I vini vulcanici hanno finalmente una loro bandiera. Con il marchio “Volcanic Origin”, l’Alvernia diventa l’epicentro di un riconoscimento mondiale che unisce rigore scientifico, terroir straordinari e uno storytelling capace di catturare l’immaginazione.
Sommario:
- Filiera in ebollizione
- L’Alvernia alla sorgente
- In principio era la lava
- Un’eruzione dei sensi
- Una lettura geologica del vino
- Un nuovo continente vitivinicolo
Filiera in ebollizione
E se il vino traesse la sua unicità dalle viscere della Terra? Dall’Etna ai Puys dell’Alvernia, le viti prosperano su terreni plasmati da antiche eruzioni. Ora questa identità si esprime in un label ufficiale: Volcanic Origin. Registrato all’INPI e presentato il 24 giugno a Clermont-Ferrand in occasione del Vinora Forum – il principale evento mondiale dedicato ai vini vulcanici – non è una trovata di marketing, ma una vera garanzia di autenticità. “Non è un’operazione pubblicitaria, ma un certificato di origine basato su un disciplinare rigoroso, che evita abusi e scorciatoie”, spiega Pierre Desprat, direttore di Desprat-Saint-Verny e vicepresidente di Vinora, ideatore dell’iniziativa. Per meritare il marchio, i vini devono contenere almeno l’85% di uve provenienti da terroir vulcanici certificati, identificati tramite mappatura geologica e analisi del suolo. Niente input artificiali, e ogni cuvée è sottoposta a un doppio controllo – interno ed esterno.
L’Alvernia alla sorgente
L’idea di Vinora nasce da un’assenza di riconoscimento, soprattutto di fronte a nomi affermati come Chablis o Meursault. “Non basta dire che un vino è buono o diverso: bisogna raccontare il perché”, sottolinea Desprat.
Il momento decisivo arriva con un acquirente del SAQ di Montreal: inizialmente disinteressato ai vini dell’Alvernia, cambia idea scoprendo la loro origine vulcanica. “Ho capito che avevamo un terroir eccezionale che non sapevamo valorizzare”.
Fondata sette anni fa da un gruppo di viticoltori, distributori e ricercatori, l’associazione Vinora si unisce nel 2019 all’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV) e, insieme alle università di Digione e Montreal, avvia un programma di ricerca. Tre studi più tardi, il verdetto è chiaro: i suoli vulcanici lasciano effettivamente una traccia nel vino e aumentano la resistenza delle viti.
In principio era la lava
Ma che cos’è, davvero, un terroir vulcanico? “Non esiste un solo tipo di suolo vulcanico, ma un’enorme diversità geologica”, spiega il geologo Charles Frankel. “Gabbro, scorie, pozzolana, pomice… tutte rocce nate dalla lava, porose e fratturate, che facilitano l’attecchimento delle radici e trattengono l’acqua. A Santorini, ad esempio, le viti crescono su pietra pomice frutto di un’eruzione avvenuta nel 1612 a.C. in un clima quasi desertico“. Alcune rocce si degradano in argille o peperiti – un mix di basalto e calcare – particolarmente ricchi di minerali, come accade in Alvernia. “Coltivare su un vulcano attivo è un po’ come giocare alla roulette russa”, ammette Frankel. “Ma i benefici superano i rischi: altitudine, esposizione, pendenza e microclimi fanno di questi luoghi un laboratorio a cielo aperto, ideale per affrontare il cambiamento climatico“.
Un’eruzione dei sensi
Riconoscere alla cieca un vino vulcanico? “Sarebbe pretenzioso”, confessa John Szabo, Master Sommelier e voce autorevole in materia. Eppure, alcuni tratti comuni esistono: “Sapidità, masticabilità e potenza”, riassume citando il sottotitolo del suo libro.
Frankel precisa: “Ogni vulcano ha plasmato i propri vitigni in una lunga co-evoluzione con l’uomo, come il Nerello Mascalese sull’Etna”. Persino sullo stesso vulcano, lo stile cambia: altitudine, esposizione e tecniche di vinificazione influenzano profondamente il profilo del vino. “In Oregon, ad esempio, lo stesso Pinot Nero piantato alla stessa quota dà un vino fruttato sul basalto e più complesso sul calcare”. Una certezza però rimane: i vini vulcanici brillano in abbinamento. “Raccontano storie che i sommelier amano condividere e che gli appassionati ascoltano con piacere. Questo arricchisce notevolmente l’esperienza di degustazione”, sottolinea Szabo.
Una lettura geologica del vino
“Il prisma vulcanico offre una chiave di lettura nuova: non orizzontale o verticale, ma trasversale” osserva Frankel. Per Szabo, Volcanic Origin introduce “un approccio intelligente, capace di conquistare un pubblico nuovo e giovane. Tra tutti i riferimenti geologici, quello vulcanico è senza dubbio il più affascinante e universale”.
Il fenomeno è in espansione. “Scrivo di vini vulcanici da 15 anni e ora il loro riconoscimento esplode. Non sono più di nicchia, ma una categoria a sé”.
Il mercato conferma: ogni anno le Côtes-d’Auvergne (350 ettari) vendono il 100% della produzione. La domanda supera l’offerta e i prezzi sono in crescita del 26% in sette anni. Nelle enoteche di Parigi e nei ristoranti d’eccellenza, la sezione “vini vulcanici” guadagna spazio.
Un nuovo continente vitivinicolo
L’entusiasmo contagia anche i produttori: quaranta aziende hanno fatto domanda di adesione a Volcanic Origin. L’obiettivo è di arrivare a cento entro la fine del 2025. Mentre Szabo guida l’espansione in Nord America, Vinora traccia la rotta europea. Prossima tappa: presentare i risultati scientifici a New York, nel 2026, seguiti da una fiera internazionale alle Canarie. “In un mondo del vino talvolta percepito come complesso, i vini vulcanici sono immediati. Affermano il primato del terroir sul vitigno e portano con sé un immaginario potente e accessibile”, afferma Desprat. Sei regioni francesi sono coinvolte – Alsazia, Ardèche, Alvernia, Beaujolais, Linguadoca e Provenza – che rappresentano il 2% della viticoltura mondiale: una goccia nell’oceano ma capace di infiammare il pianeta del vino.
Florence Jaroniak © vins volcaniques/Maison Desprat Saint-Verny
Per maggiori informazioni :
www.volcanicwinesinternational.com/szabo
www.dunod.com/vie-pratique/vins-feu-decouverte-terroirs-volcans-celebres
