A lungo oscurata dalla botte, l’anfora è tornata protagonista nelle cantine moderne. Materiale naturale, forme variegate, filosofia di intervento minimo: questo contenitore millenario conquista i viticoltori alla ricerca di autenticità e precisione.
Sommario:
- Una storia lunga 6000 anni
- Un soffio di purezza
- Contenitori dai profili diversi
- Una nicchia che si afferma
- Quando tradizione fa rima con innovazione
Una storia lunga 6000 anni
Slanciata, con due manici e un corpo elegante, l’anfora nasce nel Vicino Oriente già nel IV millennio a.C. Intorno al 1500 a.C., viene adottata dai Fenici per i loro commerci e, più tardi, gli Antichi Romani la consacrano come contenitore ideale per trasportare il vino lungo tutto l’impero. Ogni recipiente portava un segno distintivo – forma, timbro o marchio: una sorta di tracciabilità ante litteram! Ma l’anfora non era solo un mezzo di trasporto. La sua porosità, regolata con rivestimenti in resina, e la chiusura in sughero sormontata da un secondo tappo in argilla o pozzolana, garantivano una conservazione ottimale del vino. Abbandonata con l’avvento della botte, oggi ritrova nuova vita.
Un soffio di purezza
“Le anfore, o meglio le giare e i loro derivati, attraggono soprattutto le aziende biologiche o biodinamiche, poiché rispondono a una filosofia di vinificazione e affinamento che punta a preservare il frutto, utilizzare materiali naturali e sostenibili, e limitare al minimo gli interventi, riducendo olimitando l’uso di additivi”, spiega Volga Voronovskaïa, Responsabile Comunicazione di V&T Amphores, società di Gradignan (33) specializzata nella selezione, nello sviluppo e nella distribuzione di questi contenitori. Per Maxence Weck, viticoltore a Gueberschwihr con una tradizione familiare che risale al 1696, la microossigenazione naturale dell’anfora conferisce al vino “un’onestà e una purezza sorprendenti”. Nella sua cantina utilizza modelli in gres, “meno porosi e più resistenti della terracotta”, per vinificare separatamente le uve provenienti da parcelle e terroir specifici. “Abbiamo scelto una versione da 500 litri per il Grand Cru Florimont e una da 1.000 litri per il Grand Cru Hatschbourg. L’obiettivo è offrire una lettura diversa del territorio, anche attraverso vini di macerazione: un metodo da rosso applicato al bianco, che dà vita a sorprendenti vini arancioni”.
Contenitori dai profili diversi
Ogni materiale lascia un’impronta specifica. “La terracotta, più porosa, si presta ai vitigni potenti e ad affinamenti brevi; il gres, più neutro, valorizza i bianchi e i rossi raffinati e poco tannici; la ceramica tecnica, stabile e maneggevole, può integrare accessori come un rubinetto di degustazione”, precisa Voronovskaïa. Il granito, invece, quasi impermeabile e ricco di quarzo, “esalta i vini di ghiaccio o da lungo invecchiamento, preservandone freschezza e acidità”. Alcuni produttori scelgono i cugini dell’anfora: le tinajas spagnole o i kvevri georgiani, spesso interrati secondo la tradizione, che offrono altre dinamiche di fermentazione e affinamento. Fondamentali sono anche le forme e i volumi: giare bombate, uova verticali o orizzontali, dolia più arrotondate e strette alla base. Ogni silhouette influenza i movimenti di convezione e la sospensione delle fecce, vere alleate naturali della stabilità e della struttura del vino.
Una nicchia che si afferma
Per adattarsi alle esigenze contemporanee, l’anfora integra oggi accessori pratici, ma rimane fragile, costosa e impegnativa da gestire. “Il limite principale è la dimensione”, osserva Weck. “Perfetta per le microvinificazioni e per parcelle selezionate, diventa troppo pesante e complessa se estesa a un intero vigneto”. L’investimento, certamente elevato, si ammortizza nel tempo: un’anfora ben mantenuta accompagna il viticoltore per tutta la vita, a patto di proteggerla dagli sbalzi termici e di mantenerla pulita con cura. La gestione dell’ossigeno, inoltre, richiede attenzione e esperienza. Per questo motivo l’anfora si afferma sempre di più come una scelta tecnica consapevole, spesso destinata a cuvée di alta gamma, in abbinamento a barrique e acciaio inox. “Non è una moda passeggera”, sottolinea Voronovskaïa: “I più convinti la adottano come strumento principale, altri la sperimentano su alcune cuvée”. In entrambi i casi, le degustazioni comparative lo dimostrano: sulla stessa annata, le differenze tra anfora, barrique e acciaio inox risultano evidenti.
Quando tradizione fa rima con innovazione
I vini da anfora affascinano soprattutto i nuovi consumatori, ma riescono a sorprendere anche la clientela tradizionale. “Molti associano spontaneamente le giare ai Romani. Incuriositi, li provano. E spesso restano piacevolmente sorpresi: un Gewurztraminer, ad esempio, che ci si aspetterebbe dolce, in anfora diventa secco, teso e aromatico, con una potenza inaspettata”, racconta Weck. Se l’anfora richiede alcune precauzioni d’uso, apre però nuove possibilità creative. “Il miglior consiglio, conclude Voronovskaïa, è provare. L’esperienza alla fine convince sempre”. Così, l’anfora torna a essere un ponte tra passato e futuro: un’eredità antica capace di generare vini contemporanei, ricordando che l’innovazione, nel mondo del vino, nasce sempre dal dialogo con la tradizione.
Florence Jaroniak.
© : V&T Amphores.
Per maggiori informazioni:
https://archeologie-vin.inrap.fr/Archeologie-du-vin/Histoire-du-vin/Antiquite-Culture-et-societe
https://www.museecapdagde.com/le-musee/departement-navigation-antique/amphores
