Il vino nell’era dello «scroll»

Una bottiglia non si sceglie più soltanto seguendo i consigli di un enotecario o di una guida. Oggi i social network, i creator di contenuti e l’intelligenza artificiale stanno ridisegnando il percorso d’acquisto, al ritmo degli schermi.

Sommario:
• Il trionfo del 2.0
• L’illusione del tutto virtuale
• Vendere o rassicurare?
• Il potere della spontaneità
• Il digitale come strumento

Il trionfo del 2.0

La vicenda ha fatto molto parlare. Alla fine del 2025, un Sancerre apparso in un documentario su Taylor Swift ha suscitato un forte entusiasmo sui social network statunitensi dopo essere stato identificato dai fan. Più che un semplice episodio di cronaca, questo evento simboleggia un cambiamento d’epoca: oggi la raccomandazione di un vino può nascere da un post rilanciato dalle piattaforme digitali. Il barometro Sowine/Dynata 2026 conferma questa accelerazione. Quest’anno il 39% dei francesi ha dichiarato di aver acquistato vino online, con uno scontrino medio in aumento (51-70 €), segno di una crescente fiducia nell’e-commerce. Ancora più significativo è il fatto che il 47% degli utenti che seguono creator di contenuti attribuisce importanza ai loro consigli e un francese su cinque afferma di aver già acquistato un vino consigliato sui social. Anche l’intelligenza artificiale si sta affermando: il 30% dei consumatori (e il 58% dei giovani tra i 18 e i 25 anni) l’ha già utilizzata per informarsi sul vino. Il digitale non è quindi più un semplice canale di vendita: sta ridefinendo le dinamiche della raccomandazione. Dopo il posizionamento su Google, è arrivato il momento dell’ottimizzazione per i motori di IA. Non basta più comparire ai primi posti nei risultati di ricerca. La ricchezza e la precisione delle informazioni presenti su un sito web diventano essenziali per essere citati da assistenti come ChatGPT o Gemini.

L’illusione del tutto virtuale

«Appena otto anni fa, la maggior parte delle richieste riguardava la creazione di siti web, spesso concepiti come semplici vetrine», ricorda Bastien Delteil, direttore generale e responsabile dell’area brand di Beewine, agenzia di marketing e comunicazione. Da allora quei siti sono diventati veri e propri canali di vendita e i social network sono ormai imprescindibili. «Molti viticoltori affrontavano il digitale con riluttanza. Oggi assistiamo invece a una vera presa di coscienza», sottolinea Alexandre Sauzeau, presidente e responsabile dell’area digitale. «Si sta tornando anche a una certa internalizzazione delle competenze, pur continuando a cercare un supporto strategico.» Ma le aspettative sono cambiate. «Contenuti molto curati, istituzionali e orientati al marchio rappresentano ormai il minimo indispensabile. Ciò che genera davvero interazione sono i contenuti umani», aggiunge Bastien Delteil. Il video si è così imposto come il formato dominante e mostrare il dietro le quinte della tenuta suscita più coinvolgimento di immagini perfette. «L’offerta non manca; la vera sfida è quindi differenziarsi. Valorizzare la storia, la personalità del viticoltore e il suo modo di lavorare rappresenta un fattore chiave.»

Vendere o rassicurare?

Tuttavia, i social network non riempiono automaticamente il portafoglio ordini. «Rispetto alla pubblicità online, il ritorno sull’investimento è spesso meno favorevole. Il loro ruolo principale è quello di aumentare la notorietà del marchio e di rassicurare il consumatore», precisa Alexandre Sauzeau. Spesso il consumatore scopre un vino altrove, prima di verificarne la presenza online, dove una pagina attiva, coerente e autentica ne conferma la credibilità. L’errore più frequente? La mancanza di una strategia. «Molti pubblicano semplicemente perché bisogna esserci, senza chiedersi quale messaggio vogliono trasmettere», osserva con rammarico Bastien Delteil. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, entrambi gli esperti ne raccomandano un utilizzo ponderato per definire una strategia o pianificare un calendario editoriale. «Il vino è un prodotto del territorio, frutto del lavoro di un artigiano: è difficile difendere un’immagine profondamente legata alla terra comunicando attraverso immagini virtuali.» Il paradosso è proprio questo: quanto più gli strumenti digitali si perfezionano, tanto più cresce il valore dell’autenticità umana..

Il potere della spontaneità

Émile Coddens, 29 anni, ha sperimentato questi codici durante la crisi sanitaria per raggiungere chi non poteva più visitare le aziende vitivinicole. «Ho preso il telefono per raccontare il mio mestiere. E ha funzionato», racconta il viticoltore, oggi seguito da 515.000 persone su TikTok. All’epoca la piattaforma era agli inizi e nessuno vi parlava di vino. «Ogni mezzo è valido per comunicare con i giovani, e il video ne fa ovviamente parte. Per molto tempo il mondo del vino si è rivolto soprattutto agli intenditori. Di fronte a centinaia di etichette sugli scaffali, un video con una persona che spiega in modo semplice il proprio lavoro abbatte questa barriera.» Il suo successo si basa su un’immagine personale ormai diventata il suo marchio di fabbrica: cappellino portato al contrario e gilet imbottito senza maniche. «Sui social, dove i contenuti scorrono senza sosta, vedere regolarmente lo stesso volto crea un punto di riferimento.» Il suo metodo privilegia la spontaneità: «Registro con lo smartphone, senza attrezzature professionali. Un video troppo curato ricrea la distanza della televisione, mentre una sequenza girata sul momento, anche se un po’ sfocata, può diventare virale; bisogna pubblicare con sincerità, senza cercare di capire l’algoritmo.»

Il digitale come strumento

Spiegare in 30 secondi la potatura della vite o il ruolo del tappo resta un vero esercizio di equilibrio. «Si tratta di parlare a tutti senza infantilizzare nessuno, senza trattare le persone come se fossero ingenue né dare per scontato che siano esperte.» Il suo consiglio ai viticoltori ancora indecisi è semplice: «Buttatevi. Scegliete una persona che rappresenti l’azienda e non cercate di costruire un’identità artistica forzata: non copiate gli altri, fate ciò che vi rappresenta davvero.» Da poco insediato su tre ettari nel Layon, ha rallentato il ritmo delle pubblicazioni per dedicarsi ai suoi vigneti. In appena due anni è arrivata la conseguenza: quasi 100.000 follower persi. «Succede tutto molto in fretta», osserva, senza alcun rimpianto. «Avrei potuto diventare influencer a tempo pieno e guadagnare molto, ma ho scelto di fare il mestiere che ho sempre sognato. I social network restano uno strumento; non sono la mia vita.»

Florence Jaroniak.

©canva.

Per saperne di più:

https://www.sowine.com/talks/122

Il vino esce dagli schemi

Sculture che emergono tra i filari, scrittori che prestano la loro penna a un’annata, opere d’arte nel cuore delle cantine… Ai quattro angoli del vigneto, l’arte conquista le tenute. Molto più di una semplice attrazione, è diventata un altro modo di raccontare il vino e coloro che gli danno vita, unendo il bello e il buono.

Sommario:

  • Stivali fuori misura
  • Una storia antica quanto il vino
  • Osservare prima di degustare
  • La stessa pazienza, la stessa ricerca

Stivali fuori misura

Tre metri di altezza. Verdi. Di gomma. Proprio al centro del parco dello Château Chasse-Spleen, a Moulis-en-Médoc, questo paio di stivali giganteschi firmati Lilian Bourgeat dà subito il tono. Prima opera acquistata da Céline Villars-Foubet e da suo marito nel 2009, invita fin da subito il visitatore a seguire le orme di autentici appassionati d’arte.

«Sono esattamente gli stessi stivali che indossano gli operai nei nostri vigneti e in cantina. Quando li abbiamo scoperti, ci siamo detti immediatamente che dovevano essere nostri», racconta questa architetta di formazione, cresciuta a due passi da un museo d’arte contemporanea.

Da allora, l’avventura artistica si è arricchita. Un’anamorfosi di Felice Varini anima la cantina. Nel 2017 ha aperto le porte un centro d’arte contemporanea. Gli stivali, invece, si sono affermati come l’emblema di Chasse-Spleen.

«Tutti si fanno fotografare davanti a loro. Sono diventati così iconici che li abbiamo inseriti anche sulla nostra etichetta. È un’opera immediatamente comprensibile, che suscita curiosità e contribuisce all’estetica della tenuta.»

Da quasi vent’anni, inoltre, ogni annata è accompagnata da una frase originale scritta da un autore contemporaneo.

«La nostra proprietà porta uno dei nomi di château più letterari che esistano. Abbiamo voluto fare con la letteratura ciò che Mouton Rothschild ha fatto con gli artisti sulle sue etichette.»

Per Céline Villars-Foubet non si tratta né di una strategia di marketing né di un argomento enoturistico.

«Amiamo profondamente l’arte e riteniamo importante offrirla anche in un contesto rurale. Non è un modo per democratizzare il vino né per renderlo più elitario. È semplicemente un valore aggiunto per l’anima.»

Una storia antica quanto il vino

A ben guardare, questo dialogo tra il vino e le arti non nasce certo oggi.

«Dioniso, dio del vino, è anche il dio del teatro e il protettore delle arti. In altre parole, nelle mitologie delle nostre civiltà greco-latine questo legame è già stabilito», ricorda Florence Monferran, storica, autrice e viticoltrice ai Clos de Miège, in Linguadoca.

Nel corso dei secoli, il vino ha ispirato pittori, scrittori e poeti. Negli anni Venti del Novecento, Philippe de Rothschild diede nuovo impulso a questo rapporto affidando le etichette delle sue grandi annate a Picasso, Dalí e Warhol.

«Ha reso estremamente concreto il legame tra il vino e la creazione artistica. In un certo senso, ha affermato che anche il vino è un’arte.»

Questo avvicinamento si intensificò con l’arrivo nel mondo del vino di grandi finanzieri e capitani d’industria.

«Spesso mecenati e grandi collezionisti d’arte, hanno naturalmente avvicinato questi due universi», osserva Florence Monferran.

Ma la cultura non si ferma alle porte dei prestigiosi centri d’arte di Smith Haut Lafitte, Château La Coste o Peyrassol. Mostre, concerti, letture e festival di land art: le esperienze si moltiplicano e si democratizzano.

«Molto in voga, diventano accessibili a un pubblico più ampio e possono facilitare l’incontro con il vino, soprattutto per chi non è un intenditore», sottolinea la viticoltrice e storica.

Osservare prima di degustare

È proprio questa vivacità a impadronirsi della Champagne durante Vign’Art.

Rivolto verso le colline di Cuchery, un giovane contempla il paesaggio. Intitolata En face, quest’opera di Antonin Martineau, scultore del legno e Meilleur Ouvrier de France, è stata installata in occasione dell’edizione 2026 del festival.

Monumentale, «si legge su tre livelli: il faccia a faccia tra lo spettatore e la scultura, quello tra la scultura e il paesaggio e infine quello con sé stessi», riassume l’artista.

Un invito a rallentare, in un luogo che ha scoperto brulicante di vita.

«Sono rimasto colpito dal numero di persone che lavorano nei vigneti: un vero alveare. I momenti di contemplazione a cui invita la mia opera permettono proprio di prendere coscienza che il vino non è semplicemente una bottiglia. È anche tutto il lavoro che c’è dietro.»

Per lui, l’arte tra i vigneti agisce come un rivelatore, creando un legame immediato con il produttore e il suo territorio.

La stessa pazienza, la stessa ricerca

L’artista modella la materia. Il viticoltore lavora con il vivente. Sebbene i loro gesti siano diversi, Antonin Martineau individua un evidente parallelismo:

«La scultura è un lavoro di lunga durata, un processo creativo che ritroviamo anche nel mestiere del viticoltore. In entrambi i casi, il risultato è il frutto di un’eredità e di un sapere artigianale.»

Florence Monferran vi riconosce la stessa ricerca dell’eccellenza.

«Tornerei a questa frase di Philippe de Rothschild: “Un grande vino è un’arte”. Molti viticoltori tendono verso questa ricerca, come Laurent Vaillé, creatore della Grange des Pères, soprannominato il “Mozart del vino”.»

Céline Villars-Foubet cita invece il grande enologo Denis Dubourdieu:

«Il vino è un progetto estetico e gastronomico.»

Pur senza considerare il viticoltore un artista, riconosce numerose affinità nel processo creativo:

«La stessa ricerca di equilibrio, sensibilità ed esigenza. Il vino, prodotto di grande finezza, si inserisce anch’esso in una storia lunghissima, porta con sé una cultura e una ricerca estetica.»

In fondo, forse il vino e l’arte condividono la stessa ambizione: far vibrare la nostra sensibilità.

«L’arte mi rende felice e credo che la bellezza sia assolutamente indispensabile, perché aiuta ad affrontare le difficoltà della vita», conclude Céline Villars-Foubet. «Spero che i visitatori provino almeno in parte questa sensazione e che questo incontro con l’arte aggiunga curiosità, piacere ed emozione alla scoperta della tenuta.»

Florence Jaroniak. © Château Chasse-Spleen.

Medaglie: un punto di riferimento che cerca di fare la differenza

I concorsi vinicoli non sono mai stati così numerosi. In un mercato sovrabbondante, il prezioso riconoscimento continua a pesare nell’atto d’acquisto, a condizione di garantire in particolare il rigore della selezione. Un’immersione nei retroscena di un ecosistema che si reinventa.

Sommario :

  • Un’offerta abbondante, un quadro rigoroso
  • Dimostrare la serietà delle medaglie
  • Un’esperienza di ritorno
  • Un trampolino per farsi conoscere
  • Una medaglia che continua a pesare

Un’offerta abbondante, un quadro rigoroso

Dal Concorso Generale Agricolo, creato nel 1870, all’European Red & Rosé Wine Contest lanciato quest’anno, il panorama delle competizioni vitivinicole non ha smesso di allargarsi. La Francia conta oggi 131 concorsi ufficialmente omologati. Se condividono la stessa vocazione — distinguere i vini in un’offerta sempre più ampia — la loro moltiplicazione si spiega con una crescente specializzazione attorno a un vitigno, un colore o un territorio. Per Victor-Pierre Gomez, direttore di Armonia, organizzatore di concorsi in Europa, gli obiettivi variano dalla scala locale alla scena internazionale. « Non tutti si rivolgono agli stessi giurati né agli stessi mercati. La singolarità francese risiede tuttavia in un quadro normativo rigoroso. » Dal 2013, i concorsi omologati devono rispettare l’anonimato delle degustazioni, la tracciabilità dei campioni e l’imparzialità dei giurati. Il contingente di medaglie è inoltre limitato a un terzo dei vini presentati. Alcuni concorsi si basano su giurie composte al 100 % da professionisti, come a Mâcon, o formate esclusivamente da consumatori esperti, come il Concorso dei Viticoltori Indipendenti. Altri privilegiano la complementarità. « Una medaglia deve premiare un vino che crea consenso », riassume Victor-Pierre Gomez. « I professionisti offrono una garanzia di conformità rispetto alle caratteristiche attese di un vitigno o di una denominazione ; i consumatori appassionati incarnano maggiormente lo sguardo del consumatore » prosegue l’organizzatore, spesso colpito dal livello di alcuni appassionati.

Dimostrare la serietà delle medaglie

Per gli organizzatori, la sfida non consiste più soltanto nell’attribuire un riconoscimento, ma nel garantirne la credibilità. « I consumatori non sanno sempre cosa si nasconde dietro i sigilli », constata Victor-Pierre Gomez. Da qui un lavoro pedagogico crescente, affiancato da una selezione accurata dei giurati. Al Concorso Internazionale di Lione, ad esempio, circa 3 000 candidature vengono esaminate per costituire una giuria di un migliaio di degustatori. I professionisti sono selezionati per dossier, gli appassionati dopo un colloquio telefonico di valutazione spesso completato da formazioni specifiche sulla valutazione. « Bisogna poter dimostrare che i vini sono stati degustati da giurati competenti e secondo una metodologia rigorosa », sottolinea il direttore di Armonia.

Un’esperienza di ritorno

L’epoca in cui il partecipante riceveva un semplice verdetto sembra anch’essa superata. Alcuni organizzatori puntano ora sulla trasparenza e sull’accompagnamento. « Consegniamo a ogni vignaiolo un rapporto di degustazione dettagliato. Questo gli permette di situarsi rispetto agli altri vini presentati e di comprendere meglio il proprio risultato », spiega Victor-Pierre Gomez. Un modo anche per smorzare le delusioni intrinseche all’esercizio. « Un vino può ottenere un ottimo punteggio senza aggiudicarsi una medaglia quando il livello generale dei campioni è molto elevato », ricorda. Per Laura Balsan, vignaiola al Mas Origine di Montpeyroux, questi ritorni offrono una prospettiva utile senza mettere in discussione l’identità della tenuta. « È interessante sapere cosa pensano i giurati dei nostri vini. Ma è altrettanto importante restare fedeli alle proprie convinzioni. »

Un trampolino per farsi conoscere

Creato nel 2022, il Mas Origine ha partecipato fin dall’inizio al concorso dei vini della valle dell’Hérault. Una scommessa vincente: quattro cuvée premiate in tre edizioni. « Poiché partivamo da zero e non avevamo alcuna rete commerciale, questo ci ha dato visibilità », testimonia Laura Balsan, sottolineando l’importanza dell’ecosistema attorno al concorso. « I vini premiati vengono in particolare proposti all’ufficio del turismo e messi in evidenza durante le azioni di promozione locali. Questo ha un impatto sui privati e sui visitatori che vengono d’estate a scoprire le tenute. » La partecipazione del Mas Origine risponde a un altro obiettivo: « contribuire alla notorietà delle denominazioni Terrasses du Larzac, Montpeyroux e Languedoc. È un movimento collettivo a cui partecipa la maggior parte dei viticoltori locali. »

Distinzioni da scegliere con discernimento

Tra le spese di iscrizione, la spedizione dei campioni e l’acquisto dei sigilli, partecipare a un concorso ha un costo che obbliga i produttori a fare delle scelte. « Ci prendiamo il tempo di identificare i concorsi e le valutazioni più adatte per sviluppare la nostra rete commerciale. Negli Stati Uniti e in Canada in particolare, certe distinzioni possono essere attese », confida la vignaiola. Se gli appassionati più illuminati si distaccano volentieri dalle medaglie per privilegiare il consiglio di un sommelier, il consumatore medio nella grande distribuzione vi vede un punto di riferimento: « il suo percorso d’acquisto è spesso rapido e molto soggettivo. Sceglie la denominazione, guarda l’etichetta, poi il prezzo. E, quando esita tra due bottiglie, la medaglia può fare la differenza », osserva Victor-Pierre Gomez.

Una medaglia che continua a pesare

I numeri confermano questa influenza. Secondo uno studio Viavoice condotto nel 2022, il 59 % degli acquirenti dichiara di prestare attenzione alla presenza di una medaglia nella scelta di una bottiglia. Per l’885 % dei francesi, essa è una garanzia di qualità, rassicura il 76 % degli acquirenti e può innescare l’acquisto nel 70 % dei casi. Quasi sei persone su dieci ritengono persino accettabile pagare di più per un vino premiato. Le Vinalies, organizzate dall’Associazione degli Enologi di Francia, evidenziano inoltre un aumento medio delle vendite del 33 % per i loro vincitori nel 2024 e 2025. Secondo Laura Balsan, la medaglia si inserisce tuttavia in un insieme più ampio. « I consumatori sono innanzitutto sensibili alla nostra storia. Poi, ai nostri impegni ambientali in biologico e alla nozione di DOP. Tutto questo forma un insieme coerente. » La medaglia non è quindi più l’unica bussola, ma rimane un segnale di fiducia e uno strumento di visibilità.

Florence Jaroniak.

Per saperne di più :

https://www.economie.gouv.fr/files/files/directions_services/dgccrf/boccrf/2025/BOCCRF-n11-12112025.pdf

https://www.concoursdesvins.fr/wp-content/uploads/2018/10/SOWINE_AGCVF_CP_Etude-V0203.pdf

https://trophee-beaujolais.com/fr/concours/vinalies-france

https://www.vignerons-independants.com/les-vins-medailles

https://www.concourslyon.com/

Blouge: il vino che rivoluziona i codici

Né rosso né bianco: il blouge si fa strada nelle cantine. Dietro questo neologismo si cela una tecnica di co-fermentazione riportata in auge, a metà strada tra risposta alle sfide climatiche e nuova ricerca di leggerezza.

Sommario:

  • Il ritorno di una pratica millenaria
  • Co-fermentazione: un’alchimia in vasca
  • Una risposta al riscaldamento climatico
  • La sfida della maturazione
  • Il terreno d’espressione dei Vins de France
  • Una nuova grammatica della degustazione
  • Un vino che stuzzica la curiosità gastronomica

Il ritorno di una pratica millenaria

Il nome suona decisamente moderno, ma il gesto è antico. Unendo uve bianche e rosse nella stessa vasca, il blouge riporta in primo piano una pratica nata ben prima dell’ascesa dell’ampelografia, quando i viticoltori coltivavano parcelle miste – i celebri «field blends» – e vinificavano insieme tutti i vitigni di una stessa vendemmia. Utilizzata a lungo per ammorbidire alcuni vini della Rioja o della Toscana, questa pratica era quasi scomparsa dai vigneti europei, fatta eccezione per rare realtà, come la Côte-Rôtie. In questa denominazione della parte settentrionale della valle del Rodano, il Syrah è associato a una piccola percentuale di Viognier, secondo una tradizione storica oggi regolamentata dalla AOC istituita nel 1940, che limita tale assemblaggio al 20%.

Co-fermentazione: un’alchimia in vasca

Sotto il termine «blouge», né ufficiale né normato, convivono diverse tecniche di vinificazione, tra cui la co-fermentazione di uve rosse e bianche, che resta la più diffusa. Sebbene non sia una pratica nuova, il suo ritorno si inserisce oggi in un approccio più consapevole, orientato alla creazione di cuvée originali. A differenza di un assemblaggio effettuato dopo la vinificazione, la co-fermentazione fa interagire fin dall’inizio bucce, zuccheri, acidi e lieviti. Da questa interazione nascono vini dalla personalità distintiva, difficilmente ottenibili con altri metodi. L’apporto di uve bianche può esaltare le note floreali e di frutta fresca, affinare i tannini e contribuire alla stabilizzazione del colore.

Una risposta al riscaldamento climatico

Per molti viticoltori, il blouge rappresenta anche una risposta concreta al cambiamento climatico. È in quest’ottica che Alexia Piaï, enologa dello Château Guilhem, nell’Aude, ha avviato il progetto a partire dall’annata 2024, scegliendo un duo composto da Merlot e Sauvignon Blanc. “Si parla spesso dell’utilità dei vitigni bianchi nei rossi per compensare una carenza di acidità. Nel nostro caso, però, non era questa la motivazione principale. L’obiettivo era soprattutto ridurre la gradazione alcolica. Nella Linguadoca, alcuni rossi possono facilmente raggiungere i 14°. Integrando un vitigno bianco, riusciamo a proporre un vino a 11,5°, e questo rappresenta un vero vantaggio”, spiega.

La sfida della maturazione

Nel bicchiere, il vino si distingue per il colore carminio chiaro, gli aromi di amarena e lampone e il finale fresco. Ma a monte, durante la vendemmia, richiede un equilibrio delicato: “Bisogna trovare un compromesso di maturazione tra due vitigni che non seguono lo stesso calendario, ottenendo: ottenere un Sauvignon sufficientemente maturo, preservandone però l’acidità, senza raccogliere un Merlot troppo vegetale”, prosegue l’enologa. Una volta superata questa difficoltà, la vinificazione resta piuttosto classica: “una macerazione molto leggera in pressa, una pressatura rapida per ottenere il colore desiderato e poi una fermentazione condotta come quella di un vino bianco”.

Il terreno d’espressione dei «Vins de France»

Proprio perché esce dagli schemi tradizionali, il blouge rientra spesso nella categoria «Vin de France». Durante il salone Wine Paris 2026, Valérie Pajotin, direttrice di Anivin*, ha evidenziato la crescita di questa categoria, che offre ai viticoltori “uno spazio libero da vincoli regolamentari troppo rigidi, consentendo loro di sperimentare stili prima impensabili”. La stessa visione emerge allo Château Guilhem: “Questo contesto ci permette di creare cuvée che non sarebbero autorizzate nelle AOP o nelle IGP, senza però destabilizzare i clienti, più sensibili al piacere della degustazione che alla denominazione.” Il blouge riesce inoltre a ritagliarsi uno spazio interessante anche sui mercati esteri, dove i vini della denominazione Malepère restano comunque un riferimento importante per la tenuta.

Una nuova grammatica della degustazione

A Bordeaux, Marie Olivier, sommelier del ristorante-enoteca Echo, osserva con attenzione questa categoria camaleontica: “Un blouge può essere molto interessante… oppure no. Ma alcuni presentano profili davvero affascinanti.” Per lei il paragone con i vini orange è immediato: “Come loro, questi vini ibridi giocano sull’equilibrio tra la struttura del rosso e la freschezza del bianco, aprendo nuove prospettive negli abbinamenti cibo-vino.” Sulla carta dei vini, il termine incuriosisce e richiede spesso qualche spiegazione. “Alcuni clienti esperti lo scelgono consapevolmente, ma la maggior parte si lascia conquistare dalla curiosità. I profili degli acquirenti sono molto diversi: gruppi di amiche, coppie, trentenni…”, osserva. Per Alexia Piaï, questo effetto sorpresa costituisce una leva interessante. “È un prodotto che conquista soprattutto i consumatori meno abituati ai vini rossi, aprendo al tempo stesso l’accesso a mercati di nicchia.

Un vino che stuzzica la curiosità gastronomica

Resta il fatto che questo vino fuori dagli schemi sfugge a ogni standardizzazione: “Apprezzare un blouge non significa apprezzarli tutti indistintamente. Un assemblaggio dell’Alvernia a base di Gamay e Chardonnay non ha nulla a che vedere con un duo bordolese Cabernet-Sémillon”, ricorda Marie Olivier. Al di là delle loro peculiarità, questi vini, spesso caratterizzati da una componente rossa prevalente, evovano talvolta rosati strutturati, persino profondi, e trovano naturalmente spazio a tavola: “pesci pregiati, carni bianche – un vitello tonnato, per esempio – si sposano particolarmente bene.Lontano dall’effetto moda e dalla semplice operazione di marketing, il blouge incarna un settore capace di reinventarsi. Tra struttura e leggerezza, traccia il proprio percorso: quello di un vino piacevole, immediato e accessibile. Come un invito a ricordare che, nel vino come nella vita, gli incontri più inattesi sono spesso i più fecondi.

Di Florence Jaroniak

Foto: pxhere. © Nikola Spasenoski/AdobeStock

*Interprofession des Vins de France.

Maggiori informazioni: https://www.cote-rotie.com

https://www.vindefrance.com/pro/reglementation/obligations

Quando i bio-residui diventano una risorsa

Dai residui di potatura alle vinacce, gli scarti della viticoltura e della vinificazione si trasformano in energia, pelle vegetale o soluzioni di protezione naturale. Questa rivoluzione circolare consente di ridurre l’impronta di carbonio della filiera, fornendo al tempo stesso materie prime bio-based ad altri settori.

Sommario:

  • Una svolta normativa
  • Salvaguardia del suolo
  • L’alchimia del legno e il biocontrollo
  • Dalle vinacce a un materiale d’eccezione
  • La vite al centro della narrazione

Una svolta normativa

Sarmenti, vinacce o fecce… A lungo considerati rifiuti difficili da smaltire, i sottoprodotti vitivinicoli stanno diventando una biomassa strategica, la cui valorizzazione viene ora studiata sotto ogni profilo: ambientale, agronomico ed economico.
Dopo una circolare del 2011 che regolava l’abbruciamento all’aria aperta dei rifiuti verdi, i viticoltori sono stati incoraggiati a individuare alternative più sostenibili. Il decreto del 2014 ha poi accelerato il processo, alleggerendo l’obbligo di consegna esclusiva di vinacce e fecce alle distillerie e aprendo la strada al compostaggio, alla metanizzazione e allo spandimento agronomico. Per sfruttare appieno questo potenziale, bisognava però prima individuarlo. “Un progetto nazionale coordinato dall’Istituto Francese della Vigna e del Vino ha permesso, già dal 2016, di mappare le risorse e gli impianti di valorizzazione di quattro grandi bacini viticoli”, ricorda Émilie Adoir, responsabile della valutazione ambientale presso l’IFV. Il lavoro, iniziato in Bordeaux-Aquitania, Borgogna-Beaujolais-Savoia-Giura, Charente-Cognac e Champagne, si è poi esteso al Sud-Ovest, al Linguadoca-Rossiglione e alla Valle della Loira, aprendo oggi prospettive inedite.

Salvaguardia del suolo

Una di queste strade conduce proprio nel cuore dei suoli viticoli. L’IFV studierà il potenziale dei biochar – carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi delle vinacce distillate, capace di migliorare la ritenzione idrica – attraverso un programma di sperimentazione previsto tra il 2026 e il 2029, finanziato dal Piano Nazionale contro il Deperimento del Vigneto. “Il principio è innanzitutto restituire alla terra ciò che essa ci offre, sfruttando risorse gratuite”, sottolinea Émilie Adoir, che cita anche il compost di vinacce o sarmenti come alternativa naturale ai fertilizzanti chimici. Nella stessa logica si inserisce il progetto multipartner Valoceps, lanciato lo scorso marzo nella Valle della Loira, che si concentra sui ceppi di vite espiantati. L’obiettivo, entro il 2028, è organizzarne il recupero – una riserva stimata in 9.700 tonnellate di materia secca all’anno nel bacino della Loira – per destinarli a forme di valorizzazione come la produzione di energia tramite pirogassificazione o l’estrazione di polifenoli a fini cosmetici o farmacologici.

L’alchimia del legno e il biocontrollo

A Meursault, l’azienda Vitis Valorem ha già fatto del recupero dei residui di potatura il proprio core business. Per evitare lo spreco, spesso tramite combustione, di quasi “due tonnellate di materia secca per ettaro” nei vigneti francesi, produce Sarmine®, una farina micronizzata di sarmenti in grado di sostituire alcuni componenti plastici o compositi. Oltre a tornare in vigna sotto forma di pali di sostegno o tutori biodegradabili, questo materiale trova applicazione anche nell’industria automobilistica, nell’edilizia o ancora nel packaging. Anche la protezione delle colture beneficia di questa dinamica di ricerca e sviluppo grazie ad Antoférine. Questo fungicida di biocontrollo, nato dalla collaborazione tra le aziende Antofénol e Gowan, utilizza un innovativo processo di eco-estrazione per isolare le molecole di difesa naturali dei sarmenti, riducendo la dipendenza dagli input di sintesi nella lotta contro la peronospora.

Dalle vinacce a un materiale d’eccezione

L’economia circolare si estende anche al settore del lusso. Nisiar, materiale brevettato ottenuto da vinacce distillate, nasce dalla visione della start-up Mondin, cofondata nei pressi di Bayonne da Rodolphe Mondin e Julien Houssiaux. “In Francia, dove in alcuni anni vengono raccolte oltre 850.000 tonnellate di vinacce, la viticoltura dispone già di infrastrutture dedicate alla valorizzazione. A differenza di altri biomateriali emergenti, non è stato necessario creare una filiera dal nulla”, spiega Rodolphe Mondin. Il processo si inserisce così in una doppia valorizzazione: “le distillerie estraggono alcol e altri composti, poi noi utilizziamo il residuo restante, che sottoponiamo a trattamenti naturali prima di ridurlo in polvere”. Miscelate con un biopolimero, le vinacce si trasformano in un materiale monostrato composto per il 73% da materie vegetali, privo di rinforzi tessili e pigmenti sintetici. A differenza di altre alternative a base di fibre di cactus o ananas, più simili alle ecopelli, Nisiar rivendica proprietà meccaniche comparabili a quelle del cuoio. Flessibile, termoformabile, idrofobo, resistente all’abrasione, oggi si rivolge alla piccola pelletteria, al packaging di lusso e all’orologeria.

La vite al centro della narrazione

Per Rodolphe Mondin, la sfida è anche narrativa. “Per alcuni progetti garantiamo la tracciabilità delle vinacce fino alla tenuta vinicola, permettendo al produttore di comunicare la valorizzazione dei propri scarti.” Anche perché ogni varietà custodisce l’essenza del proprio terroir. “Le tonalità variano leggermente a seconda dei vitigni. Il processo produttivo genera inoltre un odore naturale che rappresenta una firma distintiva interessante.Per le aziende più grandi, la prospettiva può essere quella di riutilizzare le proprie vinacce per rivestire cofanetti regalo o accessori, creando un circuito locale di eco-design. Nel lungo periodo, Rodolphe Mondin punta ancora più in alto: “Concepire un materiale interamente derivato dai sottoprodotti della vite.” Tra alta tecnologia e ritorno alle origini, la viticoltura francese e i suoi partner dimostrano che il futuro passa anche attraverso la capacità di trasformare i residui in opportunità.

Florence Jaroniak, © Nisiar/Mondin.

Maggiori informazioni:

https://www.vignevin.com/environnement/valorisation-des-biodechets

https://techniloire.com/actualite/lancement-du-projet-valoceps

Il vino di fronte allo scontro generazionale

Due recenti studi internazionali lo confermano: gli under 40 anni stanno prendendo le redini del mercato del vino. Rompendo con i codici tradizionali, questa nuova generazione costringe il settore a reinventare il proprio racconto per conquistare un pubblico alla ricerca di significato, trasparenza e senso di comunità.

Sommario:

  • L’ascesa dei Millennial
  • Trasparenza, benessere e bollicine
  • La fine del determinismo familiare
  • Un potenziale da esplorare
  • La cantina in modalità “gaming”
  • L’arte della sorpresa

L’ascesa dei Millennial

Negli Stati Uniti, la corona ha cambiato proprietario. Per la prima volta i Millennial (26-40 anni) hanno detronizzato i Baby Boomer, diventando il principale gruppo di consumatori di vino (31% contro 26%), secondo uno studio del Wine Market Council (WMC) pubblicato nel dicembre 2025. Questa nuova svolta, tuttavia, ha il sapore di una vittoria di Pirro: in soli due anni il mercato americano ha perso ben 9 milioni di consumatori abituali. Oggi soltanto il 29% degli adulti dichiara di bere vino almeno ogni due o tre mesi e, per oltre il 40% degli intervistati, il vino serve soprattutto a rendere un momento “speciale”. “Il consumo legato al relax a casa o alla cena durante la settimana è in calo”, avverte Liz Thach, presidente del WMC.

Trasparenza, benessere e bollicine

Se i Millennial e la Generazione Z (18-25 anni) stanno conquistando il mercato, lo fanno imponendo nuovi codici di consumo. Più di un terzo dei Millennial americani dichiara infatti di non apprezzare il sapore del vino, preferendo superalcolici o birra. Liz Thach definisce questo dato un vero e proprio “segnale d’allarme” per un settore che deve migliorare la propria comunicazione su aromi, stile e composizione del prodotto: “Molti consumatori credono che il vino contenga molto zucchero o additivi inutili”. Olivier Roblin, gestore delle Caves du Panthéon a Parigi, lo conferma: “I miei clienti tra i 20 e i 30 anni si orientano quasi esclusivamente verso il vino naturale. Esigono trasparenza e cercano prodotti più sani e leggeri”. Per questa generazione il vino si inserisce in una logica di benessere immediato: non esitano a modificare le proprie abitudini di consumo per migliorare l’umore o il sonno. E, pur con gusti molto eclettici, Millennial e Gen Z consumano molti più vini effervescenti rispetto alle generazioni precedenti.

La fine del determinismo familiare

Questo cambiamento si accompagna a una trasformazione più profonda dei valori. Il mondo dei grandi vini, in particolare, sembra aver costruito molte delle proprie strategie su convinzioni oggi messe in discussione riguardo alle motivazioni dei nuovi collezionisti. È quanto emerge da uno studio del think tank Areni Global presentato al salone Wine Paris 2026, che ha analizzato i comportamenti degli acquirenti sotto i 40 anni in sei mercati mondiali chiave. La prima conclusione è sorprendente: contrariamente a quanto si pensa, diventare appassionati di grandi vini perché lo sono i propri genitori non ha alcun fondamento statistico. L’interesse nasce piuttosto da un “momento fondante” condiviso con gli amici, che ha poi bisogno della conferma dei coetanei per consolidarsi nel tempo. Olivier Roblin lo osserva ogni giorno: “Quando i giovani varcano la soglia del negozio, spesso lo fanno in gruppo o su consiglio di un amico. Tendono anche a prendere le distanze dalle etichette classiche dei loro genitori.” Anche un’altra convinzione diffusa viene smentita: l’idea che il consumatore giovane passi automaticamente a vini più costosi con l’età e con l’aumento del reddito. Ciò che cerca davvero è piuttosto una comunità autentica. Sono soprattutto i rapporti diretti con i negozianti e i professionisti del vino a rafforzare il suo coinvolgimento. Dopo i 25 anni, inoltre, molti associano i social network al consumo di massa – l’esatto opposto dell’esclusività e del prestigio che cercano nel vino.

Un potenziale da esplorare

Lo studio di Areni mette in luce anche un importante “punto cieco” del settore: il calo di interesse tra le donne. Sebbene le donne siano quasi altrettanto numerose degli uomini ad avvicinarsi al vino prima dei 25 anni (44% contro 56%), il loro interesse tende a diminuire dopo i trent’anni. Solo un quarto diventa acquirente abituale, contro i tre quarti degli uomini. Dopo i 56 anni le donne rappresentano appena il 13% degli appassionati. Eppure il 43% di loro dichiara di voler diventare consumatrici più attive. Non si tratta quindi di una mancanza di interesse, ma piuttosto della difficoltà del settore ad accompagnare l’evoluzione dei loro stili di vita.

La cantina in modalità “gaming”

Un altro insegnamento riguarda il rapporto con il collezionismo. Per circa il 30% dei giovani predisposti a questa pratica, collezionare vino è paragonabile al gaming: un gioco che deve offrire emozioni, regole chiare, una progressione gratificante e una forte integrazione digitale. Ma la finestra temporale è ristretta: “Se non sei diventato collezionista entro i 40 anni, difficilmente lo diventerai dopo”, afferma Pauline Vicard, cofondatrice di Areni Global. Anche il budget resta un fattore decisivo: “Per attrarre questa generazione, bisogna restare tra i 10 e i 20 euro. Oltre questa soglia, li perdiamo”, avverte Olivier Roblin. Il commerciante conferma inoltre il “collo di bottiglia” individuato dallo studio: “Costruire una vera cantina personale è un’eccezione. Ho un solo esempio tra i miei clienti: un giovane cameriere che usa le mance per mettere da parte qualche bottiglia. Gli altri sono orientati soprattutto al consumo immediato”.

L’arte della sorpresa

Di fronte a questi cambiamenti, l’associazione interprofessionale dei vini di Bordeaux ha già definito la propria strategia per il periodo 2026-2029, puntando sulla fascia d’età tra i 25 e i 40 anni attraverso enoteche, ristoratori e wine bar. La sfida è conquistare una clientela con un certo potere d’acquisto ma con abitudini di consumo non ancora consolidate. In questo contesto, il ruolo della consulenza diventa centrale. Per Olivier Roblin la chiave è la sorpresa: “Cerco sempre di spiazzarli. Se arrivano con un’idea precisa, li guido verso un vitigno o una regione che non avrebbero considerato. Li sorprendo con un vino che corrisponde al loro gusto, spesso a 15 € invece dei 20 € che avevano previsto. È così che una semplice curiosità può trasformarsi in una fedeltà duratura”. La nuova generazione è pronta. La partita è appena iniziata.

Florence Jaroniak, ©: pxhere.

Per maggiori informazioni: https://areni.global/report/the-new-fine-wine-customer

L’unione fa la vigna

In diversi terroir, sempre più viticoltori scelgono di fare rete per mettere in comune le risorse, mettere in sicurezza i propri percorsi e garantire la continuità delle aziende. Associazioni, Cuma o cantine condivise: il collettivo diventa un vero motore per il futuro.

Sommario:

  • Fronte comune nelle zone isolate
  • Un contesto flessibile
  • Forza collettiva
  • Uno scudo contro gli imprevisti
  • Strumento e rete di sicurezza
  • Una cantina incubatrice di talenti
  • Convinzione condivisa

Fronte comune nelle zone isolate

Ai margini dei grandi bacini viticoli, la vite non si coltiva in solitudine. Alla fine del 2024, una decina di viticoltori del Sud-Aveyron e del Cantal hanno creato l’associazione Contre-Pente, presentata alla stampa lo scorso gennaio. “Lavoriamo in territori rurali isolati, segnati da pratiche agricole talvolta in via di scomparsa e dove la viticoltura è storicamente poco presente”, spiega Pauline Broqua, viticoltrice della tenuta Les Buis a Entraygues-sur-Truyère. Il loro punto in comune? “Una visione contadina, rispettosa del vivente, con vinificazioni naturali, senza additivi – o il meno possibile» che faticava a trovare spazio nei contesti esistenti. “Né le denominazioni, né il biologico erano sufficienti per esprimere il nostro approccio nel suo insieme”.

Un contesto flessibile

Poi si sono susseguiti una serie di eventi climatici estremi: gelate nel 2019 e nel 2021, peronospora nel 2023, brina nera nel 2024. “Di fronte all’accumularsi dei rischi climatici e a un contesto geopolitico che fragilizza le aziende agricole, è diventato evidente che dovevamo organizzarci collettivamente”. Senza rinchiudersi in un’etichetta rigida, il gruppo si fonda su “una carta flessibile basata su grandi linee guida, come la valorizzazione del lavoro manuale e di strutture a misura d’uomo”. Contre-Pente ha già avviato azioni concrete: una cuvée collettiva per alimentare un fondo di emergenza in caso di difficoltà, portafogli clienti e comunicazione condivisi, logo sulle bottiglie, stand collettivi in occasione di eventi locali.

Forza collettiva

Stare insieme permette di portare avanti un discorso coerente, in cui ognuno può parlare dei propri vini come di quelli degli altri, senza cancellare l’identità delle singole aziende, per guadagnare visibilità e forza”. Un approccio che risponde a una realtà concreta: “Le perdite di raccolto rendono difficile mantenere volumi regolari sul mercato”. Finora informale, l’aiuto reciproco si sta strutturando, per consentire ai clienti di trovare sempre un po’ di vino dell’Aveyron o del Cantal nelle loro cantine. “Sarebbe falso dire che l’associazione ha permesso di vendere pallet di vino dall’oggi al domani”. Il beneficio è soprattutto umano e morale. “Non è facile parlare di soldi, fallimenti o dubbi. Qui non ci sono giudizi né esclusioni”.

Uno scudo contro gli imprevisti

Nella Valle della Loira, tre gelate importanti in cinque anni hanno spinto una quindicina di viticoltori a riunirsi nella cooperativa per l’utilizzo di attrezzature agricole (Cuma) Bourgueil Viti antigel. “Operiamo in settori ad alto potenziale qualitativo ma tra i più esposti al gelo, spesso con una trasmissione familiare già programmata. Serviva una soluzione duratura”, riassume Michel Delanoue, presidente della struttura e viticoltore della tenuta de la Noiraie. Dal 2023, 55 ettari sono protetti grazie a sistemi di aspersione localizzata e torri fisse.

Strumento e rete di sicurezza

L’investimento di 800.000 euro, finanziato con un prestito ventennale, non sarebbe stato sostenibile a livello individuale, tanto più in un contesto di forte frammentazione delle parcelle. “Presentarsi in banca con un progetto di questo tipo richiede un collettivo strutturato. Un giovane viticoltore isolato, anche se motivato, avrà molte più difficoltà a farsi ascoltare. Inoltre, la Cuma ci ha permesso di accedere a sovvenzioni che coprono fino al 35% dell’importo”. Più che un semplice parco macchine, la Cuma agisce come una vera rete di sicurezza sociale: “Siamo più colleghi che concorrenti. Lo scambio di esperienze crea un’emulazione sana, senza una logica di eliminazione dei più deboli”, continua Michel Delanoue, che ha creato la sua prima Cuma nel 1985, all’età di 24 anni, per acquistare una vendemmiatrice.

Una cantina incubatrice di talenti

Ad Aubignan, nel Vaucluse, il collettivo si organizza a un altro livello. Dal 2010, Laurent Cornud accoglie nella sua cantina una ventina di viticoltori della zona. “Non è un luogo dove si portano le uve per ritirare il vino finito. Ho bisogno di andare nei vigneti, confrontarmi con i viticoltori, capire il loro progetto, i loro obiettivi qualitativi”, spiega l’enologo e responsabile di LC Vini-Service. Qui ogni viticoltore resta padrone del proprio progetto, ma condivide lo spazio tramite un contratto di affitto annuale della cantina, rinnovabile o meno, affiancato da un gruppo di datori di lavoro. “Io recluto, formo e coordino le squadre. È una garanzia di rigore e omogeneità. Se ognuno intervenisse autonomamente, tutti vorrebbero fare i rimontaggi alla stessa ora: bisognerebbe moltiplicare pompe e attrezzature, ricreando di fatto una cantina classica”.

Convinzione condivisa

La mutualizzazione riduce costi e rischi finanziari. Laurent Cornud cita il caso di un giovane viticoltore ancora in una cantina cooperativa, che vinifica piccoli volumi, testa il mercato e prevede di aumentare la produzione prima di investire, forse, in una propria struttura. Il luogo funge anche da scuola. “Alcuni viticoltori arrivano senza padroneggiare le basi della vinificazione. Sono i benvenuti per degustare, confrontarsi, comprendere le scelte tecniche”. Nel tempo ha visto passare aziende in difficoltà. “Abbiamo cercato insieme delle soluzioni, a volte anche al di fuori della cantina, affinché la loro struttura rimanesse redditizia”. Che si tratti di combattere il gelo, di commercializzare o di vinificare, il motore resta lo stesso. Come riassume Pauline Broqua: “Le risposte alle crisi attuali non possono che essere collettive”.

Di Florence Jaroniak © Union Contre-Pente

L’oro liquido esce dalla sua botte

Dopo una pausa necessaria, la Percée du Vin Jaune, nella regione francese del Jura, fa il suo grande ritorno a Lons-le-Saunier, il 31 gennaio e il 1° febbraio 2026. Tra entusiasmo popolare e crescente professionalizzazione, il Jura si prepara a svelare nuovamente il suo tesoro più prezioso, deciso a confermare il prestigio internazionale dei suoi vigneti.

Sommario:

• Un evento reinventato
• Quando la pazienza diventa un’arte
• Lasciare che il tempo faccia il suo corso
• Un millesimo di carattere
• Un arcipelago di sapori

Un evento reinventato

Sebbene sia il più piccolo della Francia per estensione, il vigneto del Jura è capace di scuotere in profondità la scena enologica nazionale. Dopo affluenze record – fino a 60.000 visitatori nel 2016 – la Percée du Vin Jaune, il tradizionale evento che celebra l’apertura delle prime botti di vin jaune, ha fatto una pausa nel 2025 per ripensare la propria organizzazione. A lungo sostenuta da appassionati volontari, l’associazione organizzatrice si è dotata di una responsabile eventi incaricata di coordinare le 28 commissioni di lavoro, permettendo così ai viticoltori di concentrarsi sul cuore del loro mestiere e a Victor Feuvrier di assumere con serenità il ruolo di ambasciatore 2026. “Succedere a figure come Pierre Rolet o Georges Vandelle è un immenso onore e un’esperienza tanto arricchente quanto inaspettata”, confida Feuvrier.  Viticoltore, vicepresidente del caveau dei Byards a Le Vernois e cavista, Feuvrier vede nella Percée molto più della semplice scoperta di un nuovo millesimo: “Il pubblico cerca un’esperienza completa: un vino, una festa, una storia, un territorio”. Moltiplicando le animazioni e cambiando regolarmente sede, “la Percée si è aperta a un pubblico più ampio e più giovane”, raccontando a ogni edizione un villaggio e un terroir diversi, con un’ambizione che resta immutata: “far venire voglia di tornare”.

Quando la pazienza diventa un’arte

Al centro di questa celebrazione si trova il “vino dei re e re dei vini”. Ottenuto esclusivamente dal vitigno Savagnin, il vin jaune rappresenta una minima parte della produzione del Jura, ma brilla come un lingotto sul fondo del bicchiere. Quattro sono le denominazioni autorizzate a produrlo: Château-Chalon, Arbois, Côtes-du-Jura e l’Étoile. Sulle sue origini circolano due racconti: quello di un viticoltore distratto che, anni dopo, riscoprì il contenuto trasformato di una botte dimenticata; oppure quello delle badesse di Château-Chalon cui si attribuisce l’elaborazione del metodo di affinamento sotto velo. Una cosa è certa: il vin jaune, è una vera scuola di pazienza.

Lasciare che il tempo faccia il suo corso

Il vino bianco, vinificato in modo tradizionale, viene messo in botti di legno per almeno sei anni e tre mesi. Il viticoltore non pratica la colmatura, ovvero non aggiunge vino per compensare l’evaporazione naturale. Sulla superficie si forma così un velo di lieviti, una barriera biologica che protegge il vino dall’ossidazione e gli conferisce aromi complessi, in particolare di noce e mandorla tostata”, spiega Victor Feuvrier. Al termine di questo lungo processo di affinamento, la cosiddetta “parte degli angeli” ha prelevato il suo tributo: da 1 litro di nettare iniziale restano solo 62 centilitri, il volume esatto del clavelin, l’unico formato di bottiglia autorizzato per questo cru d’eccezione. Questo processo spiega il valore di un vino di alta gamma, generalmente proposto tra i 35 e i 40 euro a bottiglia. Da qui l’importanza della divulgazione: “Molti visitatori ne hanno sentito parlare, ma non conoscono davvero il suo metodo di produzione. Poi, o affascina al primo assaggio, oppure lascia perplessi. Sta a noi spiegare che si tratta di un vino particolare, che non sempre si apprezza al primo assaggio. Va scoperto con calma e accompagnato nel modo giusto”.

Un millesimo di carattere

Questa 27ª edizione sarà dedicata alla percée, ovvero l’apertura di una botte da 228 litri del millesimo 2019. Un anno complesso, segnato da gelate primaverili e da un’estate difficile, che ha prodotto poco volume ma uve di grande qualità. Victor Feuvrier guarda a questa annata con entusiasmo: “Oggi otteniamo vin jaune molto equilibrati, con una bella persistenza e una notevole complessità al palato”. Le celebrazioni a Lons-le-Saunier promettono di essere all’altezza delle aspettative. Durante la tradizionale asta, una bottiglia del 1895 ricorderà la straordinaria capacità del vin jaune di attraversare i secoli senza perdere smalto. L’evento guarda anche alla modernità: un’applicazione mobile faciliterà la visita dei 47 caveau aperti al pubblico, mentre le sfide culinarie esalteranno gli abbinamenti gastronomici. A questo proposito, l’ambasciatore dell’evento ricorda che i classici – come un tagliere di formaggi regionali o una volaille di Bresse alle spugnole – restano intramontabili, ma il vin jaune sa anche sorprendere: “alcuni piatti esotici funzionano molto bene, in particolare le cucine speziate a base di curry.

Un arcipelago di sapori

Se il vin jaune è il faro che guida gli appassionati verso il Jura, non oscura certo la diversità dei suoi vigneti. “Svolge pienamente il ruolo di ambasciatore, anche a livello internazionale. Attira i visitatori e permette poi di accompagnarli alla scoperta di altre etichette”, osserva Victor Feuvrier. L’obiettivo è far conoscere l’intera gamma: dal Crémant du Jura, oggi sempre più apprezzato “grazie a una qualità nettamente migliorata nel corso dei decenni”, ai rossi leggeri, fino al Macvin, vino liquoroso simbolo della regione. “Sono sinceramente convinto che chiunque venga nel Jura non possa ripartire senza aver trovato un vino di suo gradimento”. Nel 2026 la regione celebrerà anche i 90 anni delle AOC Arbois e Château-Chalon: un’ulteriore occasione per svelare un patrimonio viticolo unico.

Florence Jaroniak

: © Les Ambassadeurs des Vins Jaunes

Per maggiori informazioni: www.percee-du-vin-jaune.com

www.jura-vins.com

Le cantinette per il vino – più smart che mai

Un tempo nascoste negli scantinati, le cantinette per il vino stanno finalmente uscendo dall’ombra, conquistando spazio nelle abitazioni private, nei negozi e nei locali. Grazie al design curato, alla tecnologia avanzata e ai nuovi utilizzi, sono diventate veri e propri elementi d’arredo. Non più semplici contenitori, oggi sono oggetti eleganti e funzionali, capaci di valorizzare e caratterizzare ogni ambiente.

 

Sommario:

  • Uno strumento che ha fatto strada
  • Dallo scantinato al soggiorno
  • Conservare, servire, gestire
  • Rivoluzione connessa
  • Il servizio del vino reinventato
  • Un piacere… e un mercato mondiale

Uno strumento che ha fatto strada

Cosa accomuna la cantinetta di ieri a quella di oggi? Una presa elettrica… e il know-how francese. Nel 1976, EuroCave lancia il primo armadio refrigerato capace di ricreare le condizioni di una cantina naturale: temperatura stabile, umidità controllata, oscurità, assenza di vibrazioni… Una svolta di cui parla Camille Syren, direttrice dei marchi del gruppo. “L’evoluzione del mercato rispecchia quella del rapporto con il vino. Con un consumo che privilegia il meno ma meglio, gli appassionati vogliono conservare e servire le loro bottiglie nelle condizioni ideali”. Oggi la cantinetta non è più riservata agli esperti: due francesi su tre dispongono di uno spazio dedicato al vino, e un terzo di chi ne è sprovvisto desidera crearlo. Il rispetto per il vino è la motivazione principale, più della mancanza di una cantina naturale, segno che l’armadio per il vino non è più una soluzione di ripiego.

Dallo scantinato al soggiorno

Da oggetto puramente funzionale, la cantinetta è diventata un vero elemento d’arredo, simbolo dell’arte di vivere. “Design, illuminazione, silenziosità e finiture contano sempre di più, e la maggior parte delle vendite riguarda modelli con porte in vetro”, sottolinea Syren. Il boom delle versioni da incasso conferma la tendenza: “oggi rappresentano il 30% del mercato, contro il 7% del 2015, e trovano posto nei soggiorni come acquisto di prestigio”, aggiunge Alyette Lefèvre, product manager di Frio. Anche la progettazione si è evoluta: formati da incasso, altezze ottimizzate e maggiore integrazione estetica. Oggi le cantinette “mostrano tanto quanto conservano”. Gli armadietti di servizio, più accessibili, dominano il mercato: il 75% delle vendite in Francia e il 90% a livello internazionale.

Conservare, servire, gestire

Anche gli utilizzi si moltiplicano: “Le cantinette non servono più solo per l’invecchiamento, ma anche per conservare i vini per qualche settimana e portarli alla temperatura ideale di degustazione. Da qui il successo dei modelli multitemperatura”, spiega Syren. Le capacità vanno da 12 a oltre 300 bottiglie, con un’ulteriore sfida: accogliere formati sempre più diversi – Borgogna, Champagne, etichette internazionali, magnum e mezze bottiglie.

I ripiani sono stati ripensati proprio per adattarsi a questa diversità, garantendo stabilità e conservazione ottimale”. Un’altra priorità è l’efficienza energetica: “Le porte in vetro, meno isolanti di quelle piene, richiedono soluzioni avanzate su elettronica, illuminazione, compressori e qualità dei vetri, coniugando estetica e prestazioni”.

Rivoluzione connessa

Il digitale apre una nuova era. L’Ecellar di La Sommelière, lanciata nel 2021, automatizza la gestione grazie a ripiani connessi e all’app Vinotag: “Basta fotografare l’etichetta: il vino viene riconosciuto e localizzato virtualmente; la cantina ne rileva poi gli spostamenti, aggiorna l’inventario e segnala quali bottiglie consumare per prime”, riassume Lefèvre. L’app, utilizzata da 80.000 utenti, sta integrando l’intelligenza artificiale per suggerimenti su abbinamenti cibo-vino, statistiche, schede delle aziende vinicole e persino una “chat” che offre consigli come un sommelier personale. Altre innovazioni, meno visibili ma fondamentali, riguardano la riduzione delle vibrazioni, la diminuzione dei consumi e i ripiani multi-formato. “Il nostro obiettivo è offrire progressi realmente utili alla conservazione, mantenendo qualità e durata in un’epoca di rapida obsolescenza degli oggetti”, sottolinea Syren.

Il servizio del vino reinventato

Nella ristorazione, la cantinetta migliora l’esperienza del cliente. “Andare al ristorante significa godersi un momento speciale. I professionisti investono in attrezzature che mettono in risalto il vino, migliorano l’offerta e aumentano lo scontrino medio”, spiega Syren. Il servizio al bicchiere segue questa tendenza, con cantinette dedicate alla conservazione delle bottiglie aperte tramite ripiani specifici o sistemi antiossidanti. Il boom dell’enoturismo spinge anche produttori e hotel a dotarsi di cantinette, che in alcuni casi sostituiscono il minibar. Nascono inoltre segmenti specifici, come le cantinette per champagne, molto richieste da maison e club privati. Le innovazioni professionali rispondono a esigenze concrete: “contattori per spegnere i ventilatori in caso di aperture frequenti, ripiani scorrevoli per velocizzare il servizio, presentazione «label view» per identificare le bottiglie a colpo d’occhio e piastre rinforzate per resistere alle chiusure con il piede. Ergonomia e robustezza sono fondamentali”, sottolinea Lefèvre.

Un piacere… e un mercato globale

La Francia rimane un mercato maturo e continua ad essere il più grande al mondo, con 250.000 vendite l’anno per un valore di 50 milioni di euro. Ma la crescita si sta spostando verso Stati Uniti, India ed Emirati Arabi Uniti. “La presenza di numerosi marchi, spesso prodotti in Cina, amplia la gamma di prezzo. La nostra forza risiede nel know-how riconosciuto dal marchio Entreprise du Patrimoine Vivant”, ricorda Syren. “Rispetto ai generalisti, la nostra specializzazione ci conferisce un peso maggiore”, aggiunge Lefèvre. Tra design e alta tecnologia, made in France o meno, le cantinette si affermano su un mercato globale da 3,2 miliardi di dollari, con una crescita attesa del 5,1% entro il 2034. Un acquisto edonistico, destinato a conquistare generazioni di nuovi appassionati.

Florence Jaroniak, © Frio

Per saperne di più:

https://www.ipsos.com/fr-fr/comment-les-francais-conservent-ils-leur-vinhttps://www.gminsights.com/fr/industry-analysis/wine-cellar-market

Il Médoc aggiunge il bianco alla sua gamma

Le prime bottiglie di AOC Médoc bianco arriveranno sulle tavole il prossimo aprile. Con questa perla rara, i viticoltori si cimentano in un’arte delicata: creare un vino luminoso in un terroir storicamente dedicato ai rossi. Una rivoluzione tranquilla nata dal passato e proiettata verso il futuro.

Sommario:

  • Un riconoscimento, non un’invenzione
  • Uno stile tutto suo
  • Una denominazione esigente e responsabile
  • Pionieri all’opera
  • Un impulso collettivo che conquista la rive droite

Un riconoscimento, non un’invenzione

Dopo decenni dominati dal rosso, la penisola del Médoc ritrova oggi riflessi più chiari. La denominazione AOC Médoc blanc, ufficialmente riconosciuta il 5 agosto 2025, consacra in realtà una produzione storica. “I viticoltori che producevano vino bianco desideravano vederne riconosciuta e tutelata l’identità. La denominazione garantisce ora tracciabilità totale e un controllo sistematico prima della commercializzazione”, spiega Hélène Larrieu, direttrice dell’ente di tutela e gestione (ODG) Médoc, Haut-Médoc e Listrac-Médoc. Prodotti nel Médoc fin dal XVIII secolo, i bianchi raggiunsero i 16.000 hl nel 1929, prima di essere progressivamente eclissati dai rossi. Per anni furono comunque commercializzati con la denominazione comunale, finché negli anni Sessanta l’INAO (Istituto nazionale dell’origine e della qualità) pose fine a questa tolleranza, costringendo i produttori a ricorrere alla denominazione AOC Bordeaux blanc. La loro rinascita si inserisce in un più ampio percorso di riaffermazione identitaria, parallelo alla certificazione del Parco Naturale Regionale del Médoc nel 2019. “I viticoltori hanno preso coscienza del fatto che le loro otto denominazioni formavano un insieme coerente, profondamente legato a un terroir singolare”, sottolinea Hélène Larrieu.

Uno stile tutto suo

Il progetto, avviato nel 2017, si è nutrito di un censimento delle pratiche viticole ed enologiche, di riflessioni sui nuovi vitigni, di analisi del potenziale commerciale e di degustazioni alla cieca. “Le differenze sono apparse chiare”, osserva Larrieu. “Sottoposti alla doppia influenza dell’Oceano Atlantico e dell’estuario della Gironda, i Médoc bianchi si distinguono per tensione e mineralità”. I vitigni del Bordolese – Sauvignon blanc, Sémillon, Sauvignon gris e Muscadelle – offrono qui “un’espressione singolare, con note esotiche e agrumate”. Un altro tratto distintivo è l’affinamento in legno. “Obbligatorio per almeno il 30% del lotto, è già praticato dal 90% dei produttori. La vinificazione in barrique, spesso seguita da un affinamento sui lieviti, dona rotondità, corpo e complessità aromatica senza eccessi di legno.”

Una denominazione esigente e responsabile

Resa limitata a 55 hl/ha, affinamento presso il vinificatore almeno fino al 31 marzo dell’anno successivo alla vendemmia, imbottigliamento esclusivamente in vetro e controllo gustativo prima della messa in bottiglia: i criteri sono definiti. Il disciplinare include anche rigorosi requisiti ambientali, come il divieto di diserbo totale e l’obbligo di certificazione ambientale. “Non si tratta di imporre nuovi vincoli, ma di valorizzare ciò che molti viticoltori già praticavano”, precisa Larrieu. “Abbiamo integrato il loro impegno sostenibile nel patrimonio collettivo”. Inoltre, sei Varietà di Interesse per l’Adattamento – alvarinho, liliorila, viognier, sauvignac, floréal e souvignier gris – possono completare il vitigno, prefigurando una progressiva apertura alla diversità. Dei 250 ettari di uve bianche piantati nel Médoc, 40 sono coltivati con varietà diverse da quelle tradizionali: “un vero terreno di sperimentazione che permetterà di valutare il comportamento di questi vitigni nelle condizioni del Médoc e in contesto di cambiamento climatico”.

Pionieri all’opera

A Saint-Germain-d’Esteuil, lo Château Castera, Cru bourgeois supérieur, è stato tra i principali promotori del progetto. “In passato la nostra tenuta produceva vino bianco, 900 hl nel 1922, la metà della produzione totale”, racconta Laura Sorin, direttrice della comunicazione. Reimpiantato nel 2016, un ettaro di Sauvignon blanc su suolo argilloso-calcareo ha dato vita alla cuvée Anthoinette. Vendemmia manuale, pigiatura a grappolo intero e sette mesi di affinamento in barrique ne definiscono lo stile, e la produzione rientrerà ora nell’AOC Médoc blanc. “Come molti altri produttori, svolgiamo un lavoro di grande precisione: questa produzione, che a regime interesserà due ettari, richiede la stessa attenzione dedicata ai nostri 60 ettari di rosso”, sottolinea Sorin. Per negozianti e sommelier, la nuova denominazione esprime “la capacità del Médoc di rinnovarsi senza rinunciare alla sua esigenza di qualità”, con bianchi nitidi e spesso gastronomici. Seduce anche i privati, attratti da vini freschi ma identitari. “Il bianco permette di far riscoprire i nostri rossi a un pubblico rimasto talvolta ancorato a vecchi cliché, collegandolo all’evoluzione del loro profilo”, aggiunge Laura Sorin.

Un impulso collettivo che conquista la rive droite

Settanta aziende agricole potrebbero rivendicare circa 170 ettari, meno del 2% del vigneto del Médoc. Pur restando una produzione di nicchia, il Médoc blanc invia un segnale forte in un contesto vitivinicolo complicato. “Questa denominazione porta nuova energia alle squadre: una boccata d’aria fresca, radicata nel territorio e nella storia, prima ancora che in strategie di marketing. Non è una moda passeggera, ma il risultato di un lavoro collettivo ancorato alla tradizione e proiettato verso il futuro, grazie a strumenti moderni e a una maggiore padronanza tecnica”, conclude Sorin. Il movimento ispira già la rive droite: a Saint-Émilion, il 71% dei viticoltori consultati quest’estate dal Conseil des vins si è dichiarato favorevole alla creazione di una denominazione di bianco, l’82% sostiene l’idea di una AOC Lussac-Saint-Émilion blanc e l’85% di una AOC Puisseguin-Saint-Émilion blanc. Il Médoc ha aperto la strada e dimostra, come scriveva il grande enologo Émile Peynaud, che “nulla è più moderno, in fondo, della tradizione del Médoc”.

Florence Jaroniak.

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