostro sito web www.bourrasse.com/actualites/

 Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti : cmsauvignon.com, www.hachette-vins.com, www.oiv.int, © exclusive-design/AdobeStock

Notizie frizzanti dalle bollicine di Champagne

Buone notizie per lo Champagne AOC sia a livello di esportazioni che di impegno crescente da parte dei viticoltori biologici. Com’è stato il mercato dello Champagne nel 2021? Quanto sono state buone le vendite di Champagne biologico nella grande distribuzione nel 2021?  Quali sono le cifre della produzione di Champagne nell’agricoltura biologica? Diamo un’occhiata al mercato di questa denominazione ed entriamo nel merito del suo profilo biologico.

Il mercato dello Champagne nel 2021

Lo Champagne sorride di nuovo dopo l’impatto della pandemia. Secondo le ultime cifre pubblicate nel gennaio 2022 da parte del Comitato Champagne, le spedizioni totali di Champagne nel 2021 sono ammontate a 332 milioni di bottiglie, il 32% in più rispetto al 2020. Il mercato francese è in crescita del 25%, con quasi 142 milioni di bottiglie, tornando ai livelli del 2019. Le esportazioni continuano ad aumentare toccando il nuovo record di 180 milioni di bottiglie.

Per Maxime Toubart, Presidente dell’Unione Generale di Vintners, Co-Presidente del Comitato Champagne: “Questa ripresa è benvenuta per lo Champagne dopo un 2020 che lo ha duramente colpito (-18%) per la chiusura dei principali locali dei consumatori e per l’assenza di eventi in tutto il mondo.”

Vendite di Champagne biologico nei supermercati nel 2021

Le vendite di Champagne biologico nei supermercati nel 2021 rappresentano solo lo 0,5% delle vendite di Champagne in volume e il 0,6% in valore. Tuttavia, Sarah le Douan, responsabile della missione di osservazione presso Agence Bio, chiarisce durante una conferenza sull’annata biologica 2022:

“Tra il 2020 e il 2021 le vendite sono aumentate del 23,1% in volume e del 23,6% in valore, principalmente grazie al forte incremento delle vendite avvenute negli ipermercati(+50,7% in volume e +49,2% in valore), alla crescita nei supermercati (+15,5% in volume e +17,2% in valore), mentre le vendite nei discount sono diminuite (-61,8% in volume e -54,2% in valore) e le vendite nei drive-in sono diminuite (-22,3% in volume e -20,0% in valore) ».

Viticoltura biologica dello Champagne

Nel 2016, le aree a produzione biologica di Champagne rappresentavano solo il 2% della superficie. Nel 2019, Pascal Doquet, presidente dell’associazione dello champagne biologico (ACB), ha riferito che « la superficie con certificazione AB era del 3,1% ». Nel 2020 è salito al 5% nella zona viticola dello Champagne. Secondo l’ACB « se le notifiche ricevute dall’Agenzia Bio sono confermate dall’Osservatorio Regionale di AB, il vigneto biologico e il vigneto in fase di conversione dovrebbero toccare i 2730 ettari, cioè circa l’8% della superficie della denominazione« , il che equivale a un aumento del 43% (cifre non consolidate ad oggi). In particolare, fino alla fine di dicembre 2021, erano 567 le aziende che producevano vini biologici.

Gli champagne d’annata biologica 2022

Al salone mondiale del vino biologico, tra i 1450 esponenti, erano presenti 11 produttori della Champagne, tra cui Pascal Doquet, che partecipa per la seconda volta di persona. Il suo commento: « Quest’anno, abbiamo visto soprattutto acquirenti francesi determinati perché pochi di noi sono qui. » Con sua moglie Laure, coltivano 8,6 ettari nella Côte des Blancs e nella Côtes du Perthois. Sono certificati AB dal 2009. Erano presenti anche due cooperative: Chassenay d’ARce e Champagne H.Blin. Quest’ultimasi fa notare come « la prima e unica cooperativa che da anni commercializza vini biologici. Esattamente dal 2013”, parole del direttore Daniel Falala. Come sottolinea Pascal Doquet, « gli Champagne biologici si stanno sviluppando sia in Francia che a livello internazionale grazie ai giovani sommelier, i quali non presentano più le grandi marche di Champagne per proporre vini prodotti da viticoltori che hanno una storia da raccontare, un’origine, un terroir ».

 Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Sources : www.champagnesbiologiques.com, www.champagne.fr, ©ANNA BERDNIK/Adobestock

Chi sono i pionieri dello sviluppo sostenibile?

Lo sviluppo sostenibile fa parte delle politiche dei nuovi produttori mondiali da… il secolo scorso! In quel periodo, l’Europa ha fatto ricorso all’agricoltura biologica. Cos’è lo sviluppo sostenibile? Qual è la visione dell’OIV? Chi sono i pionieri dei marchi biologici? Diamo uno sguardo alle iniziative prese da Nuova Zelanda e Sudafrica.

In breve:

Cos’è lo sviluppo sostenibile?

La visione del direttore generale dell’OIV Pau Roca

I pionieri del XX secolo: Nuova Zelanda e Sudafrica

Cos’è lo sviluppo sostenibile?

Ogni paese produttore di vino, come anche ogni singola regione o Stato, ha la propria visione di sviluppo sostenibile. A seconda delle rispettive condizioni ambientali, economiche o sociali, ciascun paese gestisce la propria politica di tutela ecologica. Esistono quindi numerose agende basate su questi tre elementi: ambiente, società ed economia.  Riprendiamo la definizione della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo dell’ONU del 1987: “Soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”.

La visione del direttore generale dell’OIV Pau Roca

Nel 2020, nel bel mezzo della pandemia, Pau Roca, Direttore Generale dell’OIV (Organizzazione Internazionale della vigna e del vino) ha annunciato nel corso di una conferenza online: “Le strategie sviluppate per adattarsi agli impatti ambientali, economici e sociali derivanti dal cambiamento climatico segneranno il passo per il futuro benessere del settore. Fortunatamente i viticoltori non si sono mai opposti, dal momento che già da anni si trovano ad affrontare in prima linea le conseguenze del cambiamento climatico. Stiamo entrando in una nuova era , in cui si deve implementare un nuovo modello economico che si concentri meno sulla crescita e più sulla gestione dell’equilibrio naturale. La crisi del Covid-19 ha ulteriormente accentuato tale necessità. Se la sostenibilità si riducesse a una sola misura o parametro, arriveremmo a questa nuova era economica in cui la performance si misura in termini di conservazione di nuovi capitali e risorse limitate: la conservazione della terra. La sostenibilità è un nuovo valore della crescita”.

I pionieri del XX secolo: Nuova Zelanda e Sudafrica

L’industria del vino neozelandese ha creato il suo marchio di qualità « Sustainable Winegrowing New Zealand » (SWNZ) nel 1994.   La Nuova Zelanda, paese pioniere in questo settore, è anche uno dei primi ad aver implementato il programma Emissioni Zero (un dato importante, visto e considerato che si tratta di un’isola dall’altra parte del pianeta). La SWNZ prende in considerazione numerosi fattori, come la biodiversità delle colture, i suoli, gli standard di acqua e aria, l’uso di energia, l’uso di prodotti chimici, i rifiuti provenienti dalla viticoltura e dal vino e le pratiche commerciali sostenibili. Il programma riconosce anche altre certificazioni ambientali, tra cui la ISO 14001 e  la produzione di vino biologico e biodinamico. L’adesione a tutti i programmi SWNZ è volontaria. Attualmente, il 96% dell’area vitivinicola neozelandese è certificata SWNZ e il 10% di essa opera nell’ambito di programmi biologici certificati e riconosciuti. Inoltre, più del 90% del vino prodotto in Nuova Zelanda viene prodotto presso strutture a marchio SWNZ.

Il Sudafrica ha lanciato il suo programma IPW (Integrated Production of Wine) nel 1998. L’IPW ha adottato una strategia globale che copre tutta la filiera, dalla produzione dell’uva alla vinificazione: norme a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, riduzione dei prodotti chimici e dei pesticidi, riduzione del consumo di acqua… Questo programma è legato alla BWI (Biodiversity and Wine Initiative). BWI e IPW formano insieme il programma SWSA (Sustainable Wine South Africa). Nel 2016, il 95% dei produttori esportatori, con il 97% di uve raccolte, ha aderito alla certificazione. Come dichiarato da Joël Richard, ex direttore del Centro Nazionale per lo sviluppo sostenibile dell’IFV (Istituto francese della vigna e del vino): “Si tratta di un sistema che rappresenta una sfida stimolante e non un obbligo, perché i costi aggiuntivi sostenuti sono compensati dallo sviluppo delle vendite”.

 Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti: Anne Schoendoerffer, www.nzwine.com, www.ipw.co.za

© Patrik Stedrak/AdobeStock

A proposito di vini biologici: come va in Europa?

In occasione della fiera Millésime Bio*, evento mondiale dedicato al vino biologico, gli organizzatori hanno pubblicato uno studio sul consumo di vino biologico in Europa** in collaborazione con Ipsos. Non sorprende che stia guadagnando una quota di mercato crescente a partire dal 2015. Tuttavia, ci sono differenze tra i paesi presi in considerazione: Francia, Germania, Regno Unito. Qual è la percentuale di consumo di questo vino? E qual è il profilo dei consumatori? Cosa spinge all’acquisto del prodotto e cosa invece frena i consumatori? Diamo uno sguardo alla domanda a livello europeo.

In breve:

  • Qual è la percentuale di consumo di vini biologici?
  • Qual è il profilo del consumatore di vino biologico?

Qual è la percentuale di consumo di vini biologici?

Prima di tutto, come riporta l’analisi, vogliamo fare un’osservazione importante: nel complesso il consumo di vino si sta abbassando. Nel 2015 l’82% degli europei aveva consumato vino negli ultimi sei mesi prima dell’intervista, mentre invece nel 2021, durante lo stesso periodo, solo il 73%. In compenso, il consumo di vino biologico è in aumento: il 29% degli europei lo ha ormai introdotto nelle proprie abitudini, contro il 17% del 2015. Persino il 36% dei francesi lo consuma abitualmente, periodicamente o occasionalmente, contro il 17% del 2015, cioè più della metà.  Nel 2015, il 18% degli inglesi e dei tedeschi ha scelto il vino biologico, passando rispettivamente al 27% e al 23%.

Tale consumo è ormai diventato strutturale, cioè non manca quasi mai tra gli acquisti dei consumatori europei, che oggi mettono spesso qualche bottiglia nel carrello della spesa. Come dice Nicolas Richardme, presidente di Sudvinbio, l’associazione che organizza la fiera Millésime Bio: « Siamo passati dal consumo curioso al consumo strutturale. Il divario tra i consumatori abituali e i consumatori che dicono di aver assaggiato il vino biologico almeno una volta nella vita si è ridotto ».

Chi è il consumatore tipo del vino biologico?

Il consumatore tipo è un giovane uomo di città, con un titolo di istruzione superiore e che lavora occupando un ruolo dirigenziale. Il 46% degli under 35 ha già consumato vino biologico, mentre gli over 55 non superano il 38%. Anche il livello di istruzione è un fattore di disparità: il 48% degli individui che hanno diplomi superiori ha già consumato vino biologico, contro il 25% di quelli con diplomi inferiori. Il luogo di residenza è un altro fattore di differenziazione: il 75% degli abitanti della regione di Parigi ha già avuto l’opportunità di assaggiare il vino biologico: più del doppio della media europea (39%).

Fattori che spingono e che frenano i consumatori europei

Lo studio indica che la prima molla che fa scattare gli acquisti è l’impronta ecologica del vino biologico. Tra le ragioni principali del consumo di vino biologico si trova quella del rispetto per l’ambiente, per il 58% dei consumatori tedeschi, il 54% di quelli francesi e il 50% dei consumatori inglesi. La grande novità è l’equità sociale che ruota attorno al vino biologico. I tedeschi (38%) sono i più favorevoli a questo tipo di filiera, che crea più posti di lavoro di quella convenzionale. Seguono i francesi (35%) e infine gli inglesi (31%).

Infatti, pur sapendo che i costi di produzione sono più alti nell’agricoltura biologica, il 63% degli europei (che siano consumatori o meno) sono comunque disposti a pagare di più per prodotti che contribuiscono a proteggere l’ambiente, rispetto al 57% del 2015. In media, si spendono 13,90 euro per un vino biologico e 11 euro per un vino non biologico. Entrando nel dettaglio, gli inglesi sono disposti a pagare in media ben 18,90 euro per una bottiglia biologica AB (ovvero 6,6 euro in più rispetto al 2015), i francesi 14 euro (5 euro in più rispetto al 2015) e i tedeschi 10 euro (2,3 euro in più rispetto al 2015).

Tuttavia, tra gli ostacoli all’acquisto di vino biologico c’è il prezzo. Il 42% degli inglesi lo considera molto alto, così come il 41% dei tedeschi e il 27% dei francesi. In media, il 23% dice che non è facile da trovare nei negozi. Il principale ostacolo per i consumatori è la mancanza di informazioni. Il 40% dei francesi non ha mai comprato vino biologico perché ritiene di essere male informato. Questa situazione è condivisa dal 41% degli inglesi e dal 26% dei tedeschi. Paradossalmente, i francesi sono sempre i più informati sull’esistenza del vino biologico: lo conosce l’83% dei consumatori in Francia, mentre solo il 50% in Germania e il 43% nel Regno Unito.

 Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

**La fiera Millésime Bio è stata rinviata. Si svolgerà a Montpellier da lunedì 28 febbraio a mercoledì 2 marzo 2022. La parte online si terrà lunedì 24 e martedì 25 gennaio 2022.                                       

**METODOLOGIA: Campione di 3000 persone dai 18 anni in su (1000 per la Germania, 1000 per la Francia e 1000 per il Regno Unito) rappresentativo delle popolazioni interessate.  Modalità di suddivisione in categorie: sesso, età, classe sociale e professionale, regione e zona urbana. Sondaggio del campione condotto online tra il 22 settembre e l’8 ottobre 2021.

Fonti: www.millesime-bio.com/, www.sudvinbio.com/,

©Eléonore H/AdobeStock

Adattare la viticoltura ai cambiamenti climatici: l’innovativo progetto di ricerca LACCAVE e le sue proposte rivoluzionarie

Nome: LACCAVE. Data di nascita: 2011. Obiettivo: adattare la viticoltura ai cambiamenti climatici. In 10 anni il progetto INRAE LACCAVE* ha riunito oltre 100 ricercatori e dottorandi di diverse discipline (genetica, ecofisiologia, agronomia, scienze ambientali, enologia, geografia, economia, sociologia…), ha dato origine a 10 tesi di laurea e ha riunito gli attori favorevoli all’adattamento della viticoltura ai cambiamenti climatici. Questo progetto strabiliante si trova ora alla guida delle attuali politiche pubbliche francesi. Quali sono le sue caratteristiche fondamentali? Quali sono le possibilità prese in considerazione dal progetto? Ecco cosa prevede il progetto nello specifico.

In breve:

  • LACCAVE: un futuro e un messaggio di speranza, se…
  • Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sui vigneti?
  • Quali sono le possibili soluzioni e sono già state sperimentate?

LACCAVE: un futuro e un messaggio di speranza, se…

Il progetto LACCAVE ha definito per il 2050 un prospetto che comprende quattro possibili scenari presentati in sette regioni viticole francesi e che hanno dato luogo a 2.700 diverse proposte di intervento. I dati raccolti sono serviti ad alimentare le riflessioni dei professionisti che, sotto il coordinamento dell’INAO e di France Agrimer, hanno elaborato una « strategia dell’industria del vino per rispondere ai cambiamenti climatici », presentata il 26 agosto 2021 al Ministro dell’Agricoltura e dell’Alimentazione.

Dal 2012 centinaia di ricercatori studiano le condizioni di adattamento ai cambiamenti climatici nel settore vitivinicolo*. Anche se oggi siamo allarmati da questa situazione, le conclusioni dei ricercatori ci danno speranza: l’impatto della trasformazione climatica sui vigneti continua a crescere, ma ci sono dei modi per farli adattare a queste nuove condizioni. E questo solo se l’aumento delle temperature sarà contenuto a meno di 2°C e se gli sforzi congiunti dell’industria, delle autorità pubbliche e degli attori della ricerca continueranno ad essere ottimi e costanti.                             

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sui vigneti?

Non sorprende che la ricerca di LACCAVE confermi che l’impatto dei cambiamenti climatici sta diventando sempre più forte nei vigneti di tutto il mondo. Facciamo qualche esempio pratico:

Siccome le fasi di sviluppo della vite sono più precoci, la pianta risente molto di più delle gelate primaverili, come quelle che hanno pesantemente danneggiato i vigneti francesi quest’anno.  Un’altra conseguenza è che anche la vendemmia è più precoce, perciò le caratteristiche dei vini cambiano: gradazione alcolica più alta, acidità ridotta e aromi alterati. Gli altri effetti sono i danni causati da eventi estremi (distruzione delle colture, aumento dell’erosione, ecc.), incendi o una maggiore concentrazione di parassiti nelle annate e nelle regioni più umide.

Quali sono le possibili soluzioni e sono già state sperimentate?

Per fortuna delle soluzioni ci sono. Il progetto LACCAVE ne ha identificate alcune. Ad esempio:

La conservazione e il miglioramento dei terreni viticoli sono oggi indispensabili per migliorare la resistenza dei vigneti; è buona prassi combinare le tecniche di diserbo con un apporto di materie organiche (compost, pacciamatura, erba organica, ecc.) e di strumenti per combattere l’erosione…

Il rinnovamento e la diversificazione delle piante attraverso antichi vitigni provenienti dalla Grecia o dall’Italia e che, ad esempio, sono in grado di resistere meglio alla siccità e alle temperature più alte o, anche, possono produrre meno zuccheri o generare più acidità. Inoltre, la creazione di varietà o vitigni resistenti.  Occorre perciò sostenere e coordinare il lavoro svolto presso i campi di conservazione, i laboratori di analisi e le reti di osservazione per facilitare la condivisione delle informazioni.

Senza dubbio, anche l’acqua e la sua gestione fanno parte del progetto, con diverse soluzioni e al tempo stesso una raccomandazione: favorire le pratiche agricole ecologiche che si basano sul risparmio idrico al fine di lasciare una larga parte dei vigneti senza irrigazione.

E , oltre ai vitigni resistenti, anche la consapevolezza dei consumatori costituisce parte integrante del progetto” per sensibilizzarli e coinvolgerli nelle strategie da mettere in atto per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici ».

Come sottolinea il direttore della ricerca Jean-Marc Touzard, corrispondente di LACCAVE con Nathalie Collat: “l’industria vitivinicola è esemplare nell’affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici poiché ha subìto gravi perdite ed è divenuta per questo un settore molto preparato in merito. Ha anche un ruolo esemplare nello studio e nell’implementazione di strategie di adattamento in tutto il mondo, con un approccio più completo rispetto ad altri settori.”

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti: INRAE, Jean-Marc Touzard, Anne Schoendelerffer

**Questo progetto è finanziato e coordinato dall’INRAE ( l’Istituto nazionale francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente) e diretto dal CNRS (il Centro nazionale francese per la ricerca scientifica), in collaborazione con diverse università, l’Istituto Agro (l’Istituto nazionale francese di educazione superiore per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente) e Bordeaux Sciences Agro (la Scuola nazionale superiore francese di scienze agrarie), così come con le principali organizzazioni di settore, l’INAO (l’Istituto nazionale francese di tutela dell’origine e della qualità), il FranceAgrimer (l’Istituto nazionale francese di tutela dei prodotti dell’agricoltura e della pesca), le camere dell’agricoltura, l’IFV (l’Istituto francese della vigna e del vino), le organizzazioni interprofessionali e i sindacati delle denominazioni.I risultati della ricerca condotta nell’ambito del progetto LACCAVE sono disponibili sulla piattaforma collaborativa VINEAS

Riutilizzare le bottiglie di vino: il trend di domani?

In Francia, fino agli anni ’80 i consumatori erano soliti restituire i vuoti a rendere agli stessi commercianti che gli avevano venduto il prodotto. Questa usanza è gradualmente sparita. Oggi riappare sotto una forma diversa, cioè il riutilizzo. Di cosa si tratta? Come funziona? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi? Diamo un’occhiata a questo nuovo settore in rapida via di sviluppo.

In breve:

  • Cos’è il riutilizzo?
  • Come funziona il riutilizzo?
  • I benefici del riutilizzo
  • Le difficoltà del riutilizzo

Cos’è il riutilizzo?

Secondo il sito citeo: “Il riutilizzo consiste nel nuovo impiego di un determinato imballaggio per un uso identico a quello per il quale era stato concepito inizialmente, attraverso un sistema di tracciamento e di lavaggio industriale”. In breve, è dare una nuova vita alla vostra bottiglia di vino perché viene riutilizzata dopo essere stata lavata e ricondizionata dal produttore.  Questo è il principio dell’economia circolare.

Come funziona il riutilizzo?

Tutto ha inizio con le persone responsabili, produttori e consumatori. I primi scelgono il riutilizzo (bottiglia specifica, etichetta solubile in acqua…). Il consumatore responsabile prende l’iniziativa di acquistare vino in una bottiglia riutilizzabile, di solito ben contraddistinta, con l’etichetta ufficiale della rete dei distributori che partecipano, facilmente riconoscibile, come ad esempio  la linea biologica Hérisson Malin di Jacques Frelin (venduto a Biocoop): « Restituiscimi per farmi usare ancora. » Anche sul retro della bottiglia il messaggio è chiaro:  » Degustate e restituite al vostro negoziante o ai punti di raccolta reseauconsigne.com” La bottiglia verrà presa in carico, lavata e riutilizzata ». È un’azienda che dà una nuova vita alle bottiglie e ridisegna il sistema di distribuzione: Bar, hotel, ristoranti o negozi sono identificati come punti di raccolta per i consumatori impegnati nella consegna di bottiglie riutilizzabili.

I benefici del riutilizzo

Prima di tutto, facciamo notare che nel 2018 in Francia, come indicato nella relazione dell’ADEME (Agenzia per la gestione dell’ambiente e dei rifiuti): « Nel 2018, l’86% delle bottiglie in vetro è stato riciclato e il 60% dei francesi ha regolarmente differenziato i propri contenitori in vetro ».
Quindi perché riutilizzare? Perché la bottiglia non si rompe per essere fabbricata di nuovo. Secondo lo studio, la raccolta, il lavaggio e il riutilizzo dei contenitori in vetro richiede un quarto dell’energia e la metà dell’acqua in meno rispetto al riciclo, una soluzione che consuma molta energia (trasporto, rifusione, fabbricazione). Il riutilizzo abbassa l’impatto sull’ambiente e tende a ridurre i rifiuti.

Gli altri vantaggi, come osserva Obsco e Citeo, sono:

Impatti sociali: Breve industria compartecipata, nuove abitudini di consumo… l’acquirente diventa un consumatore responsabile.

Opportunità economiche: nuovi posti di lavoro a livello locale, riduzione dei costi, potenziamento della rete economica territoriale locale…

Il riutilizzo è parte integrante dello sviluppo sostenibile con i suoi tre pilastri: ambiente, impegno sociale ed impegno economico.

Le difficoltà del riutilizzo

Nella primavera del 2021, la diffusione dei vuoti a rendere è stata approvata dall’assemblea nazionale. Perciò, il riutilizzo si basa sull’iniziativa dei primi attori della catena: i produttori. E, in definitiva, per far sì che il circuito funzioni completamente, bisogna anche che i consumatori restituiscano le loro bottiglie. Per il momento, l’attenzione è rivolta alle persone responsabili che fanno acquisti in negozi come Biocoop, che si impegna molto nella promozione del riutilizzo delle bottiglie di vino.  Per quanto riguarda i cittadini, la volontà di ridurre il più possibile i propri rifiuti è molto forte. E i consumatori? Dunque, sarà il riutilizzo il trend di domani? Bisogna ricordare che nel 2016, quando è stato attuato il decreto che abolisce i sacchetti di plastica monouso, c’è voluto un po’ di tempo per adattarsi. Ma i francesi sono riusciti a cambiare le loro abitudini di consumo. Ora tutti hanno la propria borsa riutilizzabile.


Anne Schoendoerffer, traduzione di Benjamin Aguilar-Laguierce


Fonti : ademe, citéo, Obsco, reseauconsigne.com, Anne Schoendoerffer

Oltrepò Pavese, un nuovo distretto vitivinicolo da scoprire in Lombardia

I vigneti dell’Oltrepò Pavese sono un tesoro da scoprire. A solo 1 ora a sud di Milano, questo territorio è noto da tempo per l’ottimo rapporto qualità/prezzo dei suoi vini. Questo territorio offre una vasta gamma di vini di qualità, da degustare in un paesaggio irresistibile, fatto di colline, sorgenti di acqua termale e cantine speciali ed accoglienti. Ora andiamo a conoscere i vigneti, i vitigni e i vini di un luogo ideale per darsi all’enoturismo slow.

In breve:

  • I vigneti dell’Oltrepò Pavese
  • Vitigni: Pinot Nero e varietà locali
  • Una vasta gamma di vini DOP
  • Vivere il turismo slow all’italiana

I vigneti dell’Oltrepò Pavese

Situato in Lombardia, è il distretto vitivinicolo più a nord d’Italia.  Pavia, il capoluogo, si trova a soli 45 km a sud di Milano e la sua provincia confina con l’Emilia-Romagna e il Piemonte. La cosa curiosa è che l’Oltrepò Pavese è proprio « a forma di grappolo d’uva », come fa notare Carlo Veronese, direttore di Tutela Vini Oltrepò Pavese, il consorzio che si occupa della tutela e della promozione dei vini DOC e IGP prodotti di questa regione.  Il direttore aggiunge: « Si trova esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore, cioè sul 45° parallelo, come Bordeaux, dove si producono i vini più importanti ».

Si estende su 440 chilometri di colline e i suoi 13.000 ettari circa di vigneti sono gestiti da 350 aziende, che producono in media 75 milioni di bottiglie all’anno. Ricordiamo che grazie alla sua consolidata tradizione cooperativa locale, questa regione è strettamente legata alla realtà delle cantine cooperative. I soci coltivano superfici di piccole dimensioni, in media pari a due ettari di terreno.

Vitigni: Pinot Nero e varietà locali

Con i suoi 3.000 ettari di terreni, il distretto dell’Oltrepò Pavese è in Italia il più importante per la produzione di uve di Pinot Nero, mentre nel mondo si trova al terzo posto. Secondo il direttore del consorzio, « il Pinot Nero è il portabandiera dei vini di qualità prodotti nella nostra regione ».  Gli altri vitigni, che costituiscono l’84% dei terreni coltivati a vite nella regione, sono: Croatina (4.000 ettari), Barbera (3.000), Moscato (500), senza contare i 1.500 ettari di Riesling italiano e tedesco. Si producono anche: Uva Rara, Ughetta/Vespolina, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Cortese Bianco, Malvasia e persino il « Müller-Thurgau » che si trova, tra l’altro, anche in Lussemburgo.

Una vasta gamma di vini DOP

7 denominazioni che caratterizzano il territorio: Casteggio, Oltrepò Pavese Pinot grigio, Pinot nero dell’Oltrepò Pavese, Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese, Oltrepò Pavese, Bonarda dell’Oltrepò Pavese and Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese

Se si trova tanto Pinot Nero è perché viene utilizzato nella composizione sia di vini fermi che di vini spumanti Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG Pinot Nero. Esso è ottenuto con il metodo noto come “classico”, lo stesso dello Champagne.  Il Pinot Nero è il paladino della qualità, soprattutto per quanto riguarda gli spumanti che appartengono alla fascia di prezzo compresa tra i 18 e i 25 euro. I vini prodotti dal viticoltore Luca Bellani dell’azienda agricola Ca’ di Frara costituiscono un ottimo esempio di queste bollicine. 

Vivere il turismo slow all’italiana

Le dolci colline di questo territorio si trovano tra i 300 e i 400 metri di altitudine. Sono i luoghi pieni di pace come questo che richiamano a sé il turismo slow, cioè l’attività di andare a visitare una cantina e conoscere da vicino la sua realtà. La cosa migliore da queste parti è farsi un bel giro a bordo di una bici elettrica. Secondo il consorzio: « tutte le cantine sono pronte a offrire degustazioni sia all’aperto che al proprio interno, su prenotazione. Per maggiori informazioni sul vino nell’Oltrepò Pavese seguite l’hashtag #enoturismo corrispondente a questa area geografica. Gli hashtag ufficiali sono #OltrepoDivino #oltrepowinelover #OltrepopaveseDOCG ».

Ciò che ci piace molto è anche la presenza di salami che invecchiano in cantina. E quando si degusta un vino, non è raro abbinarlo a uno di questi salami (salame di Varzi). Per non parlare dei formaggi della valle Staffora, il miele, lo zafferano, il tartufo nero, la ciliegia di Bagnaria, il peperone di Voghera, la zucca Berretina, le patate di montagna, e molti altri prodotti che sono un invito a gustare le specialità della cucina italiana. Per una perfetta armonia tra i piatti e i vini, dall’antipasto al dolce.

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti: www.consorziovinioltrepo.it/, Anne Schoendoerffer

I vitigni resistenti francesi sono le varietà del futuro?

Artaban, Floreal, Vidoc o Voltis non sono i nuovi protagonisti dell’ultima serie di Netflix. Si tratta dei vitigni comunemente definiti resistenti o tolleranti e selezionati per adattarsi alle nuove condizioni climatiche, o anche alle nuove varietà di vite francesi. Dipende dai casi. La loro creazione risale al XIX secolo, quando il loro scopo era quello di resistere ai parassiti che attaccavano vigne. Qual è la loro storia? Qual è il loro futuro? Andiamo a vedere più da vicino queste prime quattro varietà francesi di vitigni resistenti.

In breve:

  • Le origini
  • Il XIX secolo
  • Langedoc, i pionieri della Francia
  • I 4 vitigni francesi autorizzati
  • Cosa ci serba il futuro?

Le origini

Come ricorda l’OsCar, l’Osservatorio francese per la diffusione dei vitigni resistenti, creato dall’INRA (Istituto nazionale di ricerca agronomica francese) e dall’IFV (Istituto francese della vite e del vino): « La resistenza della vite alle malattie e ai parassiti è stata oggetto di studio fin dalla metà del XIX secolo in seguito alla comparsa in Europa di malattie devastanti – oidio, peronospora, marciume nero, fillossera – provenienti dal Nord America. Gli incroci di viti americane (V. rupestris, V. lincecumi, V. berlandieri…) con viti europee (Vitis vinifera) -la maggior parte delle quali sono sensibili- hanno permesso di ottenere nuove varietà note come ibridi produttori diretti, resistenti a oidio, peronospora e fillossera ». I vitigni resistenti sono stati creati fin dal principio per contrastare i parassiti. Non si tratta di colture geneticamente modificate, ma di incroci di diverse varietà di vite.

Il XIX secolo

La ricerca, in questi ultimi quindici anni circa, ha attraversato una fase di forte crescita in Francia. Perché? Per rispondere alle sfide poste dal riscaldamento globale. L’obiettivo è quello di ridurre il più possibile l’impiego di trattamenti fitosanitari. Per dirla tutta, quando l’oidio e/o la muffa attaccano, Artaban, Floréal, Vidoc e Voltis dimostrano di essere naturalmente resistenti. I trattamenti risultano inferiori, o talvolta persino superflui, a seconda della gravità della situazione.

Langedoc, i pionieri della Francia

Tutto è iniziato nella prima cantina cooperativa francese, a Maraussan. 55 ceppi di 4 varietà resistenti, due bianche e due nere, sono stati piantati su un terreno sperimentale presso i vigneti di Foncalieu. Questo accadeva nel 2007, con i vitigni resistenti ideati dal compianto Alain Bouquet, allora direttore della ricerca presso l’INRA. Poiché queste varietà francesi non sono state inscritte nel catalogo nazionale, per il momento non hanno un nome e non possono (per ora) essere ufficialmente piantate.

I 4 vitigni francesi autorizzati

A partire dal 2019, Artaban, Floréal, Vidoc e Voltis, frutto del programma Resdur1/INRA, sono stati ufficialmente e definitivamente autorizzati a figurare nei disciplinari delle IGP di Gard, Cévennes, Coteaux du Pont du Gard, Pays d’Oc, Var, Alpes-Maritimes, Atlantique e Val de Loire. 

Nel 2020, invece, è stata la volta delle IGP di Côtes Catalanes, Vaucluse, Collines Rhodaniennes, Ardèche, Drôme, Coteaux des Baronnies e Périgord. Nel 2021, infine, le IGP Mediterraneo e Bouches-du-Rhône. Altre autorizzazioni sono in fase di preparazione per le IGP Charentais, Aude e Herault.

E le AOP? Come segnala vitisphere.com: « Ora ufficialmente affiliati ai vitigni tradizionali europei, i nuovi vitigni Artaban, Floreal, Vidoc e Voltis potrebbero arrivare nei vigneti che si fregiano del marchio di denominazione di origine protetta, un ingresso prima impensabile ». 

Cosa ci serba il futuro? La risposta verrà dai mercati; o meglio, dai consumatori. I profili aromatici di questi vitigni sono diversi e nuovi. I vigneti di Foncalieu sono stati i primi in Francia a commercializzare un vitigno resistente al 100% nel 2019: NUVOTE. Si tratta di una miscela di uve Artaban e Vidoc, un vino piacevole che vanta anche altre tre virtù: è biologico, non contiene solfiti e ha una bassa gradazione alcolica. Per l’annata 2021, sono state messe in commercio 15.000 bottiglie. I commenti dei clienti sono positivi sia per quanto riguarda la degustazione che per la positività del messaggio trasmesso dalla bottiglia. Il che è un ottimo inizio. Le annate realizzate al 100% con questi 4 vitigni francesi sono ancora poco diffuse. Si trovano più facilmente in miscele con altri vitigni internazionali. Se si considera la domanda ormai in crescita di questi vitigni tolleranti e che si adattano alle nuove condizioni climatiche, Artaban, Floreal, Vidoc e Voltis dovrebbero iniziare a farsi notare tra gli altri. A meno che i vitigni svizzeri, con il Cabernet Bianco, o l’italiano Soleris, o ancora il tedesco Souvignier Gris tedesco, per citarne solo alcuni, non riescano a conquistare il cuore di produttori e consumatori.

Anne Schoendoerffer, traduzione di Anna Monini

Fonti : Oscar, vitisphere.com, Anne Schoendoerffer

I vigneti della Mosella lussemburghese: piccoli e unici

Il Lussemburgo è celebre a livello internazionale soprattutto per via delle banche. Tuttavia, i suoi vigneti, che sono tra i pochi al mondo ad essere situati così a nord, non sono altrettanto noti. La sua storia vinicola, dai Celti ai giorni nostri, è a dir poco affascinante. Ma cosa si cela dietro le vigne di questo piccolo stato che si trova nel cuore dell’Unione Europea? Venite a scoprire la singolarità che contraddistingue i vigneti della Mosella lussemburghese.

In breve:

  • Millenni di storia
  • Una piccola perla
  • Le tre organizzazioni dei produttori
  • I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero
  • Il Crémant lussemburghese compie 30 anni
  • I produttori di vino biologico

Millenni di storia

La valle della Mosella è una regione con una tradizione vinicola che risale a più di 2.000 anni fa. Celti, Galli e Romani coltivavano già la vite prima che i monasteri si imponessero nella produzione nel Medioevo, estendendo così la coltivazione a vite a gran parte del territorio. Nel 1709, dopo un inverno estremamente rigido, la Mosella ristabilì il suo primato nel campo della viticoltura. A partire dalla fine del XIX secolo, il 90% dei vigneti fu dedicato all’Elbling, esportato in Germania per miscelarlo con i vini locali.

Fu solo dopo l’accordo di unione doganale stipulato con il Belgio (1922), la fondazione dell’Istituto vitivinicolo a Remich (1925) e la creazione dell’etichetta Marque national (1935), che i vigneti si svilupparono e si differenziarono.

Dal lancio della denominazione Moselle Luxembourgeoise Appellation contrôlée negli anni Ottanta, sono stati introdotti anche la denominazione Crémant de Luxembourg e le classificazioni Vendanges Tardives (“vendemmia tardiva”), Vin de Glace (“vino ghiacciato”), Vin de Paille (“vino di paglia”) e Vins barrique (“vini barricati”).

Una piccola perla

Il fiume scorre sinuoso come il tratto di un pennello impressionista, infondendo pace e tranquillità al paesaggio. Si tratta della Mosella, che si snoda attraverso i vigneti lussemburghesi lungo circa 42 km di distanza, di fronte alla Germania, fiancheggiando vigne immerse in un paesaggio mozzafiato. Non sorprende che la Valle della Mosella del Lussemburgo, la principale regione vinicola del Granducato, costituisca una delle destinazioni turistiche più visitate del paese. Si trova a soli 20 km dalla capitale. Da Schengen, a sud, fino ad arrivare a Wasserbillig, a nord, sono circa 340 i viticoltori impegnati nella gestione di 1280 ettari di vigneti, il 90% dei quali sono piantati con viti destinate alla produzione di vino bianco.

Le tre organizzazioni dei produttori

Sono tre i gruppi di produttori della regione a mettere al centro dell’attenzione il valore dei vigneti lussemburghesi. Come spiega Philippe Schmitz, rappresentante commerciale di Domains Vinsmoselle, « il Paese ha una lunga tradizione in fatto di cooperative », e la sua azienda riunisce le sei cantine cooperative nazionali che rappresentano più di 450 soci viticoltori. Insieme, costituiscono il 61,7% dei produttori. Quest’anno, celebrano il 100° anniversario della loro prima cantina cooperativa, la più antica della Mosella lussemburghese, le Caves de Grevenmacher.

52 viticoltori indipendenti sono membri dell’Organizzazione Professionale dei Viticoltori Indipendenti (OPVI) dal 1966; un numero pari al 23% dei produttori.

I produttori-rivenditori, membri della Federazione dei Produttori Rivenditori dal 1928 e promotori dei vini spumanti sin dai primi anni Venti, rappresentano il 15,3% dei produttori.

I vitigni: Cabernet Bianco e varietà resistente di Pinot Nero

Di 1280 ettari di vigneti della Mosella lussemburghese, il 90% dei vitigni sono bianchi. Il primo di questi è il Rivaner (Müller-Thurgau), a cui corrisponde il 21,6% della superficie totale dei vigneti. Quest’uva produce vini leggeri da tavola. Seguono il Pinot Grigio e una particolarità lussemburghese, l’Auxerrois, che corrispondono a circa il 15% ciascuno. Poi c’è il Riesling, il « re dei vini bianchi », che occupa il 12,8% della superficie dei vigneti. Questa varietà di uva a maturazione tardiva è meno sensibile alle malattie fungine e tollera molto bene la muffa nobile. Per quanto riguarda invece l’Elbling, in passato predominante, la sua superficie è in costante diminuzione.

Il Paese punta sempre di più sul Pinot Nero. Ad oggi, un decimo della superficie viticola è coltivata con il vitigno rosso di Borgogna. Secondo Claude François, giornalista e redattore della guida VinsLux, che è anche un attento osservatore dei vigneti lussemburghesi: « quasi tutti i viticoltori propongono il Pinot Nero e lo vinificano all’interno di botti in legno. Ad oggi, la migliore annata di Pinto Nero è quella del 2018, seguita da un altrettanto eccellente 2020. Ad ogni modo, è dal 2014 che si hanno quasi sempre ottime annate di Pinot Nero.

Cabernet Bianco: un vitigno molto resistente

Come avviene anche in Francia, i viticoltori lussemburghesi, tanto gli appartenenti alla cooperativa Domaines Vinsmoselle quanto i piccoli produttori come il Domaine KOX, stanno iniziando a produrre vini scegliendo vitigni resistenti come il Cabernet Bianco: un incrocio tra il Cabernet Sauvignon e una varietà resistente alle malattie, creato dallo svizzero Valentin Blattner nel 1991.

Il Crémant lussemburghese compie 30 anni

Come spiega Claude François, « ormai tutti producono il vino spumante del Lussemburgo. Questo è il motore che porta avanti la nostra attività viticola ». Questo accadeva nel 1991. Oggi si producono circa tre milioni di bottiglie all’anno. In effetti, a qualcuno del posto piace affermare che « le migliori annate possono certamente essere equiparate ai migliori Champagne!

I produttori di vino biologico

La viticoltura biologica sta diventando sempre più importante. Oggi, essa riunisce il 10% dei viticoltori indipendenti. Altri stanno provando il biologico su alcuni appezzamenti di terreno. È quello che sta succedendo con la vendemmia di Domaines Vinsmoselles, realizzata con il Cabernet Bianco, un vitigno resistente. Tuttavia, il margine di miglioramento è ancora molto ampio. « I viticoltori che lavorano in modo più convenzionale sono generalmente anche attenti all’ambiente e stanno adottando un sistema di agricoltura integrata », commenta un osservatore.

Anne Schoendoerffer

Sources : Guide VinsLux, www.visitmoselle.lu, concoursmondial.com, Anne Schoendoerffer

@Anne Schoendoerffer